lunedì 13 settembre 2021

René Guénon L'ESOTERISMO DI DANTE - I tre mondi (1925) | cap.6

VI -  I tre mondi

La distinzione dei tre mondi, che costituisce il piano generale della Divina Commedia, è comune a tutte le dottrine tradizionali, ma assume forme diverse, e anche in India ve ne sono due che non coincidono tra loro, pur non essendo in contraddizione, e che corrispondono soltanto a punti di vista diversi.

Secondo una di queste divisioni, i tre mondi sono gli Inferi, la Terra e i Cieli; secondo l’altra, in cui gli Inferi non compaiono più, essi sono la Terra, l’Atmosfera (o regione intermedia) e il Cielo. 

Nella prima, bisogna riconoscere che la zona intermedia è considerata un semplice prolungamento del mondo terrestre: è così che in Dante appare il Purgatorio, che può essere identificato a questa regione.

D’altra parte, tenendo conto di questa assimilazione, la seconda divisione è equivale rigorosamente alla distinzione fatta dalla dottrina cattolica tra la Chiesa militante, la Chiesa sofferente e la Chiesa trionfante; anche qui non si parla dell’Inferno

Infine, spesso i Cieli e gli Inferi, hanno suddivisioni in numero variabile; ma in tutti i casi si tratta sempre di una ripartizione gerarchica dei gradi dell’esistenza, che sono realmente di una molteplicità indefinita e possono essere classificati in modi diversi secondo le corrispondenze analogiche prese come base per una rappresentazione simbolica.


I Cieli sono gli stati superiori dell’essere; gli Inferi, come indica del resto il loro nome, sono gli stati inferiori, e quando diciamo superiori e inferiori ciò va inteso in rapporto allo stato umano o terreno, che naturalmente è preso come termine di paragone, giacché deve servire da punto di partenza. 

Dato che la vera iniziazione è una presa di possesso cosciente degli stati superiori, è facile capire perché essa sia descritta simbolicamente come un’ascesa o un «viaggio celeste»; 

ci si potrebbe però chiedere perché questa ascesa debba essere preceduta da una discesa agli Inferi. Le ragioni sono numerose, e non potremmo esporle compiutamente senza dilungarci troppo, il che ci porterebbe molto lontano dall’argomento specifico del nostro studio; diremo solo questo: da un lato, la discesa è come una ricapitolazione degli stati che precedono logicamente lo stato umano, che ne hanno determinato le condizioni particolari e che devono a loro volta partecipare alla «trasformazione» da compiersi; d’altro lato, essa permette la manifestazione, secondo certe modalità, delle possibilità di ordine inferiore che l’essere porta ancora in sé allo stato non-sviluppato, e che devono essere da lui esaurite prima che gli sia possibile giungere alla realizzazione dei suoi stati superiori. 

Bisogna d’altronde sottolineare che non si tratta affatto di tornare a certi stati attraverso i quali l’essere è già passato; egli può esplorare questi stati solo in maniera indiretta, prendendo coscienza delle tracce che essi hanno lasciato nelle regioni più oscure dello stato umano; perciò gli Inferi sono rappresentati simbolicamente come situati all’interno della Terra. Invece i Cieli sono realmente gli stati superiori, e non soltanto il loro riflesso nello stato umano, i cui prolungamenti più elevati non costituiscono che la regione intermedia o il Purgatorio, la montagna in cima alla quale Dante colloca il Paradiso terrestre


Il fine reale dell’iniziazione non è solo la restaurazione dello «stato edenico», che altro non è se non una tappa sulla via che deve condurre molto più in alto, poiché è al di là di questa tappa che inizia veramente il «viaggio celeste»; il fine è la conquista attiva degli stati «sovra-umani », giacché, come Dante ripete con le parole del Vangelo, «Regnum cœlorum violentia pate...»,[1] ed è questa una delle differenze essenziali esistenti tra gli iniziati e i mistici. 

Per esprimerci in altro modo, diremo che lo stato umano deve essere portato innanzitutto alla pienezza della sua espansione, con la realizzazione integrale delle possibilità che gli sono proprie (e questa pienezza è quanto si deve qui intendere per «stato edenico»); ma, lungi dall’essere il termine, ciò non sarà che la base sulla quale l’essere poggerà per «salire a le stelle»,[2] ossia per elevarsi agli stati superiori, che nel linguaggio dell’astrologia sono simboleggiati dalle sfere planetarie e stellari, e in quello della teologia dalle gerarchie angeliche. 



Bisogna dunque distinguere due periodi nell’ascesa, ma il primo, in verità, è un’ascesa solo in rapporto all’umanità ordinaria: 

l’altezza di una montagna, quale che sia, è sempre nulla in confronto alla distanza che separa la Terra dai Cieli; in realtà, è piuttosto un’estensione, poiché è lo sviluppo completo dello stato umano. 

Il dispiegamento delle possibilità dell’essere totale si compie così prima di tutto nel senso dell’«ampiezza», poi in quello dell’«esaltazione», per servirci di termini presi dall’esoterismo islamico; aggiungeremo inoltre che la distinzione tra i due periodi corrisponde alla divisione antica fra «piccoli misteri» e «grandi misteri».

