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martedì 2 luglio 2024

L'Isola del Tesoro (manifatturiero)? Si chiama Valle Caudina | perle


L'Isola del Tesoro (manifatturiero)? Si chiama Valle Caudina | perle

Decine di lettrici e lettori ci segnalano un articolo di spessore apparso sull'edizione nazionale de Il Mattino a firma di Nando Santonastaso. Un vero e proprio schiaffo alla politica della Valle Caudina, incapace di guardare oltre i confini dei rispettivi paesi. Non ci stancheremo mai di lottare per portare avanti l'Idea Caudinista e questo "pezzo" ci spinge a continuare su questa strada.

Applausi e complimenti per il pezzo che riaccende i riflettori sulla Nuova Caudium, ma non per fatti di cronaca nera e/o affini. Questa volta le Eccellenze Caudine hanno conquistato visibilità, dopo tanto sudore. In un'era industriale, fatta di delocalizzazione e precariato, le aree interne restano spesso nel dimenticatoio, almeno fino alle campagne elettorali. L'Isola del Tesoro? Ci siete con i piedi sopra.

Buona lettura.

L'isola del tesoro, almeno nell'immaginario collettivo, è un mito lontano. Una favola da raccontare ai bambini. Eppure ce n'è una vera, proprio in Campania, a poco più di 50 chilometri da Napoli. Ma non nel Tirreno. Dall'altra parte: verso Est, nel mezzo delle montagne dell'interno. Seguendo il vecchio tracciato dell'Appia, la Regina Viarum dei romani, c'è un'isola senza mare, circondata com'è dal massiccio del Taburno e dalla montagna di Montevergine, tanto che per approdarvi dalla pianura napoletana è necessario rampicare sull'irta salita delle mitiche Forche Caudine. 

Superate le quali, in quel di Arpaia, si accede al nostro scrigno sconosciuto. Un incredibile tesoro manifatturiero, produttore di grande ricchezza, ignorato dalla grande maggioranza dei campani eppure composto da ben 318 imprese industriali attive (dato Istat 2021). Quest'isola del Tesoro si chiama Valle Caudina. 

E come in tutte le isole del tesoro qui la realtà supera la fantasia con aziende, come vedremo, che in mezzo alle montagne producono equipaggiamenti per le imbarcazioni marine o con imprenditori capaci di progettare e costruire case e residence di legno "made in Campania" vendute e montate, nello stupore generale, in Trentino o in Valle d'Aosta.

Già, perché in questo lembo di terra dove l'Irpinia si trasforma in Sannio e viceversa, nonostante l'isolamento (basti pensare alla chiusura da quasi quattro anni della linea ferroviaria regionale Napoli-Benevento) col passare degli anni si è formato un reticolo manifatturiero di grande spessore e di altissima qualità che ha ben poco da invidiare alle grandi province del Nord

Un esempio? In Valle Caudina lavorano nel settore manifatturiero oltre 3.000 persone, pari al 25% del totale dei lavoratori dipendenti della zona. Oltre il doppio rispetto ad un settore tradizionalmente forte in Campania come quello delle costruzioni che assorbe l'11% degli occupati. Non solo. In un recente studio presentato dall'economista Alessandro Leon del Centro Studi Cles, cui la Regione Campania ha affidato l'analisi del territorio in vista del lancio di un Master Plan di Valle, è stato messo in evidenza un dato importantissimo: nel decennio 2012/2021 gli addetti alle 318 imprese industriali Caudine sono aumentati del 13%. Un'espansione fortissima. 

Nello stesso periodo (vedi i dati della Camere di Commercio) una provincia industrialmente robustissima come quella di Bergamo ha visto diminuire il numero delle sue imprese manifatturiere del 18% mentre l'occupazione industriale nella provincia di Brescia è salita solo dell'1,2% nel decennio.

Ma chi sono i protagonisti di questo "miracolo ignoto" della manifattura Caudina? L'humus imprenditoriale di questa terra è evidente: la Valle Caudina vanta una tradizione "industriale" e logistica antichissima avendo fornito da sempre a Napoli il carbone da riscaldamento e il ghiaccio da raffreddamento prima dell'avvento dell'elettricità, del petrolio e del gas. Su questo substrato imprenditoriale nell'ultimo ventennio sono nate imprese medie e piccole bellissime e attivissime. 

Iniziamo dai casi più eclatanti. In piena montagna, dominato dalla luce della roccia Jedema Ianca (Pietra Bianca) di Pannarano, circondata da boschi di un verde intenso, spuntano i 26.000 metri quadri della FdF di Ferdinando de Falco, che ha portato il mare in mezzo ai monti visto sotto i castagni produce materiali obbligatori per la navigazione come pistole lanciarazzi e torce luminose. Come mai qui? Perché De Falco anni fa rilevò un'azienda che assemblava fuochi d'artificio con l'ambita licenza per lavorare materiali delicati come la polvere da sparo lontano da centri abitati. Fatto sta che ora la FdF assieme alla FdF Tek nella vicina Pietrastornina, non solo dà lavoro a una sessantina di persone ma esporta il 70% della sua produzione in Francia

Che dire della Wood Planner Bioedilizia dislocata nell'area industriale di Cervinara? Quest'impresa dà vita a case (ma anche a interi palazzi) in materiali prefabbricati in legno e strappa regolarmente commesse alla ben più blasonata concorrenza trentina e altoatesina. 

"Nel Nord restano sempre storditi quando vedono che montiamo le nostre strutture con metodi più efficienti dei loro", ride di gusto Felice Falco, titolare della Wood Planner. Ma nella Valle Caudina c'è un altro imprenditore del legno che si sta facendo strada: Maurizio Romano, titolare della Re Legno, sempre di Cervinara. Quest'azienda infatti è in grado di sfornare ben 400.000 cassettine di legno per il vino e l'olio. E' la seconda azienda italiana del settore battuta solo da una friulana. 

"Però la Ferrari di Trento - sottolinea Romano - ha scelto noi per le cassettine degli spumanti di maggior pregio". Un primato garantito da due stabilimenti dotati di robot Comau e digitalmente affidati a una ingegnera donna di appena 35 anni.

