lunedì 22 aprile 2024

René Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi - 4. «Quantità spaziale e spazio qualificato» | CULTURA

Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi 

4. «Quantità spaziale e spazio qualificato» 

Quanto precede ha messo in luce che l’estensione non è un puro e semplice modo d’essere della quantità, o in altri termini che, sebbene si possa parlare di quantità estesa o spaziale, l’estensione stessa non è riducibile per questo esclusivamente alla quantità; su tale punto è comunque doveroso insistere, tanto più che esso è particolarmente importante per far risaltare l’insufficienza del «meccanicismo» cartesiano, nonché delle altre teorie fisiche da esso più o meno direttamente derivate nel succedersi dei tempi moderni.

A questo proposito si può anzitutto osservare come lo spazio, per essere puramente quantitativo, dovrebbe essere interamente omogeneo, e tale che le sue parti non possano essere distinte tra loro per nessun carattere diverso dalle loro rispettive grandezze; sarebbe come supporre che esso sia un contenente senza contenuto, cioè qualcosa che, di fatto, non può esistere isolatamente nella manifestazione, ove il rapporto contenente-contenuto, per la sua stessa natura di correlazione, suppone necessariamente la presenza simultanea dei due termini.

Tuttavia ci si può porre, con qualche apparenza di ragione, il problema di sapere se lo spazio geometrico sia concepibile come dotato di una simile omogeneità, il che, in ogni caso, non può convenire allo spazio fisico, cioè a quello che contiene i corpi, la cui sola presenza, evidentemente, basta a determinare una differenza qualitativa fra le porzioni di questo spazio che essi rispettivamente occupano; orbene, è appunto dello spazio fisico che Cartesio intende parlare, perché altrimenti la sua stessa teoria non significherebbe niente, in quanto essa non potrebbe realmente applicarsi al mondo di cui pretende fornire la spiegazione.[1] 

Sarebbe inutile obiettare che ciò che si trova al punto di partenza di questa teoria è uno «spazio vuoto», perché, in primo luogo, ci si troverebbe ricondotti alla concezione di un contenente senza contenuto, e d’altronde il vuoto, non essendo una possibilità di manifestazione, non potrebbe avere alcun posto nel mondo manifestato;[2] 

in secondo luogo, dal momento che Cartesio riduce tutta intera la natura dei corpi all’estensione, deve per conseguenza supporre che la loro presenza non aggiunga effettivamente niente a quanto l’estensione è già di per se stessa, e, in effetti, le diverse proprietà dei corpi non sono per lui che semplici modificazioni dell’estensione; ma allora, da dove possono venire queste proprietà, se esse non sono in qualche modo inerenti all’estensione stessa e come potrebbero esserlo se la natura di quest’ultima fosse sprovvista di elementi qualitativi? 

Avremmo a che fare con qualcosa di contraddittorio e, per la verità, non oseremmo affermare che questa contraddizione, come pure molte altre, non sia implicita nell’opera di Cartesio; questi, come i materialisti più recenti, che a giusto titolo possono considerarsi suoi discepoli, pare in definitiva voler trarre il «più» dal «meno». 

In fondo, dire che un corpo non è altro che estensione, se la si intende quantitativamente, significa affermare che la sua superficie e il suo volume, misuranti la porzione d’estensione occupata, sono il corpo in se stesso, con tutte le sue proprietà, il che è manifestamente assurdo; oppure, per intenderla diversamente, bisogna ammettere che l’estensione in se stessa abbia qualcosa di qualitativo, ma allora essa non può più servire di base ad una teoria esclusivamente «meccanicistica».

Ora queste considerazioni, pur dimostrando che la fisica cartesiana non può essere valida, non sono peraltro ancora sufficienti a stabilire nettamente il carattere qualitativo dell’estensione; si potrebbe dire, in effetti, che, se non è vero che la natura dei corpi si riduce all’estensione, la ragione ne è che, appunto, essi non prendono di quest’ultima se non gli elementi quantitativi. 

Ma qui si presenta immediatamente la seguente osservazione: fra le determinazioni corporee che sono incontestabilmente d’ordine puramente spaziale, e che quindi possono veramente essere considerate come modificazioni dell’estensione, non c’è soltanto la grandezza dei corpi, ma anche la loro situazione: ma quest’ultima è ancora qualcosa di puramente quantitativo? 

I sostenitori della riduzione alla quantità diranno senza dubbio che la situazione dei diversi corpi è definita dalle loro distanze, e che la distanza è appunto una quantità: la quantità d’estensione, cioè, che li separa, così come la loro grandezza è la quantità d’estensione che essi occupano; ma basta veramente questa distanza a definire la situazione dei corpi nello spazio? 

Di un’altra cosa bisogna tener conto, ed è la direzione secondo cui questa distanza deve essere calcolata; ma, poiché dal punto di vista quantitativo la direzione deve essere indifferente; in quanto, sotto questo rapporto, lo spazio non può essere considerato se non come omogeneo, ne deriva che le diverse direzioni non possono essere distinte le une dalle altre; se dunque la direzione interviene effettivamente nella situazione, e se essa, proprio come la distanza, è un elemento puramente spaziale, ne consegue che, nella natura stessa dello spazio, vi è qualcosa di qualitativo.

  • Per esserne ancor più certi, lasceremo da parte lo spazio fisico ed i corpi per prendere in esame soltanto lo spazio propriamente geometrico, il quale, se così si può dire, è certamente lo spazio ridotto a se stesso; per studiare questo spazio, è certo che la geometria faccia appello soltanto a nozioni strettamente quantitative? 
  • Questa volta, beninteso, si tratta semplicemente della geometria profana dei moderni, ma se, diciamolo subito, si trova anche qui qualcosa di irriducibile alla quantità, non ne risulterà immediatamente che nel campo della scienza fisica è ancor più impossibile e più illegittimo pretendere di tutto ricondurre ad essa? 
  • Qui non intendiamo nemmeno parlare della situazione, poiché quest’ultima svolge una funzione di qualche rilievo solo in talune branche particolari della geometria che a rigore si potrebbe anche rifiutare di considerare come parte integrante della geometria pura;[3] ma, nella geometria più elementare, non c’è soltanto la grandezza delle figure da considerare, bensì anche la loro forma; o forse qualche studioso di geometria più compenetrato dalle concezioni moderne oserebbe sostenere che, per esempio, un triangolo ed un quadrato di uguale superficie sono una stessa ed unica cosa? 

