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giovedì 16 maggio 2024

Sovranismo Alimentare: evitare la distruzione delle nostre tradizioni | CIBO

Sovranismo Alimentare: evitare la distruzione delle nostre tradizioni

Tutti oramai conosciamo i famigerati fast-food. Questi ristoranti, o pseudo tali, rappresentano il simbolo dell’americanizzazione del Mondo. Per i non addetti ai lavori, americanizzare significa esportare il modello yankee in ogni Paese, quel modello tanto caro forse alle nuove generazioni le quali sfoggiano abiti ed oggetti vari griffati con la bandiera U$A. Un modello di turbocapitalismo sfrenato costituito da una società che vive all’insegna del celebre motto “nasci, produci, consuma, crepa”.

Americanizzare significa distruggere, annientare le tradizioni locali le quali rappresentano la storia di ogni Nazione. I vari fast-food dove è possibile mangiare hamburger e bere bibite tipiche del consumismo yankee, costituiscono infatti il modello più sfrenato del Capitalismo economico di matrice liberista il quale avanza distruggendo tutto ciò che incontra.

Una società americanizzata e strumentalizzata dal Capitalismo crea utili schiavi buoni solo a generare introiti per le grandi Corporation, a discapito delle piccole aziende ma, soprattutto, di coloro che lavorano presso queste grandi aziende. I dipendenti dei vari fast-food vengono trasformati da esseri umani quali sono, il più delle volte studenti che si mantengono gli studi universitari o neolaureati, a semplici ingranaggi, in un sistema che crea denaro per le multinazionali a discapito di culture e tradizioni soppiantate in breve tempo.

Ci piace in questo frangente una frase di Ardengo Soffici: “L’Americanismo è la peste che avanza volgarizzando, rimbecillendo, imbestialendo il Mondo, avvilendo e distruggendo alte, luminose, gloriose civiltà millenarie”.

Spieghiamo subito cosa intendiamo. I nostri nonni ed i nostri genitori mangiavano nelle trattorie e bevevano nelle osterie. Un buon bicchiere di vino era l’ideale per mandare giù un panino con salame o mortadella. Ci si scambiava due parole e si stava insieme, senza smartphone o distrazioni varie. 

Al massimo guardando la televisione, per chi la possedeva. Il tutto senza inutili vestiti firmati comprati solo per mostrarli ad amici e parenti, per sentirsi “fighi in giro”. Al massimo si usciva con il vestito bello il sabato sera o la domenica pomeriggio. Conducendo questo semplice, ma essenziale stile di vita, campavano tutti, dal contadino al salumiere al fornaio. E le società erano più unite e coese, vi era una maggior fraternizzazione, più solidarietà, più valori umani.

Ora tutto ciò si sta perdendo a causa, soprattutto, delle nuove generazioni che rappresentano il futuro dell’Italia. Ai giorni nostri, purtroppo, è sempre più raro infatti vedere i nostri giovani cenare nelle trattorie ed apprezzare la tanto genuina cucina nostrana. Molto meglio hamburger e patatine fritte, ma anche cibi etnici come sushi o kebab, la sostanza è la medesima. Fa infatti riflettere il fatto che i maggiori frequentatori dei vari fast-food siano proprio le nuove generazioni, imbambolate dal mito americano tanto osannato dai Mass Media locali.

E’ assai frequente vedere gruppi di ragazzini, italiani e stranieri di seconda generazione, passare pomeriggi e serate mangiando in tali locali o nei ristoranti di cucina etnica. Tutto ciò mostra il decadimento e l’abbandono delle nostre tradizioni, della nostra tanto apprezzata (almeno all’estero) cucina italiana.

Cari ragazzi, preferire cibi come hamburger, hot-dog, sushi, kebab o qualsiasi altro piatto purché sia etnico, ma anche bere la tipica bevanda americana dalle bollicine, non vi rende più moderni, più furbi, ma solamente strumenti inconsapevoli della distruzione della nostra ristorazione, della tradizione culinaria italiana, piccola o grande che sia. Tutto ciò non ha nulla a che vedere con le nostre usanze, con i nostri costumi.

Ma non pensiate che i danni dell’americanizzazione finiscano qui perché finora ci siamo solo soffermati sulla sostituzione della nostra ristorazione con quella di matrice americana o etnica. Ora andremo ad analizzare altri aspetti assai più globali.

Un aspetto nefasto e poco noto di tale fenomeno sociale, e che gli stessi frequentatori di suddetti locali probabilmente ignorano, è rappresentato dalla distruzione di ettari di foresta amazzonica che vengono sostituiti da piantagioni di cereali OGM da somministrare agli animali degli allevamenti intensivi, carni che finiranno nei famosi hamburger del pagliaccio dai capelli rossi. Ma non solo. 