Fra le 318 industrie della Valle Caudina spiccano anche un paio di multinazionali tascabili.  Due sono specializzate nella componentistica automotive: la Sapa della famiglia Affinita e l'Adler del gruppo Scudieri. La prima dà lavoro a circa 700 persone nelle fabbriche caudine di Arpaia e Forchia ma sta attraversando un periodo di bassa attività per via del calo delle commesse Stellantis. Tuttavia Sapa ha le spalle larghe. E' presente in Cina e ha fabbriche in Spagna, Polonia e Estonia. Il gruppo è in grado di produrre 20.000 componenti d'auto al giorno e una macchina su cinque assemblata in Europa viaggia con almeno un componente fabbricato in Valle Caudina sulla base di un metodo di lavoro brevettato, lo "One-shot", in grado di ridurre del 40% i costi di produzione. 

L'Adler di Airola invece è specializzata in materiali compositi, tecnologicamente avanzatissimi perché leggeri e robusti, intorno ai quali vengono costruite le Maserati MC20, le Alfa Romeo fuoriserie, alcuni modelli Volvo e Jeep. Sempre ad Airola c'è poi un gioiellino industriale che sforna componenti per aerei ed elicotteri, la Laer aeronautical manufacturing. Il titolare si chiama Andrea Esposito, notissimo per la sua passione per la pittura contemporanea (i quadri sono esposti in tutti gli ambienti della fabbrica) ma anche perché è riuscito ad accaparrarsi un contratto da 100 milioni di euro in più anni con la Israel Aerospace Industry per la trasformazione in cargo di Boeing 777 nati per il trasporto passeggeri.  

Pochi passi sulla via Appia e poi, a poche centinaia di metri da Airola, si nota l'inconfondibile capannone di una delle più interessanti imprese della Valle, la Fin.Fer. Un'azienda partita da un sottoscala di 4 metri per 4 che ora impiega circa 250 dipendenti nelle lavorazione del ferro e nelle zincature. Fra i suoi clienti un colosso come la Snam. Il nostro viaggio nella manifattura Caudina si conclude a Montesarchio, ex principato nel XVII secolo, questa cittadina manifesta un discreto fervore manifatturiero. Fra i piccoli ecco spuntare la Vi.Ro. di Vincenzo Rotondi specializzata nella meccanica di precisione anche per importantissime aziende aeronautiche yankees

Come non citare infine la famiglia Mataluni con lo stabilimento dell'olio Dante e la bella fabbrica Be Packaging nonché la mitica Okite della famiglia Izzo. Quest'azienda, titolare di un brevetto che trasforma la polvere di marmo in piani di lavoro per le cucine (e non solo) vanta anche una filiale americana. Una curiosità che la dice lunga sulla tenacia dei Caudini: il fondatore di Okite, Luigi Izzo, chiamò l'azienda Seieffe per richiamare i sei figli.

Potrà sembrare strano ma la favola di questo scrigno manifatturiero campano sta rischiando di essere frenata dalla scarsità di manodopera qualificata: in Valle non si trovano giovani tecnici nonostante la disoccupazione. Per questo da aprile la Fondazione Bruno ha aperto ad Airola un ITS Academy in meccatronica presso il quale si stanno formando ventiquattro ragazzi diplomati. A ottobre dovrebbe partire un secondo corso per 50 giovani. 

All'industria Caudina serve nuova linfa. Questa bella favola manifatturiera, fatta di talento e di capacità di lottare nonostante l'isolamento infrastrutturale, può diventare un simbolo della riscossa dell'intero Mezzogiorno. (Il Mattino)

Per dire la Vostra, contattateci all'indirizzo di posta elettronica caudiumpatrianostra@gmail.com oppure tramite Twitter @SchiaffoLo

immagini tratte dalla rete.


domenica 23 giugno 2024

MARX - Saltare oltre la Forca Caudina del Capitalismo: la Cina è pronta? #perle

Saltare oltre la Forca Caudina del Capitalismo: la Cina è pronta? #perle

Nei quattro volumi di "La traiettoria di sviluppo delle società orientali e le teorie e pratiche del socialismo" , l'ottimo Zhao riesamina le teorie di Marx ed Engel sulla traiettoria di sviluppo delle società orientali integrando l'analisi teorica marxista, un'indagine storica della rivoluzione socialista e le costruzioni in tutto il mondo.

Questo libro discute il desiderio della Comune Russa di “saltare oltre la Forca Caudina del Capitalismo”, il che significa evitare i tormenti del sistema Capitalista, secondo le teorie di Marx ed Engels. L'autore sostiene che è essenziale utilizzare la logica intrinseca nelle opere di Marx ed Engels piuttosto che in quelle dei successivi discepoli come Lenin e altri leader dell'Unione Sovietica o del Socialismo contemporaneo cinese. Le lettrici ed i lettori che studiano il Marxismo, la filosofia marxista, la storia filosofica e la storia della filosofia troveranno questo volume interessante.

Partendo dall'analisi del concetto di Marx delle Forche Caudine, "Leaping over the Caudine Forks: Is China Ready?" ha spiegato le ragioni delle inevitabili crisi e dei disastri provocati dall’ideologia Capitalista, ha sottolineato l’importanza della Cina nell’attuale arena internazionale e ha dimostrato che la Repubblica Popolare Cinese può portare l’umanità a saltare oltre le Forche Caudine

La divisione in sei capitoli è la seguente:1. Natura e prospettive dei comuni russi; 2. Confronto tra il pensiero marxiano antico e quello tardo; 3. Differenza e coerenza tra il pensiero di Engels e quello di Marx; 4. Le vittorie della Rivoluzione d'Ottobre russa e della Rivoluzione cinese non confermano la teoria del “salto” delle Forche Caudine; 5. La forza più grande della filosofia storica generale è che è sovrastorica; 6. I contributi teorici degli “Appunti di storia sociale antica” di Marx

Il nonno e bisnonno paterni di Carlo Mordechai alias Marx, erano facoltosi rabbini a Treviri (sua città natale), provenivano da comunità ebraiche polacche (Leopoli e Cracovia) e italiane (Padova). Rabbino era stato anche il nonno materno, a Nimega in Olanda. Una zia olandese di Karl aveva sposato il banchiere Lion Philips, nonno del fondatore dell'omonima industria elettrica.