Potrà soltanto dire che queste due figure sono «equivalenti» sottintendendo evidentemente «dal punto di vista della grandezza»; ma sarà obbligato a riconoscere che, sotto un altro rapporto, cioè quello della forma, c’è qualcosa che li differenzia, e se l’equivalenza di grandezza non implica la similitudine di forma, è perché quest’ultima non è riducibile alla quantità. 

E andremo anche più lontano: c’è tutta una parte della geometria elementare a cui le considerazioni quantitative sono estranee, cioè la teoria delle figure simili; la similitudine, in effetti, si definisce esclusivamente mediante la forma ed è del tutto indipendente dalla grandezza delle figure, il che implica che essa è d’ordine puramente qualitativo.[4] 

Se ora ci domandiamo che cosa sia essenzialmente questa forma spaziale, osserveremo che essa è definibile mediante un insieme di tendenze in direzione: in ogni punto di una linea la tendenza in questione è determinata dalla sua tangente, e l’insieme delle tangenti definisce la forma di quella linea; lo stesso dicasi per le superfici, nella geometria a tre dimensioni, se si sostituisce la considerazione delle rette tangenti con quella dei piani tangenti; è evidente che ciò è valido tanto per i corpi quanto per le semplici figure geometriche, poiché la forma di un corpo non è altro che la superficie stessa da cui è delimitato il suo volume. 

Arriviamo dunque, e ciò che abbiamo detto a proposito della situazione dei corpi permetteva già di prevederlo, a questa conclusione: è la nozione di direzione quella che in definitiva rappresenta il vero elemento qualitativo inerente alla natura stessa dello spazio, così come la nozione di grandezza ne rappresenta l’elemento quantitativo; e così lo spazio, tutt’altro che omogeneo, ma determinato e differenziato dalle sue direzioni, è ciò che possiamo chiamare spazio «qualificato».

Orbene, non soltanto dal punto di vista fisico, ma, come abbiamo visto, anche dal punto di vista geometrico, è proprio questo spazio «qualificato» il vero spazio; lo spazio omogeneo, in effetti, non ha alcuna esistenza, a voler parlare propriamente, in quanto non è nient’altro che una semplice virtualità. Per poter essere misurato, cioè, secondo le nostre precedenti spiegazioni, per poter essere effettivamente realizzato, lo spazio deve necessariamente essere riferito a un insieme di direzioni definite; queste direzioni, d’altronde, appaiono come raggi emanati da un centro, a partire dal quale formano la croce a tre dimensioni, e non è nemmeno il caso di ricordare una volta ancora la funzione considerevole che esse svolgono nel simbolismo di tutte le dottrine tradizionali.[5] 

Si potrebbe forse anche suggerire che è proprio restituendo alla considerazione delle direzioni dello spazio la sua importanza reale che sarebbe passibile restituire alla geometria, in gran parte almeno, il senso profondo da essa perduto; ma una cosa del genere, non possiamo nasconderlo, richiederebbe un lavoro che potrebbe condurre molto lontano, come è facile convincersene se si pensa all’influenza effettiva esercitata da questa considerazione, a diversi riguardi, su tutto ciò che si riferisce alla costituzione stessa delle società tradizionali.[6]

Lo spazio, così come il tempo, è una delle condizioni che definiscono l’esistenza corporea, condizioni che sono però diverse dalla «materia», o meglio dalla quantità, benché con questa si combinino naturalmente; esse sono meno «sostanziali», quindi più vicine all’essenza, ed è questo in effetti ciò che implica l’esistenza in esse di un aspetto qualitativo; l’abbiamo visto per lo spazio e lo vedremo anche per il tempo. 

Prima di arrivare a questo, sottolineeremo ancora che l’inesistenza di uno «spazio vuoto» è sufficiente a dimostrare l’assurdità di una delle troppo famose «antinomie» cosmologiche di Kant: chiedersi «se il mondo è infinito, o se è limitato nello spazio», è una questione assolutamente priva di senso: è impossibile che lo spazio si estenda al di là del mondo per contenerlo, perché si tratterebbe allora di uno spazio vuoto ed il vuoto non può contenere alcunché; è invece lo spazio ad essere nel mondo, cioè nella manifestazione, e, se ci si limita a prendere in esame il solo ambito della manifestazione corporea, si potrà dire che lo spazio è coestensivo a tale mondo essendone una delle condizioni; ma questo mondo non è più infinito dello spazio stesso, perché, come quest’ultimo, non contiene tutte le possibilità, ma rappresenta soltanto un certo ordine di possibilità particolari ed è limitato alle determinazioni costituenti la sua stessa natura. 

Diremo ancora, per non dovere ritornare su questo argomento, che è ugualmente assurdo chiedersi «se il mondo è eterno, o se è cominciato nel tempo»; per ragioni del tutto analoghe, è in realtà il tempo che è cominciato nel mondo, se si tratta della manifestazione universale, o con il mondo, se si tratta della manifestazione corporea; ma il mondo non è affatto eterno per questo perché ci sono anche inizi intemporali; il mondo non è eterno perché è contingente, o, in altri termini, esso ha un inizio come avrà una fine perché non è il principio di se stesso, o perché non contiene questo principio che gli è tuttavia necessariamente trascendente. 

In tutto ciò non vi sono difficoltà di sorta, ed è per questo che buona parte delle speculazioni dei filosofi moderni è fatta solo di questioni mal impostate e di conseguenza insolubili, suscettibili dunque di dar luogo a discussioni indefinite; esse, però, svaniscono del tutto dal momento in cui, esaminate al di fuori di ogni pregiudizio, siano ridotte a ciò che in realtà sono, cioè a semplici prodotti della confusione che caratterizza la mentalità attuale. 