Le tre fasi alle quali si riferiscono rispettivamente le tre parti della Divina Commedia possono anche essere spiegate attraverso la teoria indù dei tre guna, che sono le qualità, o meglio le tendenze fondamentali, dalle quali procede ogni essere manifestato; 

a seconda che l’una o l’altra di queste tendenze predomini in loro, gli esseri si distribuiscono gerarchicamente nell’insieme dei tre mondi, cioè di tutti i gradi dell’esistenza universale. 


I tre guna sono: sattwa, la conformità all’essenza pura dell’Essere, che è identica alla luce della Conoscenza, simboleggiata dalla luminosità delle sfere celesti che rappresentano gli stati superiori; rajas, l’impulso che provoca l’espansione dell’essere in uno stato determinato, quale lo stato umano, o, se si vuole, il dispiegamento di quell’essere a un certo livello dell’esistenza; infine tamas, l’oscurità, assimilata all’ignoranza, radice tenebrosa dell’essere considerato nei suoi stati inferiori. 

Così sattwa, che è una tendenza ascendente, si riferisce agli stati superiori e luminosi, ossia ai Cieli, e tamas, che è una tendenza discendente, agli stati inferiori e tenebrosi, ossia agli Inferi; rajas, che si potrebbe rappresentare con un’estensione in senso orizzontale, si riferisce al mondo intermedio, che è qui il «mondo dell’uomo», poiché è il nostro grado d’esistenza che prendiamo come termine di paragone e che deve essere visto come comprendente la Terra insieme con il Purgatorio, cioè l’insieme del mondo corporeo e del mondo psichico. 


Si può vedere come ciò corrisponda esattamente al primo dei due modi di considerare la divisione dei tre mondi menzionati in precedenza; e il passaggio dall’uno all’altro di quei tre mondi può essere descritto come risultante da un cambiamento nella direzione generale dell’essere, o da un cambiamento del guna predominante in lui che determina quella direzione. Esiste un testo vedico in cui i tre guna sono presentati come mutantisi l’uno nell’altro procedendo secondo un ordine ascendente: 

«Tutto era tamas: Egli (il Supremo Brahma) ordinò un cambiamento, e tamas assunse il colore (cioè la natura) di rajas (elemento intermedio tra l’oscurità e la luminosità); e rajas, avendo ricevuto di nuovo un comando, assunse la natura di sattwa». 

Questo testo fornisce una sorta di schema dell’organizzazione dei tre mondi, a partire dal caos primordiale delle possibilità, e conformemente all’ordine di generazione e di concatenamento dei cicli dell’esistenza universale. D’altronde ogni essere, per realizzare tutte le sue possibilità, deve passare, in ciò che lo riguarda in particolare, attraverso gli stati che corrispondono rispettivamente a quei diversi cicli, ed è per questo che l’iniziazione, che ha come fine la realizzazione totale dell’essere, si compie necessariamente attraverso le stesse fasi: 

il processo iniziatico riproduce rigorosamente il processo cosmogonico, secondo l’analogia costitutiva del Macrocosmo e del Microcosmo.[3]

Scritto da René Guénon

L'esoterismo di Dante

Note

[1] Paradiso, XX, 94. 

[2] Purgatorio, XXXIII, 145. È significativo che le tre parti del poema finiscano tutte con la stessa parola: stelle, come per affermare l’importanza particolare che aveva per Dante il simbolismo astrologico. Le ultime parole dell’Inferno, «riveder le stelle», caratterizzano il ritorno allo stato propriamente umano, dal quale possibile percepire una sorta di riflesso degli stati superiori; le ultime del Purgatorio sono quelle stesse che spieghiamo qui. Quanto al verso finale del Paradiso: «L’amor che move il sole e l’altre stelle», esso designa, come termine ultimo del «viaggio celeste», il centro divino che è al di là di tutte le sfere, ossia, secondo l’espressione di Aristotile, il «motore immobile» di tutte le cose; il nome «Amore» che gli è attribuito potrebbe dar luogo a considerazioni interessanti, in rapporto con il simbolismo particolare dell’iniziazione degli Ordini cavallereschi. 

[3] La teoria dei tre guna, riferendosi a tutte le modalità possibili della manifestazione universale, si presta naturalmente a molteplici applicazioni; una di queste, che riguarda soprattutto il mondo sensibile, si trova nella teoria cosmologica degli elementi; ma qui noi dobbiamo considerare solo il significato più generale, poiché si tratta soltanto di spiegare la ripartizione di tutto l’insieme della manifestazione secondo la divisione gerarchica dei tre mondi, e di indicare l’importanza di questa ripartizione dal punto di vista iniziatico.

domenica 5 settembre 2021

SAN MARTINO CCCP - Elezioni nella ex oasi komunista | GOLIARDIA


 

Marcuse e l’integrazione della classe operaia | POLITICA

Marcuse e l’integrazione della classe operaia.

A metà 1968 “L’uomo a una dimensione” di Eriberto Marcuse, uscito negli USA nel 1964 e tradotto in diverse lingue ha già venduto 350 mila copie. È un testo che condensa diversi aspetti dell’analisi di quella che Marcuse chiama “società industriale avanzata”, mentre altri intellettuali preferiscono utilizzare la definizione di “tardo capitalismo” o “neocapitalismo”. 