Il secondo testo parte da molteplici angolazioni, come la storia e l'economia, e analizza il modello economico odierno e i suoi problemi esistenti. Questa è una lettura popolare che interpreta tutti gli aspetti dello sviluppo della Cina contemporanea. Fornisce un'introduzione completa all'economia cinese per le lettrici ed i lettori in patria e all'estero con belle parole, riflessioni attente ed esposizioni logiche. 

Immancabile il riferimento alle nostre Forche Caudine, in entrambi i libri. Il concetto ideologico espresso da Carletto Marx che ancora oggi rende attuale l'importanza di una Battaglia, quella del 321 a.C. unica nella storia del mondo.

lunedì 3 giugno 2024

SONDAGGI - Fratelli d'Italia primo partito e Giorgia Meloni in crescita anche grazie... all'altra Giorgia Meloni #perle

SONDAGGI - Fratelli d'Italia primo partito e Giorgia Meloni in crescita anche grazie...all'altra Giorgia Meloni #perle

Le elezioni europee 2024 si avvicinano e gli ultimi sondaggi politici IpsosIpsos, condotti per Euronotizie, sulle intenzioni attuali degli italiani e delle italiane, che non necessariamente rappresentano il possibile esito finale del voto, però confermano Fratelli d'Italia come primo partito su scala nazionale, seguito dal PD e dal Movimento 5 Stelle.
 
Infatti, secondo Ipsos, Fratelli d’Italia è stimato al 26,5%, con un calo netto di ben due punti rispetto ad aprile, rosicchiati dalla Lega Nord che con l'8,6% lancia la sfida ai Post-Berlusconiani come possibile seconda realtà del Centro Destra, proprio mentre i dati stanno a confermare il buon andamento di Forza Italia (con Noi Moderati) al 9,2%, in crescita dello 0,6%. Unico caso politico alquanto surreale, al momento, potrebbe essere la vertiginosa crescita dei consensi in Sardegna per Giorgia Meloni grazie ad un clamoroso caso di omonimia. 

L'ALTRA GIORGIA MELONI
Il Partito Democratico, almeno stando a questo sondaggio, è al 22,5%, il risultato più alto dall’insediamento della segretaria Schlein, capace di guadagnare di più di un punto nell’ultimo mese. Il Movimento 5 Stelle, stimato al 15,4%, ha subito ancora un piccolo calo di mezzo punto nell’ultimo mese, ma di due punti nell’ultimo periodo. 

Due partiti sembrano poter superare la soglia del 4%: Alleanza Verdi Sinistra (4,6%), e Stati Uniti d’Europa al 4,1%. Leggermente sotto l’asticella Carlo Calenda con Azione, oggi al 3,6%. Democrazia Sovrana Popolare di Marco Rizzo, sostenuta dai sovranisti di Gianni Alemanno, potrebbe essere la sorpresa tra le liste alternative, nonostante la scarsa visibilità nella campagna per le elezioni europee denunciata da Rizzo. DSP ha presentato i candidati Alfio Krancic ed Enzo Pennetta, vicini ad Indipendenza. Secondo l'ex capo della Destra Sociale questo è un forte segnale per imporre gli interessi nazionali italiani a Bruxelles e liberarci dalla gabbia burocratica e guerrafondaia dell’Unione Europea.

L'ALTRA GIORGIA in rosso

La storia di questa giovane creatrice di contenuti dimostra che sulle piattaforme avere lo stesso nome di un politico o una politica può essere un'arma a doppio taglio. In questo caso, oltre all'indicizzazione politica, arriva l'aiuto nei consensi grazie all'impeto dell'altra Giorgia Meloni, quella che ha conquistato i sogni degli italiani più giovani e non solo, a suon di foto accattivanti. 

L'altra Giorgia Meloni è una affascinante ragazza sarda, poco più che ventenne, da diversi anni in rete con classici video con le voci delle principesse dei cartoni animati, con decine di dirette con i filtri, con le canzoni dei rapper, le canzoncine autotune e l'immancabile makeup. Solo che questo quieto e innocente flusso di contenuti è stato abbordato dalla nave della politica e registrato dai sondaggisti. Addirittura sulle colonne di MovMagazine si legge che molti tra i giovanissimi seguaci l'avrebbero scambiata veramente per uno dei profili connessi alla Donna simbolo di Fratelli d'Italia.

GIORGIA MELONI in piscinA

Il caso sta facendo ammattire il dipartimento elettorale della coalizione di Centro Sinistra ed i resti dei Pentastellati. Nelle scorse elezioni, a conferma del singolare caso di omonimia, era girato un video dell'altra Giorgia Meloni per spiegare l'impennata di interazioni registrate, tutte a favore della Fiamma Tricolore. Centinaia di messaggi sul suo nome hanno contribuito alla massiccia crescita dell'algoritmo "Giorgia Meloni". Tra l'altro la Giorgia della Sardegna, essendo anche una tipa particolarmente appariscente e abbastanza formosa, ha fatto schizzare in alto il gradimento mediatico politico-ironico-sessuale della Giorgia nazionale:

Meloni è perfetta per le Europee”, “L’unica Meloni che voterei due volte”, “Comunque se sali tu al governo in Europa sarei più contento di votarti”, “Una fortuna il tuo cognome per il profilo”, “Non è proprio un bel momento per chiamarsi Giorgia Meloni, i pidioti e i grullini potrebbero segnalarti”, “L’unica Meloni che mi farei. L'altra la voterei e basta”, “Voto Giorgia Meloni, quella di Roma, anche se in estate potrei seguire la Giorgia isolana”, “Ero indeciso tra Meloni o Vannacci, ma ora ho avuto l'illuminazione. Solo Giorgia”, “Io vengo da una storia di Sinistra moderata, ma confesso che ho un debole per tutte e due le Giorgia Meloni”, “Per una Sardegna giovane e bella vota Giorgia”, De Luca è un cafone. Forza Giorgia” e tanti altri commenti, pro e contro, che preferiamo non riportare.
GIORGIA MELONI al mare

Da segnalare il picco di voti alla scorsa tornata elettorale per la Meloni, guarda caso a Sinnai, il comune della città metropolitana di Cagliari dove esercita il diritto al voto la Giorgia Meloni omonima della fondatrice di FdI. Ovviamente, non sono mancate nemmeno in quell'episodio le battute e le sviolinate, segno che non solo i giovanissimi apprezzano, ma anche le persone mature adorano e sostengono Giorgia

Al seggio elettorale tutti si schierarono con la Fiamma, ma solo dopo che l'altra Giorgia Meloni dichiarò nome e cognome agli increduli presenti. 