La cosa più curiosa è che anche questa confusione sembra avere una sua «logica», poiché, durante molti secoli e in tutte le diverse forme che ha rivestito, essa ha sempre costantemente teso in uno stesso senso; ma questa «logica» altro non è, in fondo, che la conformità con il percorso stesso del ciclo umano, a sua volta dettato dalle condizioni cosmiche stesse; e ciò ci riporta direttamente alle considerazioni inerenti alla natura del tempo, e a quelle che, per contrapposto alla concezione puramente quantitativa che ne hanno i «meccanicisti», possiamo chiamare le sue determinazioni qualitative.

Scritto da René Guénon

4. «Quantità spaziale e spazio qualificato»

l Regno della Quantità e i Segni dei Tempi

[1] È vero che Cartesio, all’inizio della sua fisica, pretende soltanto di costruire un mondo ipotetico mediante certi dati riconducibili all’estensione e al movimento; ma, poiché in seguito si sforza di dimostrare che i fenomeni che si produrrebbero in un mondo del genere sono precisamente quelli stessi che si constatano nel nostro, è chiaro che, nonostante questa precauzione esclusivamente verbale, egli vuol concludere che quest’ultimo è effettivamente costituito come quello che egli aveva inizialmente supposto. 

[2] Ciò vale ugualmente contro l’atomismo, poiché questo, non ammettendo per definizione alcuna esistenza positiva diversa da quella degli atomi e delle loro combinazioni, è necessariamente condotto a supporre che tra loro esista un vuoto nel quale essi possono muoversi. 

[3] Quale per esempio la geometria descrittiva o la cosiddetta analysis situs secondo certi studiosi di geometria. 

[4] Leibnitz l’ha espresso con questo aforisma: «Æqualia sunt ejusdem quantitatis; similia sunt ejusdem qualitatis». 

[5] A questo proposito ci si dovrà riferire alle considerazioni da noi esposte, con tutti gli sviluppi ad esse connesse, nel Symbolisme de la Croix

[6] Nella fattispecie, si dovrebbero esaminare qui tutte le questioni d’ordine rituale riferibili più o meno direttamente all’«orientazione»; evidentemente non possiamo insistervi, e ci limiteremo a menzionare come sia in tal modo che, tradizionalmente, vengono determinate non solo le condizioni per la costruzione degli edifici, si tratti di templi o di case, ma anche quelle per la fondazione delle città. L’orientazione delle chiese è l’ultimo vestigio che ne è rimasto in Occidente fino all’inizio dei tempi moderni, l’ultimo almeno dal punto di vista «esteriore», poiché, per quanto riguarda le forme iniziatiche, considerazioni di questo genere, benché oggi generalmente incomprese, vi hanno sempre conservato il loro posto simbolico, anche quando, nel presente stato di degenerazione di tutte le cose, si è creduto di potersi dispensare dall’osservare la realizzazione effettiva delle condizioni che esse implicano, e di contentarsi, a questo proposito, di una rappresentazione semplicemente «speculativa».

Scritto da René Guénon

4. «Quantità spaziale e spazio qualificato»

l Regno della Quantità e i Segni dei Tempi

101 Storie Zen - 27. La voce della felicità. | SAGGEZZA


101 Storie Zen 

27. La voce della felicità

Dopo la morte di Bankci, un cieco che viveva accanto al tempio del maestro disse a un amico: «Da quando sono cieco, non posso osservare la faccia delle persone, e allora devo giudicare il loro carattere dal suono della voce. Il più delle volte, quando sento qualcuno che si congratula con un altro per la sua felicità o il suo successo, afferro anche una segreta sfumatura di invidia. Quando uno esprime il suo rammarico per la disgrazia di un altro, sento il piacere e la soddisfazione, come se quello che si rammarica sia in realtà contento che nel suo proprio mondo ci sia ancora qualcosa da guadagnare».

«La voce di Bankei, però, sin dalla prima volta che l'ho sentita, è stata sempre sincera. Quando lui esprimeva la felicità non ho mai sentito null'altro che la felicità, e quando esprimeva il dolore, il dolore era l'unico sentimento che io sentissi».

A cura di Nyogen Senzaki e Paolo Reps

101 Storie Zen

Con il termine zen (禅) ci si riferisce a un insieme di scuole buddhiste giapponesi che derivano per dottrine e lignaggi dalle scuole cinesi del buddhismo Chán a loro volta fondate, secondo la tradizione, dal leggendario monaco indiano Bodhidharma. Per questa ragione talvolta si definisce zen anche la tradizione cinese Chán, ma anche le tradizioni Sòn coreana e Thiền vietnamita. Immagini tratte dalla rete. Fonte: Scienza Sacra

I Dalton | La mucca Margherita #27

La mucca Margherita

DALTON#27 


 

domenica 21 aprile 2024

BOLLINO ROSSO #GOLIARDIA

BOLLINO ROSSO #GOLIARDIA

 

Tatuaggi e Rituali della Camorra (2024) | documentario

Tatuaggi e Rituali 
della Camorra 
Negli anni i pessimi camorristi napoletani hanno utilizzato i tatuaggi come strumento identitario e per dimostrare la fedeltà ai capi. Sono passati dai rozzi disegni realizzati in carcere con la posa del caffè e la suola delle scarpe ai complessi disegni con significati esoterici, degne delle peggiori società segrete, spesso cancro della società civile da estirpare.

VALLE CAUDINA - Finalmente riapre la Chiesetta dell'Annunziatella ad Arpaia. Gemellaggio Caudino con Grecia e Lituania | CAUDIUM

VALLE CAUDINA - Finalmente riapre la Chiesetta dell'Annunziatella ad Arpaia. Gemellaggio Caudino con Grecia e Lituania | CAUDIUM

Finalmente arriva la buona notizia della riapertura della Chiesetta dell'Annunziatella, punto di riferimento socioculturale rimesso in sesto grazie alle sinergie tra le locali istituzioni civili e religiose, senza tralasciare l'impegno delle associazioni operanti ad Arpaia.