Distruggendo ettari di foreste, habitat naturale degli animali che ci vivono, vengono eliminati i luoghi dove intere tribù amazzoniche vivono da generazioni. Quindi, non soltanto animali uccisi e sfruttati, ma anche foreste distrutte e poveri Indios costretti a lasciare le terre dei loro padri. Non intendiamo soffermarci sulla qualità dei prodotti e sui rischi sulla salute che ne derivano da un utilizzo smodato dei suddetti, anche se ce ne sarebbe da dire, ma sugli aspetti contrastanti della situazione.

Gli stessi ragazzini che conoscono a memoria testi di musica di dubbia qualità ma che, al tempo stesso, ignorano la Divina Commedia di Dante o la storia di Roma, che sanno tutto in fatto di droghe, leggere o pesanti, ma che conoscono a malapena gli usi dei congiuntivi e la geografia, rappresentano le truppe cammellate del Sistema. Basta un fischio, un semplice pretesto, e subito costoro sono pronti per marinare la scuola come Pinocchio e Lucignolo. Eccoli lì che scendono in strada a difendere i diritti delle cosiddette categorie più “deboli” della società, per poi tornare a bere e mangiare al fast-food. Riteniamo alquanto contraddittorio tutto ciò ed i motivi sono presto spiegati.

Dal momento che se ci si vuole ergere a difensori dei più deboli, non bisognerebbe fare distinzioni e considerare tutti coloro che vengono oppressi in qualche modo, dei deboli. Quindi stiamo parlando degli indigeni delle foreste, dei contadini e dei commercianti italiani i quali magari sono vostri parenti o vicini di casa, dei bambini del Terzo o Quarto Mondo che vi cuciono scarpe e vestiti, ecc. 

Riteniamo dunque opportuno tutelare dapprima prodotti e tradizioni locali, le nostre tradizioni e civiltà, ed in secondo luogo, ma non meno importante, preservare ettari di foreste ma anche vite e diritti degli indigeni, persone miti che non chiedono nulla in cambio. Se non essere lasciate in pace e continuare a vivere nelle loro foreste.

Ci rivolgiamo a te, che ami tanto frequentare fast-food e cucine etniche, che in mancanza di denaro compri vestiti taroccati per mostrarti alla moda quando esci con gli amici, e ti chiediamo se non credi che ci sia un’evidente contraddizione tra il tuo definirti pacifista, il tuo stare dalla parte dei deboli (almeno a parole) ed il tuo modo di vivere?

Caro ragazzo, scendi in piazza per difendere i diritti di alcune categorie quando con il tuo stile di vita ne rovini altre? Come puoi solo pensare di essere un anticapitalista quando indossi, mangi e bevi tutto ciò che il capitalismo produce? I tuoi vestiti sono fatti da bambini sfruttati e sottopagati, ciò che mangi distrugge interi ecosistemi e vite umane, ammazzi il commercio locale e le tradizioni dei tuoi nonni, metti in crisi l’economia della Nazione in cui sei nato e nella quale vivi, e molto altro ancora, ma ti ergi a super eroe quando manifesti?

Chiudi il fast-food ed apri la mente, sei ancora in tempo!


mercoledì 13 marzo 2024

TARALLI CAUDINI SCAURATI COL PEPE | cibo

TARALLI CAUDINI SCAURATI COL PEPE | cibo

Proponiamo per le lettrici ed i lettori de Lo Schiaffo 321 una ricetta della nostra Valle tratta da Montesarchio Libero di volare: i "Taralli scaurati col pepe" della signora Cecere. 

Procuratevi 500 grammi di farina zero, recuperate cinque uova, un cucchiaio di sale fino, un cucchiaio di olio evo, un cucchiaio di pepe nero e 200 ml di acqua tiepida. Sulla spianatoia lavorare la farina a fontana con tutti gli ingredienti. sino ad ottenere un composto liscio. formare delle palline da 100 grammi e formare i taralli.

Porre sui fornelli una pentola di acqua e portarla sui 90 gradi di calore ma stare attenti a non farla bollire, versare i taralli dentro ed attendere che salgano in superficie, dopodiché scolare e porre i taralli su un canovaccio. Asciugarli e dopo asciugati creare un taglio circolare intorno al tarallo e con le dita creare un solchetto. Infornare a 250 gradi in forno statico sulla griglia da forno al centro del forno. Oppure a 250 gradi in forno a legna.

Buon appetito.