"Come si chiama, signorina?", "Giorgia", affermò la bella ragazza, "e di cognome?". Risposta: "Meloni. Mi chiamo Giorgia Meloni". Risultato?  Tutti i maschietti elettrizzati esclamarono in coro... eja, anche noi votiamo questa Giorgia Meloni!

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mercoledì 15 maggio 2024

MISTERO CAUDINO - "Il Padrino"? Senza il "Caudino" Valachi non sarebbe mai stato scritto | perle

MISTERO CAUDINO - "Il Padrino"? Senza il "Caudino" Valachi non sarebbe mai stato scritto | perle

#G.VILLACCI / La nuova versione del classico di successo.

In un recente viaggio nella mia biblioteca locale, mi sono imbattuto in una nuova edizione tascabile de "Il Padrino£. Ho visto i film (I e II) un numero imbarazzante di volte, ma ho letto il libro solo una volta, nel 1969, quando fu pubblicato per la prima volta. Così l'ho portato a casa, curioso di sapere se racchiudeva ancora l'effetto originale che lo ha reso un best seller di successo. Le pagine di apertura contenevano due pezzi introduttivi. Il primo aveva come titolo UNA NOTA DI ANTHONY PUZO, FIGLIO DI MARIO PUZO, ed era in maiuscolo, come l'ho scritto qui. 

Erano due pagine di parole illeggibili e senza senso, destinate, suppongo, a dare a questo volume una sorta di vernice familiare e popolare, un'idea probabilmente nata nella mente avida di un aspirante sottopagato e troppo sicuro di sé in un cubicolo della Penguin Random House, dove idee come questa fioriscono finché non annaspano a causa del loro stesso valore errato.

UNA NOTA DI ANTHONY PUZO, FIGLIO DI MARIO PUZO

Poi è arrivata un'introduzione di Roberto J. Thompson, che risulta essere (lo inserirò testualmente) il direttore fondatore del Centro per gli studi sulla televisione popolare presso l'Università di Syracuse, dove è anche professore fiduciario di media e cultura popolare. presso la SI Newhouse School of Public Communications

Joe Cago Valachi alias Giuseppe Villacci

Beh, è ​​davvero un titolo da capogiro. Mi chiedo come starebbe sul suo biglietto da visita. Sembra che questo valente accademico abbia pubblicato cinque volumi, tutti sulla televisione, e sia ora impegnato a terminare il suo sesto, una storia del mezzo. L'introduzione, intitolata Introduzione, era composta da undici pagine di iperbolico linguaggio hipster, le pagine numerate, come spesso sono le introduzioni, in numeri romani. 

Undici pagine disinvolte e argutamente urbane apparentemente progettate per collocare il signor Thompson da qualche parte tra l'essere il figlio perduto di Corleone che Puzo ha lasciato fuori dal libro, e qualcuno che potresti incontrare facendo parapendio al Club Med, indossando uno speedo inadeguato. E sicuramente qualcuno da evitare, qualora dovessi ritrovarti dietro di lui in fila da Starbucks.

Brando e Al Pacino

Gli editori mi sconcertano. Può esserci un libro, oltre a "La mia Battaglia" o alla "Bibbia", che nel corso degli anni abbia raccolto maggiori introiti per la sua casa editrice rispetto a "Il Padrino"? Immagino di no. Eppure, durante un incontro sui nuovi progetti, nella sala conferenze della Penguin Random House, mentre le idee venivano suggerite attorno al tavolo, un giovane letterato turco prese la parola e disse: "Forse è ora di fare un altro giro con Il Padrino", che era probabilmente ricevuto, in egual misura, con i grugniti e i gemiti appropriati. Al che il nostro giovane eroe ha risposto:

 “No aspetta, potrebbe funzionare. A condizione che lo imballiamo correttamente. Chiediamo a qualcuno che conosceva bene l'autore, magari un membro della famiglia Puzo, di scrivere un breve pezzo introduttivo. E poi una narrazione del progetto da parte di uno scrittore multimediale. Dio lo sa, non ne mancano. Li includiamo come 'extra', come la traccia di commento del regista su un DVD. Confezione. Questo è il biglietto”.

Idee come questa non sono necessariamente suicide, a patto che qualcuno le prenda in considerazione, supervisionando il controllo di qualità su chi viene scelto per scrivere gli "extra" e cosa viene scritto. Ma, nella maggior parte dei casi, il pilota automatico aziendale prende il sopravvento e i dettagli importanti vengono ignorati. 

Ehi, è "Il Padrino". Lo compreranno qualunque cosa accada. Quindi, uno stagista è stato incaricato di esaminare tutti quei rolodex coperti di polvere nel ripostiglio per trovare un membro disponibile della famiglia Puzo. Questo processo ha prodotto Anthony Puzo, il figlio dell'autore, che ha accettato volentieri di scrivere alcune pagine sul dolore che suo padre ha dovuto affrontare nella lotta per creare il suo capolavoro. 

E una rapida ricerca su Google ha rivelato un numero illimitato di scrittori di media, con il nome di Roberto J. Thompson in cima alla lista. Un accademico con un titolo grande quanto il Ritz. Thompson accettò rapidamente di pubblicare undici pagine sull'impatto del Padrino sulla cultura pop nel corso dei 48 anni della sua esistenza. 