Si prevede una folta presenza di attivisti, politici e curiosi per la cerimonia del 2 maggio alla presenza di Sua Eccellenza Monsignor Giuseppe Mazzafaro, Vescovo di Cerreto Sannita, Telese Terme e Sant'Agata de' Goti, che guiderà una veglia di preghiera mariana. L'Officina Sociale è in prima linea  per vivacizzare il territorio, come nel caso del gemellaggio tra la Nuova Caudium e giovani Erasmus della Lituania e della Grecia. L'Abbazia di San Fortunato di Arpaia ha ospitato cuori extraCaudini d'ora in poi legati ad emozioni e ricordi che potrebbero segnare una svolta per tutta la Valle Caudina, pronta ad uscire dall'isolamento dell'entroterra un tempo collegato alla Magna Grecia.

In questa tradizione, da considerare autentica e veritiera, resta certamente eco dei rapporti di amicizia e dei legami politici instaurati da Archita con l'aristocrazia sannitica, e in particolare con la gens Pontia, la più autorevole, che proveniva da Caudio, la città del Sannio maggiormente ellenizzata nel IV secolo a. C. Archita è stato un filosofo, matematico e politico greco antico. Appartenente alla "seconda generazione" della scuola pitagorica, ne incarnò i massimi principi secondo l'insegnamento dei suoi maestri Filolao (470 a.C.-390 a.C./380 a.C.) ed Eurito (V secolo a.C.). È considerato il creatore della meccanica razionale e il fondatore della meccanica, con un forte legame con la Valle Caudina.

Per dire la Vostra, contattateci all'indirizzo di posta elettronica caudiumpatrianostra@gmail.com oppure tramite Twitter @SchiaffoLo



VALLE CAUDINA - Il Calcio che unisce...l'Unione dei Comuni Città Caudina. Vincono aggregazione, solidarietà, danza e sport. | CAUDIUM

VALLE CAUDINA - Giornata memorabile per la Nuova Caudium tra solidarietà, aggregazione, danza e sport | CAUDIUM

La partita del Cuore Caudino ha trionfato, sotto tutti gli aspetti, ieri mattina in uno Stadio Comunale "Allegretto" mai visto così gremito da Donne e Uomini giunti da ogni angolo della Valle Caudina. 

La Città di Montesarchio è stata molto attenta a sviluppare un programma che ha valorizzato il terzo settore, dando un chiaro messaggio alle nuove generazioni della Nuova Caudium, assiepate sulle gradinate in una giornata dedicata alla raccolta fondi per i più deboli, senza tralasciare la positività messa in campo dalle persone più sfortunate che in Valle Caudina hanno conquistato fiumi di affetto e valanghe di sorrisi. Sinceri. 


La sfida tra Vecchie glorie della Valle Caudina e la Nazionale Italiana Attori non è andata bene per la compagine Caudina, sconfitta per 3 reti a 2. Una squadra guerriera scesa sul rettangolo di gioco a testa alta, capace di incarnare l'essenza della Nazionale proto-Caudina che un domani potrebbe regalare altre esperienze simili ad una Comunità pronta a seguire un percorso Caudinista ed Unionista.
Il “Calcio che Unisce…” è stato organizzato dal Consigliere Delegato allo Sport, Nico Ambrosone, dal Vicesindaco Morena Cecere, dal Sindaco Carmelo Sandomenico, con tanto di patrocinio del Comune di Montesarchio, della Regione Campania, della Provincia di Benevento, di Confindustria di Benevento e dalla sezione beneventana del CONI. Era da tempo in cantiere e finalmente si sono creati i presupposti giusti per trasformare le idee in azioni. 


La coppia Sandomenico-Cecere, rispettivamente Primo Cittadino e Vice con la Fascia Tricolore, hanno davvero cambiato pagina in positivo, almeno per gli aspetti culturali, sociali e ricreativi montesarchiesi. La loro apertura all'esterno indica un netto miglioramento per l'assetto intercomunale. L'equilibro politico, invece, è labile, perché pur sempre legato alle dinamiche del momento, paradossalmente, lontane dal territorio stesso per le gerarchie dei Capoluoghi di Provincia. In effetti quelle sono le sedi esclusivamente privilegiate per le scelte amministrative e le future candidature elettorali, in linea di massima.

Le parole di Sandomenico, in ogni caso, fanno ben sperare per il futuro dell'Unione dei Comuni Città Caudina. Ai microfoni di Usertv, a cui vanno i nostri complimenti per la diretta mattutina, Montesarchio ha dato il via ad una nuova Era orientata alla fusione tra tutte le micro-realtà Caudine per costruire una Macro-Caudium. 

Proprio dalla positività della manifestazione sorta dalla sensibilità della Cittadina all'ombra della Torre, coadiuvata dalla Valle Caudina Unita, potrebbe ripartire un'entità che ha avuto difficoltà evidenti per la realizzazione e la costruzione di una rete territoriale dei servizi. 

I giovanissimi presenti, invece, potrebbero partire con una nuova marcia con un'ottica differente, sganciata dal becero campanilismo e dall'ostruzionismo di ogni singolo Comune, contrapposto al Progetto di un'area omogenea in tutto e per tutto. 
Ora abbiamo bisogno di una dose massiccia di giovane Linfa, vitale per una Terra ricca di Storia e povera di soddisfazioni. La splendida giornata Caudina di ieri non deve restare fine a se stessa. 
AVANTI CAUDINE!
AVANTI CAUDINI! 

Care lettrici e cari lettori de Lo Schiaffo 321, continueremo a seguire il caso.

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"L'Italia vive nella Contea". Dal Signore degli Anelli, passando per Craxi, Arafat e Andreotti alla Sovranità Nazionale finta | POLITICA

"L'Italia vive nella Contea". Dal Signore degli Anelli, passando per Craxi, Arafat e Andreotti alla Sovranità Nazionale finta | POLITICA

Le cariche della polizia durante le proteste a favore della popolazione palestinese danno ancora prova di un'Italia stretta tra i necessari dettami dell'Alleanza Atlantica, ai quali sembra essersi volente o nolente asservita. Al di là del fattore umanitario le manifestazione pubbliche non convergono verso alternative credibili, così oggi il Paese ha una collettività svuotata, priva di senso della storia e della realtà. Una Contea di Hobbit che fa fatica a risvegliarsi dal proprio torpore.