Per dire la Vostra, contattateci all'indirizzo di posta elettronica caudiumpatrianostra@gmail.com oppure tramite Twitter @SchiaffoLo

giovedì 24 agosto 2023

PIZZA E ANANAS? Non in Valle Caudina #CIBO

In Valle Caudina la Pizza con l'Ananas è ancora un tabù.

Prima di tutto chiariamo una cosa, care lettrici e cari lettori de Lo Schiaffo 321: la pizza americana all'ananas non è statunitense, bensì Canadese con origini greche. Riportiamo alla Vostra attenzione una discussione culinaria sulle tradizioni locali, contaminate da influenze straniere. In una nota pizzeria della Nuova Caudium un pizzaiolo indigeno si è rifiutato di sfornare quella bestemmia fuori menù. Alcuni turisti, con il sorriso amaro, hanno rinunciato alla famigerata hawaiiana, tra le battute e le grasse risate dei parenti, in un primo momento a disagio per la clamorosa richiesta.

«Scusa paisà, è possibile avere una big Peezza con l'ananas? No, in Valle Caudina non serviamo la Pizza delle Hawaii, vedi o' mare fuori?». Questa la sintesi del simpatico siparietto.

Il malinteso si è risolto con una Margherita sublime, fatta come Tradizione comanda, tanto da scatenare l'entusiasmo dei turisti che ne hanno ordinata, addirittura, un'altra vista l'estrema digeribilità della prima sfornata e divorata in pochi minuti. 

Per molti Caudini, invece, è impensabile abbinare degli ingredienti tanto diversi tra di loro e nelle “liti verbali” riguardanti il cibo di strada, il più delle volte, troviamo proprio la strana pizza rinfacciata come abominio supremo agli stranieri, figli degli emigranti di terza generazione.

LA LEGGENDA

Qual è la vera storia della pizza hawaiiana? Esiste un pizzaiolo che rivendica la paternità di questa pizza. L'eretico è Sam Panopoulos. Lui sostiene di averla creata all’inizio degli anni Sessanta per un ristorante canadese in Ontario, dove la pizza non era ancora molto popolare e Sam pensò di importarla, come narra la leggenda, dopo averla assaggiata durante un viaggio negli Stati Uniti. Decise, tuttavia, di personalizzarla abbinando l’ananas sciroppato al prosciutto cotto. Sebbene l’accostamento faccia storcere il naso ai “puristi”, l'ardito Panopoulos ha vinto la scommessa in cucina, vista la diffusione mondiale di questa pazza pizza alquanto stramba. 

Inizialmente Panopoulos fu ritenuto un pazzo per tale insolito abbinamento tra gusto dolce e salato, potendosi rinvenire qualcosa del genere solo nella cucina ceca (ananas e prosciutto di Praga), in quella cucina cinese, in quella belga (polpette di Liegi), in quella persiana (pollo alle prugne) e in generale in quella europea del periodo rinascimentale. Ciononostante, la ricetta ebbe in seguito molto successo e da allora la pizza all'ananas e prosciutto cotto si è diffusa in tutto il mondo, tranne che in Valle Caudina.

L’invenzione ha creato dibattiti molto accesi, di portata internazionale – come quello tra il presidente islandese Guðni Thorlacius Jóhannesson e il canadese Giustino Trudeau – e probabilmente la diatriba non verrà mai risolta. Qualcuno, per ovviare al problema ed eliminare le critiche, ha pensato di riprodurla in formati gourmet, che possano renderla più appetibile. Il successo è tutto a favore della pizza hawaiiana, anche se gli italiani continuano a puntare il dito contro gli Stati Uniti. A questo punto è stata fatta chiarezza almeno sulla provenienza della ricetta, che è canadese, almeno secondo Daf.

RIFLESSIONI

La pizza hawaiana è una variante di pizza preparata di solito con una base di formaggio, tanto pomodoro e condita con pezzi di prosciutto e ananas sciroppato. Altre versioni possono prevedere anche peperoni misti, funghi, pancetta e altri ingredienti esotici. Ammiriamo la Resistenza Culinaria Caudina, una rarità in questa globalizzazione sfrenata che colpisce, soprattutto, le tavole e gli stomaci del Popolo Caudino.

Per dire la Vostra, contattateci all'indirizzo di posta elettronica caudiumpatrianostra@gmail.com oppure tramite Twitter @SchiaffoLo

immagini tratte dalla rete

 

lunedì 3 luglio 2023

PARTENIO-TABURNO: «Entro metà settimana arriveranno i Porcini in Valle Caudina» | CIBO


IL SEMAFORO DEI FUNGHI DELLA CAMPANIA
Crescite in tempo reale dei funghi in Valle Caudina
Scopri dove stanno nascendo i Funghi di qualunque genere, inclusi i Funghi Porcini, in Campania grazie al lavoro di Funghi Magazine. Per sapere dove stanno nascendo i funghi, in tempo reale, puoi anche consultare la pagina iniziale dove trovi la mappa d’Italia, colorata con i colori del Semaforo, in base alle maggiori o minori probabilità di nascita di funghi.