In questo saggio, tra molti altri aspetti teorici, Marcuse sostiene l’avvenuta integrazione della classe operaia nel sistema. Va detto che tutto l’impianto analitico di Marcuse si fonda sulla realtà degli Stati Uniti, egli ritiene che la situazione in Europa occidentale sia ancora diversa, ma che è destinata a seguire la realtà statunitense.

Marcuse ribadisce che “la borghesia e il proletariato sono ancora le classi fondamentali del mondo capitalista”, ma oramai il sistema non è più bi-dimensionale (classe operaia - capitale) ma è diventato ad una sola dimensione, gli antagonisti di un tempo nella società industriale avanzata sono uniti da “un prepotente interesse per la conservazione e il miglioramento dello status quo”. 

A cosa è dovuta secondo Marcuse l’integrazione della classe operaia nel sistema? A quattro fattori fondamentali:

a) Alla fine dell’impoverimento progressivo della classe operaia.

b) All’impossibilità per essa di autoidentificarsi come “classe” a causa della stratificazione professionale prodotta dalla innovazione tecnologica.

c) Alla scissione che si è creata fra “proprietà” e “gestione” dei mezzi di produzione per cui “l’odio e la frustrazione sono privati del loro bersaglio specifico, ed il velo tecnologico maschera la riproduzione della disuguaglianza e dell’asservimento”.

d) Oltre al fatto che si è realizzata una integrazione effettiva dei lavoratori a livello di consumi e manipolazione dei bisogni, la nuova tecnologia provoca in fabbrica un atteggiamento collaborazionistico: “il desiderio di partecipare alla soluzione dei problemi produttivi”.

Per dire la Vostra, contattateci all'indirizzo di posta elettronica caudiumpatrianostra@gmail.com oppure tramite Twitter @SchiaffoLo

immagini tratte dalla rete che non seguono un ordine preciso

JULIUS EVOLA - Maschera e Volto dello Spiritualismo Contemporaneo - Conclusioni - Audiolibro

Maschera e Volto dello Spiritualismo Contemporaneo di Julius Evola

Conclusioni del libro: 

Maschera e Volto dello Spiritualismo Contemporaneo di Julius Evola.

tratto da Vyāsa Audioletture

MUSICA FUTURISTA - Inno alla vita (2010)

Musica futurista  Inno alla vita

Artisti: Sara Bartolucci e Rodolfo Alessandrini

Opera: 30 di Musica futurista, Volume 3

Brano: Inno alla vita

Anno: 2010

COMUNITÀ MILITANTE CAUDINA 321 | volantino


 

FASCISTS’ CRIMINAL CAMP | Racconto di Roberto Mieville (1947) - STORIALTERNATIVA Capitolo 8

FASCISTS’ CRIMINAL CAMP

CAPITOLO 8

Correvano da più di un'ora i prigionieri di guerra. E gli M.P. con i Thompson's puntati facevano molta attenzione a che nessuno rallentasse l'andatura. Al di là del reticolato si vedeva un'immensa distesa di baracche e oltre quelle campi di carri armati e camions e cannoni e uomini. Migliaia di uomini dappertutto. Era il campo di addestramento di Fort Bliss e quei prigionieri continuavano a correre, mentre gli M.P. sorvegliavano attenti.

Il Capo Capriotti era in testa alla fila. Come gli altri aveva tanta sete ed era sfinito. Le ferite avute ad Alessandria d'Egitto quando era andato a silurare la “Valiant”, gli dolevano anche per le botte ricevute il giorno prima. 

“Cooperazione forzata”. Sfinirli con la corsa o con la sete: un sistema come un altro per fiaccare, gli animali. Correre. Correre, senza sosta, per ore e ore. Chi cadeva veniva coperto di botte e portato -via, all'Ospedale. “Cooperazione forzata”. Tanta sete e tanta stanchezza. 

E gli M.P. che si davano il cambio ogni mezz'ora, e guai a rallentare l'andatura.

Passarono le ore e venne sera. E pochi erano rimasti in piedi. Capo Capriotti continuava a tirare la corsa: le labbra sanguinavano, ma il cuore non voleva cedere. C'era la luna quando gli M.P. dissero di smettere la corsa. Nove ore aveva durata la corsa. Nove, ore! E per le baracche piene di lamenti, gli M.P. passarono a chiedere la collaborazione. Gli uomini non avevano più respiro. Ma per tutti Capo Capriotti rispose:

- Neanche se ci ammazzate, cani!

L’M.P. gli diede un colpo sulla testa con la mazza. “Cooperazione forzata”. Si stancarono gli M.P. e si stancò il comando del campo.

- Very soldiers'.

Già da tredici giorni quei mille uomini erano a pane e acqua. Lungo il recinto esterno correva la strada che portava a El Paso e numerose erano le macchine civili che si fermavano. Era un bello spettacolo quello di quei mille uomini distesi per terra immobili. Ed era bello sentirli cantare. Cantavano ogni volta che entravano gli M.P. a portare l'acqua e il pane. 