Compiuta la missione di distruggere l’Unico Anello, ripristinata l’autorità della monarchia di Gondor e dei suoi soci, la Compagnia dell’Anello – come narrato da J.R.R. Tolkien – prende la via di casa nell’ultima parte del Signore degli anelli. Gli Hobbit in particolare, al termine di un percorso di crescita spirituale e, nel caso di Merry e Pipino, anche fisica, tornano nella placida tranquillità della Contea. A sconvolgere il loro rientro a casa è l’arrivo di Saruman, il quale ha trasformato la paradisiaca terra degli Hobbit in un prototipo di società industriale avanzata, con grandi palazzi e fabbriche in grado di inquinare e smantellare l’ecologia della comunità.

Colpisce, oltre all’afflato ecologista, la nota di consapevolezza di cui solo chi, come Frodo e i suoi amici, ha dovuto affrontare drammaticamente la realtà e la storia, può rendersi conto: la Contea è completamente disabituata alla guerra. 

I suoi abitanti hanno accolto passivamente il dominio di un potente straniero, perché incapaci di concepire qualsivoglia capacità di rivolta o di sollevazione popolare. Alla fine, sono coloro i quali hanno visto la realtà e la vita dispiegarsi nel pieno della loro crudeltà, a salvare la Contea da Saruman, risvegliando gli Hobbit dal loro torpore anti-storico.

L’Italia vive come una piccola contea di Hobbit da almeno mezzo secolo. Fuori dalla realtà, al di là del tempo, con la compagnia di altri Paesi dell’Europa occidentale, Germania in primis. Si è disabituata al conflitto e alla violenza, interna o esterna. Le concepisce come estranee e perlopiù da evitare o da respingere. Pone in atto una visione pacifista che è più simile ad una ricerca del quieto vivere che ad un più complesso modo di agire nel mondo. Oggi in Italia convivono due visioni parimenti indicative dello stato di salute della nostra comunità, intesa come comunità sovrana e coerente.

Da un lato l’assoluta e cieca obbedienza alla Nato e all’alleato (tra mille virgolette) americano, con relative politiche di totale asservimento agli “alleati”. Più filo-israeliani degli stessi israeliani (secondi forse alla sola Germania); totalmente a sostegno (peraltro più a parole che nei numeri) dell’Ucraina, dimentica dei suoi rapporti spesso amichevoli con la Russia e con i Paesi arabi

Eppure, risulta impossibile concepire concretamente di divincolarsi dall’Alleanza Atlantica e dal sostegno ad Israele, altrettanti elementi atti a blindare il governo e a permettere a Giorgia Meloni di promuovere un deciso cambio di passo, manifestatosi in termini di politiche restrittive, di controllo della stampa, di repressione del dissenso (quest’ultimo, ad onor di cronaca, di cui si sono fatti complici governi di ogni colore nella nostra recente storia nazionale).

Nato - Italya

Il sovranismo semplicemente non esiste, né è mai esistito in Italia, se non per il sussulto – a tratti anche patetico – del primo governo Conte. Fa riflettere che un governo campione di patriottismo e dell’apparente interesse nazionale, oggi sia perfettamente in linea con i precedenti. Come a dire che, in fondo, contano poco o nulla il colore politico e la politica in generale. 

L’Italia vive specialmente della propria condizione antropologica e sociale. Nessun governo si è  mai realmente distaccato da una continuità di atteggiamento che, lungi dal rispondere a fantomatiche ed inesistenti ideologie, segnala che a contare maggiormente nella traiettoria di una nazione siano gli elementi strutturali e non gli orpelli, spesso esaltati a livello mediatico.

Se da un lato vi è la linea ufficiale – e in fin dei conti l’unica possibile – dall’altro lato vi sono le piazze, le università, i piccoli e grandi partiti anti-sistema. Una folta schiera di studiosi, di studenti, di lavoratori, spesso di giovani che esprimono il proprio dissenso e il proprio sostegno – ad esempio, ma non solo – alla causa Palestinese. Sovente fronteggiando una repressione che sta avvenendo peraltro in misura anche maggiore in altri contesti come la Germania, strangolata dal senso di colpa e ancor meno capace di decidere del proprio futuro. Ciò che manca a simili manifestazioni, al di là dei risultati conseguiti in contesti universitari, è una visione a lungo termine.

Una consapevolezza storica che non può ridursi alla mera pace per la pace. Anestetizzata da decenni, la popolazione italiana si lascia trasportare dal vento in un oceano di cui non conosce nulla né l’estensione, né la profondità, né gli eventuali porti di approdo. Difficile immaginare un passaggio di consegne più netto e drammatico di quello che, sul finire degli anni Settanta, condusse l’Italia al proprio precario stato di salute attuale. 

Fino alla fine degli anni più duri del terrorismo nero e rosso e a partire dal governo Craxi, l’Italia fu espressione di velleitari sussulti e di una politica estera favorita dalla propria posizione di alleato e vassallo di confine dell’Alleanza Atlantica.

A partire dalla sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale mascherata da vittoria, in cui pure si ebbe l’ardire, da parte di Alcide de Gasperi e Carlo Sforza, di reclamare i territori istriani e la Tripolitania, in quanto popolati da italiani e conquistati prima del ventennio fascista, l’Italia ha espresso in una forma edulcorata ma oggi impensabile, l’ultimo fiore della propria giovinezza geopolitica e della propria vitalità interna.