Ehi, il ragazzo è un professore fiduciario. Qualunque cosa scriva andrà bene. Anche se si tratta di undici pagine di applausi autoindulgenti, costruite per ritrarre la consapevolezza di Thompson dell'impatto del Padrino sulla cultura pop, piuttosto che l'impatto in sé, e di conseguenza, trasudando la freddezza che questo accademico ritiene gli sia dovuta.

Packaging a parte, veniamo al libro stesso. Funziona ancora. È una storia ben costruita, con personaggi pittoreschi e memorabili, un ritmo serrato e una conclusione soddisfacente. L'unico vero difetto che ho trovato è la prosa di Puzo. Sebbene la sua narrativa descrittiva sia soddisfacente, il dialogo a volte è imbarazzante e forzato. 

Inoltre, le relazioni uomo-donna sembrano un prodotto dell'epoca (gli anni '40) e dei personaggi (gli italoamericani dell'era della depressione). Detto questo, molte conversazioni tra i sessi sono imbarazzanti. L'aggiunta di Francesco Ford Coppola, come co-sceneggiatore per le rappresentazioni cinematografiche, ha migliorato notevolmente i dialoghi e ha ripulito gran parte delle aree oscure del libro.

A causa della sua amicizia con l'allora procuratore generale Roberto Kennedy, a Peter fu concesso accesso illimitato a Joe Valachi nella sua cella di prigione. Quando gli ho chiesto di Puzo, Peter ha preso la strada maestra, che era tipico di lui. Questo ci porta ad una domanda che mi sono posto molte volte nel corso degli anni. Mario Puzo avrebbe potuto scrivere "Il Padrino" se Peter Maas non avesse scritto The Valachi Papers

Sebbene pubblicato nel 1968, Maas scrisse la maggior parte del suo libro tra il 1963 e il 1965. Le sorprendenti rivelazioni di Valachi sulla criminalità organizzata in America, prima della sottocommissione del Senato del senatore J. McClellan nel 1963, si rivelarono motivo di imbarazzo per J. E. Hoover, che aveva insistito per oltre trent’anni che in America la Mafia non esisteva. 

Tra il 1963 e il 1965, grazie alla sua amicizia con l'allora procuratore generale Roberto Kennedy, a Peter Maas fu concesso accesso illimitato per intervistare Joe Valachi nella sua cella di prigione. Queste interviste approfondite avrebbero infine prodotto il libro di Maas, The Valachi Papers. Ma Hoover era assolutamente contrario alla pubblicazione di un libro, il cui contenuto lo avrebbe fatto passare per uno sciocco. Dopo che Kennedy lasciò l'incarico, nel 1965, Hoover fece pressione su Lyndon Johnson affinché si appoggiasse al sostituto di Kennedy presso il procuratore generale, Nicholas Katzenbach, per impedire la pubblicazione del libro di Maas.

Per oltre due anni Maas negoziò con Washington per ottenere la pubblicazione di una versione del suo manoscritto. Alla fine riuscì a ottenere l'approvazione per pubblicare una versione pesantemente censurata, e The Valachi papers fu finalmente pubblicato nel giugno del 1968. Gran parte dell'elaborata testimonianza di Valachi davanti al Congresso nel 1963 fu rivelata e ampliata nel libro di Maas, e l'America venne a conoscenza dei dettagli. che circondavano l'enorme impresa criminale che J. E. Hoover aveva ripetutamente insistito fosse inesistente. Joe Valachi nella sua cella di prigione, fotografato da Peter Maas.

I dettagli e la storia di Cosa Nostra hanno scioccato e affascinato il mondo. Joe (Joe Cargo - abbreviato in Joe Cago) Valachi è nato nel 1904, a East Harlem, da una famiglia italoamericana povera nativa di Cervinara (Av). Correva con una banda di ladri, commettendo piccoli furti con scasso fino a essere finalmente inserito, con una cerimonia formale, nella famiglia criminale Genovese. Il libro rivela il suo coinvolgimento nella Guerra Castellammarese all'inizio degli anni '30. Questa guerra contrappose i due più potenti boss criminali di quell'epoca l'uno contro l'altro. Joe (The Boss) Masseria e Salvatore Maranzano combatteranno per la supremazia nel mondo malavitoso di Nuova York

Erano due gangster d'altri tempi, chiamati dai soldati più giovani "Mustache Petes". Avrebbero gareggiato in combattimenti mortali per il titolo di Capo di tutti capi (Boss di tutti i capi). Dopo la morte di entrambi i gangster, l'astro nascente di questa società criminale, Charles Lucky Luciano, formò un'organizzazione che avrebbe consolidato le bande criminali di Nuova York nelle Cinque Famiglie di Nuova York, supervisionate da un'organizzazione nota come La Commissione, che avrebbe risolto le controversie tra le famiglie in pace. Questa organizzazione sarebbe diventata nota, tra i suoi membri, come "La Cosa Nostra" o This Thing of Ours

Dettagli sono stati rivelati nel libro di Maas, come il giuramento di Omertà, o silenzio, a cui aderiscono i membri sotto pena di morte. La sacra cerimonia di ammissione a Cosa Nostra. La struttura della Società, imitando i fondamenti gerarchici delle Legioni Romane. I dettagli sui personaggi, sulla lingua e sulla struttura di questa Società (segreta) criminale erano ormai di pubblico dominio, grazie alla testimonianza di Valachi e al libro di Maas. Lucky Luciano consoliderebbe le bande criminali di Nuova York nelle Cinque Famiglie newyorchesi.

Un anno dopo, nel marzo del 1969, "Il Padrino" fu pubblicato con recensioni entusiastiche e divenne rapidamente il romanzo più venduto nella storia dell'editoria. E cosa contenevano le pagine de "Il Padrino"? Il giuramento di Omertà, le Cinque Famiglie. La Commissione, il linguaggio di questa Società criminale; tutto originariamente rivelato un anno prima in The Valachi Papers

Potrebbe essere una coincidenza?