C'era il tenente Strohn che si era assunto l’incarico di fare “cooperare” quei fascisti a tutti i costi e c'erano gli M.P. armati di mazza che aspettavano fuori del recinto.

Capo Capriotti aveva visto quello spiegamento dì forze e osservava. Vicino a lui il caporale Leonardi, un ragazzone alto, grosso e buon pugilatore. Il tenente Strohn finalmente apre il cancello del recinto. Contemporaneamente gli M.P. si schierano su una unica linea e imbracciano i Thompson's. Il tenente Strohn, abbondantemente armato, entra nel campo e si avvicina, a uno di quegli uomini stesi a terra.

- Alzati, cane! - gli dice.

L'uomo steso a terra lo guarda e non si muove e allora il tenente Strohn lo colpisce violentemente sui fianchi con la mazza. Gli altri uomini si alzano a quella provocazione e cominciano a muovere verso l'americano. Ma primo fra tutti il caporale Leonardi. Arriva di corsa e si pianta davanti all'americano.

- Perché l'hai picchiato?, chiede. 

- Perché, vigliacco?

Il tenente Strohn alza la mano per colpire l'uomo, il “gringo”, che osa parlargli in quel modo, ma l'uomo fa un passo indietro e lo colpisce con un violento destro in pieno viso, L'americano cade a terra e rimane immobile. Dal cancello entrano di corsa i soliti indiani comanchi vestiti da M.P. e si buttano addosso caporale Leonardi. Ma il caporale Leonardi ne atterra parecchi. Poi l'hanno sopraffatto e l'hanno portato in una stanza del comando americano. E' solo e di fronte a lui sono otto americani armati di mazze di caucciù. Gli dicono di chiedere scusa. Ma Leonardi non è un uomo da piegarsi e allora gli sono addosso!

Quante botte, quante botte! (Non camminavi più il giorno dopo caporale Leonardi e da quel giorno hai cominciato a declinare o la memoria ti abbandonava e dopo un mese dal rientro in Patria sei morto, Morto pazzo per le, botte di allora, signori del Governo!).

A Marana nell'Arizona, c'era un altro campo non collaboratori. E c'era anche un ospedale dove ricoveravano gli ammalati di T.B.C che non avevano aderito alla collaborazione. Se avessero aderito li avrebbero mandati nel Colorado o a Santa Fè dove l'aria è buona non lì nell'Arizona dove il clima era soffocante, quasi quanto quello della depressione di El Cattara.

In uno dei ward's dell'ospedale c'era un tenente che stava per morire. Già da molto tempo lo stavano torturando perché collaborasse. Ogni sorta di cose gli dicevano. Che la famiglia sua ora era sotto gli americani e che so lui rimaneva in quell'atteggiamento ostinato l'avrebbe molto danneggiata. Ma il tenente non ne voleva sapere. Diceva:

“Non mi importa. Io non mi vendo. Resto quel che sono ”.

Ora era l'agonia. Al suo capezzale c'era padre Daniele Dal Sasso del V Bersaglieri e il maresciallo Moriondo, il capo campo. Ormai aveva avuti i santissimi sacramenti. Sapeva che stava per andarsene e mormorava dolci parole per i suoi di casa. Padre Daniele lo confortava e gli parlava di Dio e della salvezza eterna. Era sera tarda e l'aria era ancor più calda e opprimente. L'agonia durava frammista a momenti di lucidità piena. Nel ward entra anche il cappellano americano, don Barbato, con un foglio in mano: “L'I Promise”: la scheda di collaborazione, e si avvicina al moribondo e gli dice: Salvati... Salvati e salva i tuoi...firma...

Padre Daniele Dal Sasso insorge inorridito.

Non bestemmiare... non bestemmiare... ”, ma il prete italo-americano non se ne dà per inteso e insiste, insiste con le parole più atroci e tortura gli ultimi attimi del moribondo con un, insistente “Collabora... collabora... collabora”.

La morte libera finalmente il povero tenente. L'ha sepolto Padre Dal Sasso nel piccolo cimitero dell'Ospedale di Marana. E ai suoi compatrioti hanno proibito di accompagnarlo all'ultima dimora. Povero camerata nostro, le tue ultime parole sono state: “Non mi torturare...Non mi torturare, resto fascista... ”.

Il sole era alto e il caldo opprimente. Il campo era deserto come il paesaggio attorno che era rotto solo da qualche cactus gigante. All'ingresso del campo, proprio sopra il capo della guardia, c'era il nome: Florence POW Camp. E anche a Florence, in piena Arizona, a qualche chilometro, da Marana, prigionieri non collaboratori. Ma anche a Florence c'era l'ordine dell'VIII Servizio del War Department Cooperazione forzata. Certo che ad ogni Comandante di Campo era lasciato quel tanto di margine perché potesse mettere meglio in luce le sue qualità e le sue iniziative. Il comandante del campo era del Nuovo Messico e da suo padre che era un indiano della Peoria aveva imparato molte “finezze”. 

Sorrideva il comandante del campo di Florence a quel suo “sistema” per indurre alla cooperazione quei maledetti fascisti...