Gli anni Cinquanta sono caratterizzati da una generazione che, lungi dal dimenticare il Risorgimento e la Grande Guerra, ricostruisce quasi a mani nude la nazione distrutta, capitalizzando gli ingenti – e corruttori – aiuti americani. Si esprime anche attraverso l’ultimo grande partito nazional-popolare, quel Partito Comunista Italiano, unico insieme al Movimento Sociale a presentare il tricolore nel proprio stemma, quale vettore di influenza e di raccordo con l’arcinemico non così nemico della Russia Sovietica.

Gheddafi

In perfetta continuità con le politiche liberali e fasciste, l’Italia è allora in grado di muoversi quasi in libertà nel Mediterraneo. Baratta la presenza demografica in Libia con il dominio economico di Eni dopo l’avvento di Gheddafi. Opera politiche energiche – carenti sotto il profilo dell’operatività militare – in tutto il mondo arabo. Fino agli anni Ottanta l’Italia tenta di andare al di là dei propri mezzi e delle proprie possibilità, inconsapevole di nutrire al proprio interno il germe della propria progressiva perdita di autonomia e di volontà, oggi evidente. Ancora nel 1968, commentando – nel saggio La diplomazia italiana e gli equilibri mediterranei – l’attivismo di Fanfani nella questione israelo-palestinese, venne definita la sua politica della “presenza” come: 

«Quasi patologica necessità di giocare un ruolo nelle relazioni internazionali anche quando questo ruolo può essere chiaramente al di là dell’interesse, dei mezzi e delle capacità dell’Italia

Tale politica è figlia della linea filo-araba di cui si fecero promotori Enrico Mattei o Giulio Andreotti, con Craxi a rappresentarne l’estrema sublimazione nel proprio sostegno all’Autorità Nazionale Palestinese. Sembra passata un’era geologica da simili frangenti. Intanto le esigenze strategiche italiane, riassunte nella necessità di controllare i mari rivieraschi e dunque di disporre di una profondità strategica nelle sponde opposte del Mediterraneo (così in Libia o in Algeria), hanno lasciato oggi il posto a dichiarazioni più o meno velleitarie. 

Arafat e Andreotti

Tra Piani Mattei e fantascientifici Ministeri del Mare. Con le piazze che, oltre a convogliare le giuste istanze di condanna verso lo sterminio in corso a Gaza, non sono più in grado – perché svuotate per cause esogene ed endogene della propria natura violenta – di convertirsi in un processo di mutamento antropologico; in un distanziamento progressivo ed effettivo dai propri protettori; nell’avvio di una seria politica mediterranea, tale da farsi carico di una revisione dei rapporti con il mondo arabo, promuovendo un atteggiamento di reale supporto alla causa palestinese, per ragioni umanitarie ma anche tattiche.

Fu attraverso le piazze che, ancora tra gli anni Sessanta e Ottanta, si espresse l’ultimo respiro di vitalità generazionale italiana. Così nell’esigenza di un cambio di regime, in un terrorismo che se separato dalla ancora forte vitalità di intere schiere di giovani rimane di difficile comprensione.

Nella violenza – che smentisce ogni chiacchiera in merito all’incapacità italiana di scendere in piazza – si è manifestata la volontà ancora profondamente storica di un’intera popolazione, non ancora lobotomizzata dal benessere economico e dalla repressione. 

Convertitasi nel consumismo sfrenato degli anni Ottanta e Novanta, nella Milano da bere e nella trasformazione della controcultura giovanile, di cui si fecero promotori anche i movimenti ultras, in valvole di sfogo incoerenti, nell’esplosione della criminalità dei Vallanzasca e della Mafia Veneta, nella diffusione di droghe e di comportamenti trasgressivi privi della volontà di cambiamento sociale.

Italya

Quella stessa generazione e i loro successori, che rappresentano oggi la percentuale maggiore di popolazione, cuore di una vecchia Italia priva di valori, avulsa al combattimento, abituata al benessere e reclamante lo stesso al di là di ogni seria considerazione sul futuro nazionale e non solo, ha finito per assorbire mentalmente in parte le – poche – schiere di giovani. 

Le stesse che, pure, nelle piazze scendono ancora, venendo criticate e represse, specialmente da chi quelle piazze le ha progressivamente rifiutate e poi annichilite. Pur sapendo che tali manifestazioni non sono che semplici increspature. Non segnalano alcun cambio di passo o di rotta.

Scrive Tolkien, all’inizio del Signore degli Anelli, come gli Hobbit si fossero completamente dimenticati della guerra. Abituati al ben vivere e al lento scorrere del tempo. Rispetto alla Contea però, resta difficile immaginare un Frodo, un Merry, un Pipino, un Sam che abbiano la forza di restituire consapevolezza alla collettività italiana, dopo aver visto con i propri occhi che, al di là del nostro artificioso paradiso, il mondo cammina con evidente sonnambulismo verso la catastrofe.

Scritto da Massimiliano Vino


Dissipatio è una cellula mediatica che si muove nello spaziotempo attraverso la produzione di approfondimenti, analisi e scenari strettamente collegati all’attualità quanto alle meccaniche dello spirito della nostra epoca (un progetto del Gruppo Editoriale MAGOG). Da Gennaio 2022, nell'etere.

Per dire la Vostra, contattateci all'indirizzo di posta elettronica caudiumpatrianostra@gmail.com oppure tramite Twitter @SchiaffoLo. Quelle espresse in questo articolo sono le opinioni dell’autore, che non corrispondono necessariamente a quelle de "Lo Schiaffo 321".

ITALO SVEVO - Senilità - Capitolo 5 (Audiolibro)

Italo Svevo - Senilità - Capitolo 5

Senilità è il secondo romanzo di Italo Svevo, pubblicato nel 1898. Il protagonista del romanzo è Emilio Brentani, uomo inetto, diviso tra la brama di amore e piacere e il rimpianto per non averli goduti. Nel romanzo Svevo affronta il problema dell'inettitudine, dell'incapacità da parte del protagonista di gestire la propria vita interiore e sentimentale. L'indecisione e l'inerzia con cui Emilio affronta le vicende della sua vita lo portano a chiudersi nei suoi ricordi, in uno stato di vecchiaia spirituale (da cui il titolo "Senilità"). (SNAudiolibri)


 

25 APRILE: PARLIAMO CHIARO (almeno per una volta) #perle

25 APRILE: PARLIAMO CHIARO (almeno per una volta) #perle

Invito la lettrice ed il lettore prima di addentrarsi nella lettura di questo articolo, di soffermarsi su quanto ha scritto il fascista antifascista Giorgio Bocca nel suo “Storia dell’Italia partigiana”:

"Il terrorismo ribelle non è fatto per prevenire quello dell’occupante, ma per provocarlo, per inasprirlo. Esso è autolesionismo premeditato: cerca le ferite, le punizioni, le rappresaglie per coinvolgere gli incerti, per scavare il fosso dell’odio. E’ una pedagogia impietosa, una lezione feroce."