Conoscevo Peter Maas abbastanza bene quando vivevo negli Hamptons. Molti di noi hanno giocato a tennis sul campo har-tru di Peter, nella sua casa a Bridgehampton. Così un giorno glielo chiesi. Mario Puzo lo ha mai chiamato per ringraziarlo? 

Ha preso la strada maestra, tipica di Pietro. Mi ha detto che conosceva Mario e gli piaceva. I Valachi Papers, pur non fruttando la fortuna che Puzo aveva accumulato con Il Padrino, erano stati anche un best seller, facendo guadagnare a Maas un bel po' di soldi. Era ottimista. 

La mia conclusione, da tutto quanto scritto sopra, è che Il Padrino non avrebbe mai potuto essere l'iconica conflagrazione letteraria che è diventata, senza la pubblicazione di The Valachi Papers, un anno prima. Peter Maas aveva fornito a Mario Puzo gli eventi storici, le caratterizzazioni, il linguaggio, la struttura di Cosa Nostra e l'esperienza quotidiana della 'vita nella Mafia', senza la quale Il Padrino non avrebbe mai potuto essere scritto. (S. Costello)

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giovedì 9 maggio 2024

MISTERI CAUDINI - Joe Valachi, alias Giuseppe Villacci: la storia del “ratto” di Cosa Nostra dal sangue Cervinarese | perle

MISTERI CAUDINI - Joe Valachi, alias Giuseppe Villacci: la storia del “ratto” di Cosa Nostra dal sangue Cervinarese

Giuseppe Villacci svelò per primo i segreti di Cosa Nostra americana, ricostruendo gerarchie e dinamiche criminali della prima metà del ‘900.

«Naturalmente a poter ricominciare la mia vita daccapo la ricomincerei. Chi non lo farebbe? Ora sono completamente solo al mondo. Come sai, non scrivo a mia moglie e a mio figlio perché loro non vogliono avere più niente a che fare con me, e chi gli dà torto? Vito Genovese è responsabile di tutto. I ragazzi gli raccontarono tutte quelle storie sul mio conto, e lui ci credette. Ma quando si preparò a colpirmi, io lo colpii. In ogni modo, ha scoperto che non può fare, stando dentro, quello che faceva stando fuori. Ad Atlanta non ho fatto altro che cercare di proteggermi. Spero che gli americani traggano vantaggio dal fatto di conoscere che cos’è la mafia. Se m’uccidevano ad Atlanta, morivo marchiato come un infame senza aver fatto niente. Perciò, che cosa ho perduto?».

Giuseppe Michele Villacci

A parlare è Joseph Michael Valachi, (alias Giuseppe Michele Villacci, di Domenico da Cervinara) primo collaboratore di giustizia dalle colonie della mafia italo-americana, che tramite una lettera risponde al giornalista Pietro Maas che gli domandava il motivo per cui avesse deciso di parlare dell’organizzazione criminale. Fu lui a far conoscere agli Stati Uniti e al mondo il termine “cosa nostra”, con cui da lì in avanti si è identificata la criminalità organizzata di stampo mafioso originaria della Sicilia.

Qui, però, siamo al termine di questa vicenda. Una storia quasi dimenticata e ripercorsa nel libro di memorie di Pietro Mass e al cinema da Carlo Bronson, che interpreta proprio Valachi, nella pellicola di Terence Young del 1972 Joe Valachi – i segreti di Cosa Nostra. Quei segreti Valachi non li conosce tutti, ma in trent’anni di carriera nel crimine una certa cultura se l’è fatta, tanto da meritarsi una volta individuato come collaboratore di giustizia una taglia da 100mila dollari sulla sua testa, fissata dal suo vecchio “datore di lavoro”, il boss don Vito Genovese.

È il 1960 quando JosephJoe CargoValachi, scagnozzo della stessa famiglia di Don “Vitone” Genovese, costola di Cosa Nostra in quel di Nuova York decide di vuotare il sacco sugli organigrammi e sui traffici delle più potenti famiglie criminali operanti negli Stati Uniti in quegli anni. Prima di arrivare a quel punto, però, Valachi, detto anche “il ratto” (nomignolo conquistato nel corso degli anni ’20 mentre faceva appunto parte di una banda detta “i ratti”), è un fedele soldato del “sindacato del criminestatunitense.

Nato ad Harlem da genitori Caudini nel 1903, dopo le prime scorribande di strada tra il 1919 e il 1923 compie furti con i “minute man” prima e la “banda dei ratti”, una gang che operava, ricorda lo stesso Valachi nelle sue memorie manoscritte e custodite alla John Fitzgerald Kennedy Library di Boston, «dalle parti della 107a strada di Est Harlem. I Ratti erano la favola del mondo della Mala, anche se sembrerà che esagero. Eravamo dei veri cowboy, voglio dire che andavamo come pazzi e quando incontravamo altri falchi nei cabaret sparsi per la città devo dire che tutti volevano sapere chi era il capo. I ragazzi indicavano me e quelli mi offrivano sempre da bere».

Nel racconto che Valachi consegna al giornalista Peter Maas (ampiamente osteggiato dalle comunità italiane, in particolare dal giornale italo-americano Il Progresso. A tal proposito Valachi disse: «Perché strillano? Io non parlo degli italiani, parlo dei delinquenti») non mancano anche episodi comici legati al periodo delle gang e dei furti. Uscito dalla “banda dei rattiJoe Cargo” si unisce a quella che lui chiama “la banda irlandese” che impazzava a Nuova York sulla 116a strada: una compagnia cosmopolita composta da un primo gruppo di irlandesi, due ebrei e tre italiani, Valachi incluso. «Avevano i nervi saldi – ricorda – ma nessun senso degli affari. Capii che a restare con loro mi accorciavo la vita».

Una conferma arriva quando Valachi cerca di convincere la banda, dedita a furti e rapine in pieno giorno, ad operare di notte andando a saccheggiare un negozio d’abbigliamento. Gli irlandesi accettano: arrivati alla fabbrica, Valachi lascia fuori due della gang a fare da palo, mentre gli altri entrarono nel deposito del negozio. Pochi minuti dopo, all’uscita, con i vestiti sottobraccio, i due che avrebbero dovuto guardare le spalle alla banda, stufi di stare impalati a fare la guardia, stanno alleggerendo del portafogli una dozzina di persone fatte allineare contro il muro.