A qualche chilometro dal campo i prigionieri italiani, dopo una corsa estenuante nella sabbia, erano stati inquadrati dagli M.P. e attorno al blocco era stata tracciata una linea. Gli M.P., il Thompson puntato, il sole alto, la sete e guaì a sedersi. Guai a passare quella linea. A qualche metro dalla linea un camion aveva scaricato un bidone d'acqua. Passavano le ore e gli M.P. ridevano di gusto a vedere quei maledetti italiani contorcersi e sforzarsi di non cadere.



(Qualcuno era svenuto per un improvviso colpo dì sole e l'avevano portato al campo dove appena rinvenuto gli avevano sottoposto la scheda di collaborazione). Fu verso il tardo pomeriggio che uno di quei prigionieri fece un passo avanti, verso la linea. Forse quel prigioniero non voleva passarla. Non si è mai potuto sapere cosa volesse perché un colpo di Thompson lo stese a terra.

Bravo quell'M.P.: con un colpo solo l'aveva azzeccato!

L'indiano della Peoria che, comandava il campo invitò l'M.P. a cena, quella sera. E quella sera stessa, nel cimiterino contornato di cactus, fu scavata una fossa. Misero una croce e Padre Daniele recitò le preghiere. Là in Arizona c’era una farm. Una donna era la padrona. Una donna giovane che veniva spesso al campo di Florence a bordo di una lussuosissima Ford. Veniva a prendere dei prigionieri ogni giorno per i lavori nella piantagione di cotone. Era obbligatorio quel lavoro--- “Convenzioni di Ginevra”: 

i soldati sono obbligati in lavori che non siano di produzione bellica. Obbligati a lavori da schiavo come quello della raccolta del cotone! 


Ma la giovane donna amava avere attorno a se quei bei ragazzi robusti, non solo per il lavoro nelle piantagioni. Sono molti quelli che potrebbero raccontare qualcosa di una certa farm...

Per molto meno di una caramella... quella giovin signora. Per molto meno. 

Anche con qualche nero, quella signora che veniva al campo di Florence in una lussuosa Ford e con il frustino indicava il prigioniero che voleva quel giorno. Al tempo di Morgan, nelle Barbados, facevano nello stesso modo le figlie dei nobili inglesi delle colonie. 

Qualche schiavo nero, qualche schiavo bianco, tanto per passare il tempo in attesa del matrimonio.

Intanto ora venuto l'inverno e la neve aveva preso a cadere abbondantemente. Ad Hereford giungevano prigionieri da tutti i campi periferici per svernare. E in quei giorni arrivò una, cartolina dal campo 25 in India. La data era 8 settembre 1944 e il testo diceva: 

Anche per noi questo è un giorno di lutto. 

E in una notte di tormenta suonò l'allarme. Ben presto i campi furono pieni di M.P. e tutti i prigionieri nella neve. 

Perquisizione. Perquisizione e verifica se tutti gli indumenti indossati portavano la prescritta stampigliatura, di P.W.  E con la neve che cadeva gli M.P. imbacuccati si divertirono un mondo a far e spogliare quelle “bestie italiane”. “Bestie italiane”, dicevano. 

Ma ad Anversa c'era la ritirata e i prigionieri lo sapevano e speravano. Speravano tanto e sopportavano. La neve cadde per molti giorni e quando fu gennaio i reticolati vennero tagliati, da tre ufficiali. Arrivarono a Los Angeles quei tre ufficiali.

Scritto da Roberto Mieville 

Roma, 1947

sabato 4 settembre 2021

IL MITO DI ACHILLE E POLISSENA di Luciano De Crescenzo | VIDEO

Il mito di Achille e Polissena 
di Luciano De Crescenzo

CARNE ALLA PIZZAIOLA - video ricetta tradizionale


Carne alla pizzaiola

La ricetta tradizionale della carne alla pizzaiola è quella napoletana solo con tre ingredienti fondamentali: pomodoro, origano e aglio. 

Per fare una carne alla pizzaiola perfetta però vi consigliamo di acquistare lo scamone che cuoce in poco tempo dal macellaio e seguire i nostri passaggi.

Ti basta far partire il video per vedere il procedimento dettagliato della carne alla pizzaiola originale, la ricetta classica.

Buon appetito.

tratto da https://cucinageek.it/carne-alla-pizzaiola/

FRANCO BATTIATO - L'esodo (1982)

Franco Battiato  L'esodo

Artista: Franco  Battiato

Album: L'arca di Noè

Brano: L'esodo

Anno: 1982

René Guénon L'ESOTERISMO DI DANTE - Viaggi extra-terrestri nelle differenti tradizioni (1925) | cap.5

V - Viaggi extra-terrestri nelle differenti tradizioni

Una questione che sembra essere stata motivo di grande preoccupazione per la maggior parte dei commentatori di Dante riguarda le fonti cui conviene ricollegare la sua concezione della discesa agli Inferi, ed è anche un punto su cui l’incompetenza di quanti hanno studiato tali questioni in maniera tutta «profana» appare più nettamente.