Avvicinandosi le celebrazioni di quella data fatidica, tutti sono in fibrillazione: il Presidente Napolitano, Berlusconi, Franceschini e Gianfranco Fini. Tutti a sostenere che l’anniversario della data fatidica deve essere motivo di esultanza di tutti gli italiani; forse, tutti, ma meno uno: il sottoscritto. Il 25 aprile è la giornata della sconfitta dell’Italia; il 25 aprile è il ricordo della Resistenza; la Resistenza non appartiene solo ad una parte, sostengono i sopraccitati signori, ma a tutto il popolo italiano. Che bufale! De Felice la liquida come “un fenomeno minoritario”.

Mai si è sentito di battaglie combattute dai Partigiani a danno di militari germanici o della Rsi. Mai che si legga o si senta che i Partigiani, di questo o quel reparto, abbiano sconfitto in una battaglia campale, le Forze armate tedesche o Repubblicane. Ci fu un caso quello di Domodossola, avvenne uno scontro che si prolungò per qualche giorno, poi si concluse con la fuga dei resistenti in Svizzera. Le eroiche gesta dei Partigiani erano solo e soltanto omicidi compiuti a danno di militari isolati; mai un atto qualsiasi di rilevanza bellica.

Fu la Resistenza un fenomeno che coinvolse tutto il Popolo Italiano, come sostengono i notabili insidiatisi nel dopoguerra? 

Ma quando mai! Secondo una pubblicazione dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani Italiani) “Breve storia della resistenza italiana” i Partigiani sarebbero stati 40 mila. Altra bufala, tanto è vero che il presidente americano della Commissione incaricata si dimise scandalizzato dal procedimento alla maniera italiana, quando apprese con quale sistema venivano concessi brevetti di Partigiani, praticamente a chi ne faceva richiesta. E dall’altra parte, i Repubblichini, poterono schierare ottocento mila uomini della Repubblica Sociale Italiana, moltissimi volontari, che scesero in campo per contendere, spesso con successo (si pensi alla vittoria dei Repubblichini, in Garfagnana) l’avanzata delle armate Angloamericane.

Ma quale veste giuridica possono vantare i Partigiani? Quella di fuorilegge! Signori che esaltate i valori della Resistenza, non prendetevela con l’autore di queste note: se avete obbiezioni, rivolgetevi ai legislatori che stabilirono “sulla base delle Convenzioni dell’Aja del 1889 e del 1907 (Convenzioni ratificate a Ginevra nel 1927), sono legittimi combattenti i militari delle Forze Armate regolari di uno Stato belligerante, purché indossino una uniforme conosciuta dal nemico, portino apertamente le armi, dipendano da ufficiali responsabili e dimostrino di rispettare le leggi e gli usi di guerra.

E i Resistenti? Ce n'è è anche per loro: “Sono riconosciuti legittimi combattenti anche i così detti movimenti di resistenza organizzati in territorio occupato dal nemico: debbono recare un distintivo fisso e riconoscibile a distanza. I loro comandanti devono agire in collegamento con il governo legittimo ed assicurarsi che le armi vengano usate apertamente dai combattenti di questa categoria; è fatto divieto di agire individualmente tranne che in casi determinati, nei quali, se fatti prigionieri essi devono dimostrare la loro appartenenza al corpo dei volontari”. 

E, poco più avanti, nell’Articolo 4: “Gli illegittimi combattenti vengono dovunque perseguiti con pene severissime e sono generalmente sottoposti alla pena capitale”. 

E come dicono gli amici dei miei nemici, per capire quale fosse la tecnica che i Comunisti intendevano porre in essere, ecco un ampio stralcio del libro “7° Gap” di Mario De MicheliEdizioni Cultura Sociale, Roma 1954:

“Sin dall’ottobre 1943 il partito comunista aveva preso l’iniziativa di costituire le “Brigate d’assalto Garibaldi” e i “Gruppi d’azione patriottica”: le brigate dovevano operare sulle montagne, i gruppi dentro la città (…). I “Gap” dovevano essere gli Arditi della guerra di Liberazione, soldati senza divisa (…). Essi dovevano combattere in mezzo all’avversario, mescolandosi ad esso, conoscerne le abitudini e colpirlo quando meno se lo aspettava (…). I complici del Fascismo e del Tedesco non avrebbero più dovuto trascorrere i loro giorni indisturbati, in quiete e tranquillità; avrebbero, invece, dovuto vivere d’ansia, guardandosi continuamente attorno, trasalendo se qualcuno camminava alle loro spalle. Portare la morte a casa del nemico era insomma la direttiva con cui sorgevano i “Gap” (…).

Né poteva essere diversamente per Beppe Fenoglio nel suo libro “Il partigiano Johnny”, che indica quale metodo di lotta dovevano usare i Resistenti. Ecco un breve stralcio:

“Alle spalle, beninteso, perché non si deve affrontare il fascista a viso aperto: egli non lo merita, egli deve essere attaccato con le medesime precauzioni con le quali un uomo deve procedere con un animale.

A questo punto vorrei chiedere ad un qualsiasi lettore, di qualsiasi colore politico sia: "dove individuate in queste azioni qualcosa di eroico?”. Sempre che, è ovvio, le parole abbiano ancora un senso. La realtà è una, e cioè che l’Italia antifascista, bisognosa di una giustificazione storica, ha tentato di fare della Resistenza un suo mito di fondazione.