Valachi lascia gli irlandesi e ormai, dopo il secondo transito nella prigione di Sing Sing (dove avrebbe dovuto scontare una condanna a tre anni e otto mesi per furto e rapina), la strada verso cosa nostra è già tracciata. In prigione ritrova un vecchio compagno di sortite: Nick Petrilli detto “Lo Squarcio”, che una volta fuori, insieme a un certo Alessandro Vollero lo avvicina a quel “sindacato del crimine” conosciuto genericamente con il nome “The Mob”, la paranza, come tradotto negli stessi documenti americani. Vollero è in quel momento uno dei gangster più celebri di Brooklyn

È da lui che Valachi sente nominare per la prima volta la “guerra” tra napoletani e siciliani in seno al mondo della malavita italiana negli Stati Uniti. La faida si risolverà dopo la morte del boss Joe Masseria e la presa di potere prima di Salvatore Maranzano, poi di Lucky Luciano e don Vito Genovese, a spese dello stesso Maranzano.

“Alla scuola della prigione di Sing Sing impara a leggere e a scrivere, oltre a beccarsi una coltellata da un altro mafioso newyorchese, Peter La Tempa, che per paura della ritorsione di Valachi si costituisce alla direzione del penitenziario e viene spostato. La Tempa anni dopo verrà avvelenato in carcere per aver attribuito a Vito Genovese un omicidio.

Fuori da Sing Sing, Valachi fa il suo ingresso nella “onorata società”, dopo anni passati più in prigione che per le strade. Nick Petrilli lo accompagnerà al rito di affiliazione, che lui ricorda così:

 «Quando mi siedo si siede tutta la tavolata. Qualcuno mi mette davanti sul tavolo una pistola e un coltello. Ricordo che la pistola era una calibro 38 e il coltello era un pugnale. Dopodiché Maranzano (all’epoca reggente delle famiglie della mafia italo-americana, ndr) fa segno d’alzarci di nuovo e tutti noi ci prendiamo le mani e lui dice qualcosa in italiano. Poi ci sediamo e lui si volta dalla mia parte e, sempre in italiano, parla del coltello e della pistola. “Questo significa che tu campi di pistola e coltello e che muori di pistola e coltello”. Poi mi chiede: “Con quale dito spari?”. Dico: “Questo qui”, e muovo l’indice destro. Mi stavo ancora chiedendo che cosa volesse significare quando lui mi dice di fare una coppa con le mani. Poi ci mette dentro un pezzo di carta e l’accende con un fiammifero e mi dice di ripetere con lui, mentre muovo il pezzo di carta su e giù: “È così che morirò se tradisco il segreto di cosa nostra”».
Vito Genovese

Valachi non finisce di appuntare particolari dal rito, ma riporta altre parole pronunciate successivamente da Maranzano

«Ecco le due cose più importanti che voi tutti vi dovete ricordare. Ficcatevele bene in testa. La prima è che tradire il segreto di cosa nostra significa morte senza processo. Secondo, che prendersi la moglie di qualsiasi altro membro significa morte senza processo. Guardatele, ammiratele e comportatevi bene con loro».

Tra il 1930 e il 1931 la “Guerra Castellammarese” tra i clan lascia per le strade degli Stati Uniti più di sessanta cadaveri e alla fine Maranzano ne esce vincitore, riorganizzando le famiglie americane e dotandosi anche di una facciata legale tramite una società immobiliare. Maranzano percepisce come ingombranti le figure di Luciano e Genovese e prova a “fargli la festa”, ma loro, grazie a una banda vestita da finti poliziotti arrivano prima e il “boss of the bossesSalvatore Maranzano il 10 settembre del 1931 viene fatto fuori. 

Lucky Luciano

Stessa sorte, lo stesso giorno, per altri quaranta uomini di origine italiana veterani dell’organizzazione. Luciano, dal capello untuoso e dall’occhio di ghiaccio, aveva pianificato tutto nel dettaglio. Valachi finisce così nella famiglia di Vito Genovese e Lucky Luciano e prende ordini da Tony Bender, al secolo Anthony Strollo.

Genovese e Luciano tengono buono Valachi e gli assegnano il giro delle slot machine e un banco scommesse. Il 18 settembre del 1932 Joseph Valachi sposa Mildred Reina, figlia del defunto luogotenente di Maranzano, Gaetano Reina. Testimone di nozze d’eccezione: don Vito Genovese in persona.

La mafia intanto fa affari col racket, con la “protezione” data ai commercianti dalle altre bande criminali, con le scommesse, il gioco d’azzardo e si maschera di business legale con le società di costruzioni e riuscendo anche a infiltrarsi nel sindacato dei lavoratori. Gli investigatori però iniziano a tirare le fila di quello che accade nel sottobosco della mafia e nel 1936 arrestano Lucky Luciano, mentre Vito Genovese decide di trascorrere gli anni della Seconda guerra mondiale in Italia. Un ritorno in madrepatria per Genovese dopo una permanenza di tre mesi nel 1933. Sul finire della guerra Genovese verrà rintracciato in Italia e si scoprirà una sua donazione di 250mila dollari per la costruzione di una Casa del Fascio.

Franco Costello

In quegli anni Valachi se la cava diventando socio di un ristorante e acquistando un cavallo che faceva correre all’ippodromo. Alla fine della guerra Genovese torna negli Stati Uniti e riorganizza cosa nostra rimasta in mano a Joseph Anastasiaun pazzo» lo descrive Valachi) e Frank Costello. La riorganizzazione avviene nel 1957 al summit di Apalachin, nello Stato di New York, che si rivelerà teatro di un blitz della polizia. Durante l’operazione, le forze dell’ordine fermeranno parte dei presenti, ma non don Vito Genovese che riesce a farla franca per un anno: l’arresto arriva nel 1958 per traffico di stupefacenti, sia per Don Vitone, sia per Joseph Valachi

Nei giorni trascorsi nel carcere federale di Atlanta con Vito Genovese, Valachi matura l’idea di essere sotto il tiro degli uomini del capomafia. Lo stesso Genovese avrebbe dato a Valachi anche il cosiddetto “bacio della morte”. Dopo essere scampato per tre volte ai tentativi di ucciderlo in carcere, Joe incontra don Vito: «Sai – attacca a parlare Genovese quando incontra Valachi – teniamo un barile di mele e in questo barile c’è una mela marcia. Questa mela deve essere tolta di mezzo, perché se non viene tolta di mezzo finisce che infetta tutte le altre mele».