Si tratta infatti di qualcosa che non si può comprendere senza una certa conoscenza delle fasi della vera iniziazione, e che ora tenteremo di spiegare.


Non c’è dubbio che, se Dante sceglie Virgilio come guida nelle prime due parti del suo viaggio, la ragione principale, sulla quale tutti concordano, è il ricordo del VI canto dell’Eneide; bisogna però aggiungere che ciò è dovuto alla presenza, in Virgilio, non di una semplice finzione poetica, ma della prova di un sapere iniziatico incontestabile. Non è senza ragione se la pratica delle sortes virgilianæ era così diffusa durante il Medioevo; e, se si è voluto fare di Virgilio un mago, si trattava solo della deformazione popolare ed essoterica di una verità profonda, sentita, più che espressa razionalmente, da coloro che accostavano la sua opera ai Libri sacri, anche solo per farne un uso divinatorio d’interesse molto relativo.

D’altra parte, non è difficile constatare che lo stesso Virgilio, per quanto ci interessa, ebbe dei predecessori fra i Greci: ricordiamo a questo proposito il viaggio di Ulisse nel paese dei Cimmeri, e la discesa di Orfeo agli Inferi; ma la concordanza che si rileva in tutto ciò non sarà solo una serie di prestiti o di imitazioni successive? 

La verità è che ciò di cui si parla è in strettissimo rapporto con i misteri dell’antichità, e che i diversi racconti poetici o leggendari null’altro sono se non le traduzioni di un’unica realtà: il ramo d’oro che Enea, condotto dalla Sibilla, si reca a cogliere per prima cosa nella foresta (quella stessa «selva oscura» dove Dante pone ugualmente l’inizio del suo poema) è il ramo che portavano gli iniziati di Eleusi, e rimanda anche all’acacia della Massoneria moderna, «pegno di resurrezione e d’immortalità». 

Ma c’è di più, e anche il cristianesimo ci propone un analogo simbolismo: nella liturgia cattolica la settimana santa, che vedrà la morte di Cristo, la sua discesa agli Inferi e poi la sua resurrezione, ben presto seguita dalla gloriosa ascensione, si apre con la festa delle Palme;[1] il racconto di Dante inizia esattamente il lunedì santo, come per indicare che è stata la ricerca del ramo misterioso a farlo smarrire nella selva oscura dove incontrerà Virgilio; e il suo viaggio attraverso i mondi durerà fino alla domenica di Pasqua, cioè fino al giorno della resurrezione.

Morte e discesa agli Inferi da un lato, resurrezione e ascensione al Cielo dall’altro, sono come due fasi inverse e complementari, la prima delle quali costituisce la preparazione necessaria alla seconda, ed esse sono facilmente rintracciabili anche nella descrizione della «Grande Opera» ermetica; 

questo stesso motivo ritorna in tutte le dottrine tradizionali. Ecco dunque che nell’Islam troviamo l’episodio del «viaggio notturno» di Mohammed, che parimenti comprende la discesa alle regioni infernali (isrâ) e l’ascensione ai diversi paradisi o sfere celesti (mirâj); e alcuni rendiconti di questo «viaggio notturno» presentano somiglianza sorprendenti con il poema dantesco, a tal punto che qualcuno ha voluto vedervi una delle fonti principali della sua ispirazione. 

Don Miguel Asín Palacios ha mostrato i numerosi rapporti esistenti, nella sostanza e perfino nella forma, fra la Divina Commedia (per non parlare di certi passi della Vita nuova e del Convivio), il Kitâb el-isrâ Libro del Viaggio notturno») e le Futûhât el-MekkiyahRivelazioni della Mecca») di Mohyiddin ibn Arabi, opere anteriori di circa un’ottantina d’anni, concludendo che le analogie con queste opere sono più numerose di tutte quelle che i commentatori sono riusciti a individuare fra l’opera di Dante e qualunque altra letteratura.[2] 

Don Miguel Asín Palacios

Ecco qualche esempio: «In un adattamento della leggenda musulmana, un lupo e un leone sbarrano la strada al pellegrino, così come la pantera, il leone e la lupa fanno indietreggiare Dante. 

È il Cielo che invia Virgilio a Dante, come Gabriele a Mohammed; entrambi, durante il viaggio, soddisfano la curiosità del pellegrino. L’Inferno si annuncia nelle due leggende con segni identici: tumulto violento e confuso, raffiche di fuoco. L’architettura dell’Inferno dantesco è ricalcata su quella dell’Inferno musulmano: un gigantesco imbuto formato da una serie di piani, di gradi o gradinate circolari che scendono l’una dopo l’altra sino al fondo della terra; ciascuna racchiude una categoria di peccatori, le cui colpe e pene si aggravano via via che si scende nei gironi più bassi. Ogni piano è suddiviso in diversi altri, occupati da svariate categorie di peccatori; infine, entrambi gli Inferni sono situati sotto la città di Gerusalemme.

Per purificarsi all’uscita dall’Inferno e poter ascendere al Paradiso, Dante si sottopone a una triplice abluzione. La stessa triplice abluzione purifica le anime nella leggenda musulmana: prima di entrare nel Cielo, esse vengono immerse in successione nelle acque dei tre fiumi che irrigano il giardino di Abramo. L’architettura delle sfere celesti attraversate durante l’ascensione è identica nelle due leggende; nei nove cieli sono disposte, in conformità ai loro meriti, le anime beate che, alla fine, si riuniscono nell’Empireo o sfera ultima. 