Quello che è successo alla fine e dopo la fine, è ormai storia, checché possano sostenere i vari Gianfranco Fini & Co., e l’attestano sentenze di tribunali: vendette, stragi, omicidi privati, rapine. Non di rado a danno di altri partigiani. C’è una sentenza del 26/4/1954, quindi ampiamente dopo la fine delle ostilità, emessa dal “Tribunale Militare”, sentenza che mandò in bestia i più alti esponenti dell’antifascismo:

“(…). Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 la sovranità di fatto, o meglio l’autorità del potere fu, nella parte dell’Italia ove risiedeva il Governo legittimo, esercitata dalle Potenze alleate occupanti. Non poteva essere altrimenti, dal momento che, durante il regime di armistizio, permaneva lo stato di guerra e l’occupante era sempre giuridicamente “il nemico”. Basti considerare che tutte le leggi e tutti i decreti ricevevano piena forza ed effetto di legge a seguito di ordini degli Alleati. Pertanto il Governo del Re era un Governo che esercitava il suo potere “sub condicione”, nei limiti assegnati dal comando degli eserciti nemici (…). Indubbiamente pressoché immutato era rimasto l’ordinamento giuridico esistente nella Repubblica Sociale Italiana; gli stessi codici, le stesse leggi venivano applicati dagli organi del potere esecutivo e della Magistratura”.

“L’organizzazione statale si manteneva in piedi a mezzo delle autorità preposte (…); l’autorità tedesca ebbe allora ad inserirsi nella vita italiana del centro-nord, indubbiamente le autorità della Repubblica Sociale Italiana subirono talvolta la pressione e le direttive del loro alleato, pur opponendosi spesso con energia alle loro iniziative (…). Tra il Regime del Centro-Nord e quello del Sud appare, dunque, che “de facto” il Governo legittimo e quello di Mussolini avevano una libertà limitata: “de jure”, era peraltro, preclusa al Governo legittimo ogni indipendenza, mentre tale formale preclusione non esisteva per la Repubblica Sociale Italiana che emanava le sue leggi e i suoi decreti senza l’autorizzazione dell’alleato Tedesco”.

Sarebbe interessante riportare in pieno anche le motivazioni contenute nella sopraindicata Sentenza circa la validità giuridica dei combattenti della Rsi, mentre la stessa validità era disconosciuta per i partigiani. Quanti furono i Fascisti o supposti tali eroicamente assassinati dai Partigiani, nel modo poco sopra indicato? Pino Romualdi nel suo volume “Fascismo Repubblicano”, pag. 205, scrive:

“Si parla di trecentomila persone, di mille famiglie interamente distrutte, di settemila donne e di molti fanciulli assassinati. I rapporti riservati che arrivano dalle province sono paurosi. Ma il governo tace”.

Nel dopoguerra per anni si è parlato di 320 mila morti. Se il governo tace, qualcuno alla Camera parlò. In un verbale della Camera dei Deputati risulta che, nel corso di una seduta, l’Onorevole Selvaggi si rivolse al Ministro degli Interni per chiarire, finalmente, quanti fascisti vennero uccisi dai partigiani a guerra conclusa. 

Si alzò imperiosamente l’Onorevole Scotti del Pci, il quale interrompendo il Ministro, urlò: “Sono trecentomila, li abbiamo ammazzati noi e abbiamo fatto bene!.

Una cosa è certa: l’Istituto Storico della Rsi, a Terranova Bracciolini, ha edito un elenco di 55 mila nomi, elenco corredato dalla data dell’omicidio e, in molti casi, anche la località dove il fatto avvenne. Ma l’Istituto assicura che l’elenco deve essere aggiornato. Debbono trovare spazio, inoltre, un elenco dei morti ammazzati per foiba, operazione messa in atto dai Partigiani Titini con l’aiuto dei Partigiani italiani. Ma questo è un altro discorso.

Anna Sanfilippo

Anna Sanfilippo è figlia di uno dei giustiziati (assassinati) dai partigiani; Anna Sanfilippo ha scritto (L’Indipendente del 22 aprile 1994):

“Io purtroppo non parlo per sentito dire, ma per aver vissuto degli anni terribili, solo perché figlia di un militante della Rsi. Io (ormai anziana) ero soltanto una bambina quando mi sono vista portare via il padre e farlo sparire nel nulla. Avevo 12 anni e la sera del 12 maggio ’45 (guerra finita) suonarono alla porta tre individui giovanissimi, una fascia tricolore al braccio con la scritta “giustizia e libertà”; a spintoni portarono papà fuori dicendogli di seguirli al comando. Da allora è incominciato il dramma mio e di mia madre. Mamma e io abbiamo fatto delle inutili ricerche tra umiliazioni, schiene girate e tante porte chiuse, clero compreso. Nulla, non abbiamo mai saputo nulla”.

“Ecco perché a tanti anni di distanza non riesco, non posso, non devo, non voglio dimenticare e tanto meno perdonare (…). Vorrei anche aggiungere – come molte altre persone ricordano – che ho sempre presente la visione dei tanti opportunisti ed equilibristi che con una velocità impressionante hanno cambiato bandiera e colore di camicia saltando da perfetti circensi sul carrozzone dei vincitori”.

Per concludere, da parte dei perbenisti sento dire che i figli non devono pagare le colpe dei padri. E io chi ero? La figlia di un mafioso? Di un criminale? Di un ladro? Niente di tutto questo. Mio padre non era né un gerarca, né un graduato: era un semplice soldato che credeva al suo ideale. Non è scappato l’8 settembre ’43 e non è scappato il 25 aprile. Era in casa quel 16 maggio 1945, perché si sentiva in pace con la sua coscienza”. E qualcuno va a cercare i desaparecidos argentini…!

Scritto da Filippo Giannini

Quelle espresse in questo articolo sono le opinioni dell’autore, che non corrispondono necessariamente a quelle de "Lo Schiaffo 321". Immagini tratte dalla rete. Fonte: pocobello