Nelle settimane precedenti quel colloquio, Valachi è stato accusato di aver “smicciato”, quindi di aver aperto bocca su cosa nostra con gli agenti dell’FBI. La mattina del 22 giugno 1962 un Valachi inquieto e sempre più convinto di essere bersaglio degli uomini di Genovese in carcere uccide un altro detenuto, scambiandolo per Joe Beck Di Palermo, uomo di Genovese. Viene portato in isolamento e non ha più contatti con gli altri inquilini della prigione.

Per l’omicidio in carcere, Valachi rischia la condanna a morte, così in cambio della clemenza decide di svelare i segreti della mafia negli Stati Uniti, almeno quelli da lui conosciuti. A capo del Dipartimento di Giustizia a Washington c’è dal 1961 Robert Kennedy, che dal suo insediamento sta concentrando parte delle forze dell’FBI nello svelare i meccanismi mafiosi impiegando uomini e mezzi come mai era successo prima nei confronti di cosa nostra. 

Nel frattempo, fonti interne al sistema carcerario statunitense apprendono che Vito Genovese ha fissato sulla testa di Joe Valachi una taglia da 100mila dollari per ucciderlo: i timori del pentito di non sfuggire al sanguinario boss sono fondati.

Nel 1962 Joe Valachi viene trasferito prima nel carcere di Worchester, e successivamente, nel 1963, nella prigione di massima sicurezza di Forth Monmouth, nel Nuovo Jersey. É nel 1963 che per tre mesi, tre ore al giorno per quattro volte a settimana l’investigatore dell’FBI James P. Flynn, raccoglie le testimonianze di Joe Valachi con cui ricostruì organigrammi, traffici e business sporchi e puliti di cosa nostra negli Stati Uniti. Valachi è poi comparso davanti alla Commissione McClellan, costituita e presieduta dal senatore dell’Arkansas per indagare il crimine organizzato negli Usa negli anni Sessanta, confermando tutto quello che aveva raccontato a James P. Flynn.

Quelle sedute sono state trasmesse in televisione, senza molto successo, anche perché, ricorda il giornalista Peter Maas, per molti esponenti della politica statunitense sono state solo un ghiotto momento di campagna elettorale. Tuttavia gli atti di quella commissione, a cui hanno preso parte anche gli investigatori e lo stesso Roberto Kennedy rimangono un tesoro prezioso.

Valachi richiama nei suoi memoriali anche dure accuse di corruzione nei confronti del Bureau of Prisons (l’amministrazione penitenziaria), del Bureau of Narcotics (il dipartimento antidroga) e dello stesso ministero della giustizia, oltre che della politica locale statunitense. Valachi racconta in seguito al giornalista Maas, autore de Il Dossier Valachi, che lo stesso McClellan si è recato a trovarlo in forma privata prima delle audizioni, pregandolo di evitare di menzionare ciò di cui era a conoscenza su Hot Springs, collegio elettorale del senatore.

L’eco del nome di Valachi arriva anche in Italia: nel 1965 il giudice istruttore di Palermo Aldo Vigneri riesce a ottenere il visto per andare a interrogare il pentito e visionare i documenti riservati in possesso dell’FBI. Fa di più riuscendo a farsi trasmettere le sentenze dei tribunali americani e le relazioni di polizia che provano il coinvolgimento della mafia siciliana nel traffico di stupefacenti con i boss dall’altra parte dell’oceano. A Palermo però l’intuizione e il viaggio di Vigneri, che prova a mettere nero su bianco come i fili del narcotraffico vengano tirati in realtà in Sicilia, vengono bollate come una “americanata”: si ritenne insomma che, in virtù del fantomatico “codice d’onore” dei boss, cosa nostra non si sporchi le mani con la droga.

Lo stop più pesante per Vigneri arriva dalla stessa procura di Palermo, che respinge la richiesta di rinvio a giudizio per il capomafia Genco Russo. Rinvio a giudizio che avrebbe dato peso a quella riunione all’Hotel delle Palme di Palermo in cui i quadri di Cosa Nostra, siciliana e americana, si trovano nel 1957 per organizzare al meglio il traffico di droga. Su quell’incontro però le relazioni di polizia sono fumose e non ne sono mai esistite di ufficiali, così come mai sono state disposte indagini suppletive. Come ha dichiarato più volte lo storico italiano Alfio Caruso «in quel momento sono stati regalati alla mafia trent’anni di vantaggio».

Joe Valachi dopo le audizioni viene trasferito nel supercarcere di La Tuna, ad Anthony, Texas, in una cella di massima sicurezza che verrà soprannominata “The Valachi Suite”. Nel 1971 il primo pentito della storia della mafia «colui che ruppe il muro dell’omertà», lo ricordano negli Stati Uniti, muore d’infarto in cella. Due anni dopo la dipartita di quel Vito Genovese che su Valachi aveva fissato la taglia da 100mila dollari.

Gli stessi Flynn e Maas - si legge su Irpimedia - sono sempre stati convinti di una cosa: Valachi non era un pentito, semplicemente non aveva nulla da perdere e ha raccontato tutto. William Hundley, ex capo della sezione crimini e racket del Dipartimento di giustizia americano, dirà: «Prima di lui non c’era alcuna concreta evidenza che una realtà come cosa nostra potesse anche solo esistere. Valachi ha dato un nome ad ogni cosa. Ha svelato la struttura e il modo di agire. In poche parole, ha dato un volto al nemico».

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