Come Beatrice si fa da parte davanti a San Bernardo che guiderà Dante nelle ultime tappe, così Gabriele abbandona Mohammed accanto al trono di Dio dove sarà avvolto da una ghirlanda di luce. L’apoteosi finale delle due ascensioni è la stessa: 

i viaggiatori, giunti infine alla presenza di Dio, descrivono Dio come una sorgente di luce intensa, circondata da nove cerchi concentrici formati dalle file compatte d’innumerevoli spiriti angelici che emanano raggi di luce

tra le file che circondano più da vicino la sorgente divina c’è quella dei Cherubini; ogni cerchio circonda quello immediatamente inferiore, e tutti e nove ruotano senza sosta attorno al centro divino. I gironi infernali, i cieli astronomici, i cerchi della rosa mistica, i cori angelici che circondano la sorgente di luce divina, i tre circoli simboleggianti la trinità, il poeta fiorentino li prende parola per parola da Mohyiddin ibn Arabi».[3]

Tali coincidenze, fin nei dettagli più minuti, non possono essere accidentali, e abbiamo più d’un motivo per credere che Dante si sia effettivamente ispirato, per una parte importante della sua opera, agli scritti di Mohyiddin; ma come ha potuto conoscerli? Si considera Brunetto Latini, che aveva soggiornato in Spagna, un possibile intermediario; ma questa ipotesi ci sembra poco soddisfacente. 

Mohyiddin era nato a Murcia, da cui il soprannome di E1-Andalûsi, ma non trascorse l’intera vita in Spagna, e morì a Damasco; d’altra parte, i suoi discepoli erano sparsi in tutto il mondo islamico, soprattutto in Siria e in Egitto, ed è poco probabile che le sue opere fossero già a quell’epoca di dominio pubblico, dato che alcune di esse non lo sono mai diventate. In effetti, Mohyiddin fu ben altro che il «poeta mistico» immaginato da Asín Palacios; qui sarà bene dire che, nell’esoterismo islamico, egli viene chiamato Esh-Sheikh el-akbar, cioè il più grande dei maestri spirituali, il Maestro per eccellenza, che la sua dottrina è in essenza puramente metafisica, e che molti dei principali Ordini iniziatici dell’Islam, fra i più elevati e al tempo stesso più segreti, discendono direttamente da lui.

Abbiamo già indicato come nel XIII secolo, al tempo di Mohyiddin, alcune di queste organizzazioni ebbero rapporti con gli Ordini cavallereschi e, secondo noi, è per questo tramite che si spiega la trasmissione di cui abbiamo parlato; se fosse successo altrimenti. se Dante avesse conosciuto Mohyiddin per vie «profane», perché non l’ha mai nominato, come invece nomina i filosofi essoterici dell’Islam, Avicenna e Averroé?[4] 

Inoltre, è risaputo che vi furono influenze islamiche alle origini del Rosacrocianesimo, e a queste alludono i supposti viaggi in Oriente di Christian Rosenkreuz. Ma la vera origine del Rosacrocianesimo, come abbiamo già detto, sono proprio gli Ordini di cavalleria, e furono loro a costituire, durante il Medioevo, il vero legame intellettuale fra l’Oriente e l’Occidente.

I critici occidentali moderni, che considerano il «viaggio notturno» di Mohammed come una leggenda più o meno poetica, sostengono che questa leggenda non è specificamente islamica e araba, ma originaria della Persia, perché il racconto di un viaggio analogo si trova in un’opera mazdea, l’Ardâ Vîrâf Nâmeh.[5] 

C’è chi pensa che occorra risalire ancora più lontano, fino all’India, dove in effetti s’incontra, tanto nel Brahmanesimo quanto nel Buddhismo, una moltitudine di descrizioni simboliche dei diversi stati di esistenza nella forma di un insieme organizzato gerarchicamente di Cieli e di Inferni; 

alcuni arrivano a supporre che Dante abbia potuto subire direttamente l’influenza indiana.[6] In coloro che non vedono in tutto ciò altro che «letteratura», questo genere di considerazioni è comprensibile, benché, anche dal semplice punto di vista storico, sia assai difficile ammettere che Dante abbia potuto conoscere qualcosa dell’India per altra via che quella dell’intermediazione araba. Per noi, invece, queste somiglianze dimostrano soltanto l’unità dottrinale comune a tutte le tradizioni; non c’è da stupirsi se troviamo ovunque l’espressione delle medesime verità, ma appunto, per non stupirsi occorre prima sapere che sono verità, e non invenzioni più o meno arbitrarie. 

Là dove appaiono soltanto rassomiglianze generiche, non è il caso di concludere che vi sia stata una comunicazione diretta; questa conclusione si giustifica unicamente quando le stesse idee sono espresse in un’identica forma, ed è il caso di Mohyiddin e di Dante. 

È certo che quanto ritroviamo in Dante è in perfetto accordo con le teorie indù sui mondi e i cicli cosmici, senza tuttavia essere rivestito della forma, quella soltanto, che è propriamente indù; e tale accordo esiste per necessità fra tutti coloro che hanno coscienza delle medesime verità, in qualunque modo ne abbiano acquisito la conoscenza.

Scritto da René Guénon

L'esoterismo di Dante

Note

[1] Il nome latino della festa è Dominica in Palmis; la palma e il ramo sono evidentemente una sola e medesima cosa, e la palma come emblema dei martiri ha ugualmente il significato da noi indicato. Ricordiamo inoltre la denominazione popolare francese di Pâques fleuries, che esprime in modo assai chiaro, benché inconsapevole da parte di coloro che oggi l’adoperano, il rapporto esistente fra il simbolismo di questa festa e la resurrezione. 

[2] M. Asín Palacios, La Escatología musulmana en la Divina Comedia, Madrid, 1919. Cfr. E. Blochet: Les Sources orientales de la «Divine Comédie», Paris, 1901. 

[3] A. Cabaton, «La Divine Comédie» et l’Islam, in «Revue de l’Histoire des religions», 1920. Questo articolo contiene un riassunto del lavoro di M. Asín Palacios. 

[4] Inferno, IV, 143-144. 

[5] E. Blochet: Études sur l’Histoire religieuse de l’Islam, in «Revue de l’Histoire des religions», 1809. Ne esiste una traduzione francese nel Livre d’Ardâ Virâf a cura di A. Barthélemy, pubblicato a Parigi nel 1887. 

[6] A. De Guibernatis, Dante e l’India, in «Giornale della Società asiatica italiana», III, 1889, pp. 3-19; Le type indien de Lucifer chez Dante, in Actes du X Congrès des Orientalistes. Cabaton, nell’articolo sopra citato, segnala che «Ozanam aveva già notato in Dante una duplice influenza islamica e indiana» (Essai sur la philosophie de Dante, Paris, 1839, pp. 198 e sgg.); tuttavia, malgrado la reputazione di cui gode, l’opera di Ozanam ci sembra estremamente superficiale.

https://scienzasacra.blogspot.com/2014/05/rene-guenon-lesoterismo-di-dante-i.html#more

Dott.ssa Coccia: Rapporto tra uomo, pianta e suolo. La reintegrazione nella Natura | SALUTE

Rapporto tra uomo, pianta e suolo. La reintegrazione nella Natura

dott.ssa Cristina Coccia, biologa nutrizionista.

Autrice di saggi sulla demografia e la salute della popolazione italiana e di articoli divulgativi per siti web e riviste.

venerdì 3 settembre 2021

COMUNITÀ MILITANTE CAUDINA 321 | volantino


 

SottoFasciaSemplice - Richiamo Delle Masse (2007)

SottoFasciaSemplice - Richiamo Delle Masse 

Gruppo: SottoFasciaSemplice

Album: Filospinato

Brano: Richiamo Delle Masse

Anno: 2007

FORZA PICCOLO DAVIDE! L'appello della famiglia tramite le parole del Sindaco Caterina Lengua | CAUDIUM

Cervinara e tutta la Valle Caudina stanno vivendo ore di apprensione per la sorte del piccolo Davide, vittima di un grave incidente stradale nella frazione Pirozza. La tragica notizia di cronaca ha fatto il giro mediatico d'Italia e la famiglia del piccolo Davide chiede rispetto e lo fa attraverso le parole del Sindaco Caterina Lengua:

«La nostra comunità sta comprensibilmente seguendo con grande apprensione l'evolversi delle condizioni di salute del piccolo Davide - dichiara il primo cittadino sulla pagina Facebook.

L'affetto che tutti, nessuno escluso, stanno manifestando, anche pubblicamente, al piccolo e ai suoi genitori sta giungendo in  tutta la sua forza ai familiari.  


Tuttavia, - prosegue Lengua - di fronte al permanere della gravità della situazione, i genitori avvertono l'esigenza di una maggiore cautela e, soprattutto, riservatezza sulle condizioni del piccolo. Sono stata poco fa contattata telefonicamente dalla  mamma di Davide, la dolcissima Adriana, che mi chiede, nella mia veste di Sindaco, di fare opera di sensibilizzazione verso tutti, anche organi di informazione, al fine di evitare di dare notizie che purtroppo non sono fondate. Adriana mi ha riferito che  purtroppo i medici non hanno in alcun modo manifestato l'intenzione di provare a svegliare il piccolo Davide. Al momento non ci sono le condizioni sanitarie per farlo.

Per questo, a cuore in mano, rivolgo a tutti la preghiera di rispettare la richiesta di due giovani genitori che stanno affrontando una prova durissima e che si aspettano solo una rispettosa vicinanza».

La Redazione de Lo Schiaffo 321 si stringe alla Famiglia e invita gli organi d'informazione a rispettare, almeno in questi casi delicati, l'essenziale codice deontologico

Forza piccolo Davide!

Per dire la Vostra, contattateci all'indirizzo di posta elettronica caudiumpatrianostra@gmail.com oppure tramite Twitter @SchiaffoLo

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