Il Parco del Taburno ed il Parco del Partenio
L'ultimo semaforo dei funghi del 2 luglio, viste le ultime piogge, solo locali, annuncia la presenza di Galletti dov'è piovuto maggiormente. Gli amanti dei funghi, però, accolgono con grande entusiasmo la notizia dell'arrivo dei tanto amati Porcini entro metà settimana.
Invece, nel Parco Regionale del Matese e Sannio grazie alle ottime piogge recenti c'è un'impennata delle nascite. Galletti già presenti e buona nascita di Porcini, spesso adulti e piccoli in contemporanea. Sui Monti Picentini funghi in diminuzione a causa delle piogge scarse e solo locali. Purtroppo, tra il Verde dell'Irpinia i funghi "disponibili" sono spesso vecchi.

Dopo le grandi piogge, è arrivata l’ora del caldo Africano. Fungaioli in allarme per le impennate dei termometri e per il gran secco. Che ne sarà ora dei funghi Porcini? Cesseranno tutte le nascite? Se continueranno, dove si potrà andare a cercar Porcini e altri funghi questo fine settimana?

Che le grandi piogge di maggio-giugno non potessero durare ancora a lungo lo sapevamo tutti quanti, così come sapevamo perfettamente che al primo cenno di sereno, le temperature sarebbero subito impennate verso valori africani con aria sempre più secca.
Certo, la speranza era che, dopo così tanta pioggia caduta, i boschi potessero rimanere umidi ancora a lungo, magari grazie a cieli ancora frequentemente nuvolosi, pur in assenza di ulteriori piogge ma, ormai lo sappiamo tutti quanti...


Non ci sono più le mezze stagioni. Ormai da qualche anno a questa parte, la prassi è sempre la stessa: si passa dal freddo al caldo, da un giorno all’altro, o viceversa, senza vie di mezzo.

Gli eccessi di anidride carbonica e di altri gas alteranti l’atmosfera, non possono che fare il proprio dovere di “intrappolatori” di raggi infrarossi che, di fatto surriscaldano gli strati d’aria più prossimi al suolo, provocando repentina siccità.

I boschi si riscaldano rapidamente. Le chiome degli alberi, che intrappolano aria umida, creano temporanei effetti serra ma, l’arrivo di aria molto calda e secca, ancor più se supportata da Scirocco secco, disidrata rapidissimamente le lettiere ancora per poco zuppe delle pregresse piogge. Le grandi piogge pregresse sono andate rapidamente scemando e ancor più rapidamente sono scemate le zone umide con lettiere che rapidamente sono diventate “croccanti” con foglie che scrocchiamo sotto i piedi. Ora, la domanda che tutti mi stanno facendo in questi giorni è:

FINE DELLE NASCITE DI PORCINI?
No. Rallentamento delle nascite sicuramente sì ma, fine definitiva certamente no e comunque i cali saranno differenti da zona a zona. Nonostante il caldo e l’improvviso secco, c’è ancora un piccolo margine d’azione, margine per ulteriori nascite che certamente si sposteranno verso i monti e comunque su suoli meno-poco drenanti.

Che significa suolo drenante?
Significa che si tratta di suoli su cui l’acqua drena, quindi che viene assorbita dagli strati inferiori o che scivola comunque verso il basso o verso valle. Un suolo ricco di humus, soprattutto se poggia su terreno, e non su roccia o su pietrisco, può mantenere un certo tenore d’umidità pur in presenza di aria molto secca con assenza di piogge per più giorni consecutivi. Viceversa un bosco caratterizzato da sola lettiera che poggia direttamente su roccia viva o strato pietroso, perderà umidità assai velocemente, rendendo la lettiera così secca da rendere difficile l’assorbimento da parte dei miceti di sostanze nutritive.


Le opinioni espresse nei contributi degli ospiti riflettono esclusivamente l'opinione del rispettivo autore e non corrispondono necessariamente a quelle della redazione de Lo Schiaffo 321 - Immagini tratte dalla rete. Approfondimenti e fonte: Funghi Magazine

sabato 13 maggio 2023

Kebab? Ecco la composizione | CIBO


Intestino, polmoni, cuore, lingua, occhi, scarti di macelleria, ossa, sale e grasso animale? 

No, non è la ricetta della zuppa di una strega, ma gli ingredienti della “carne” di un Doner Kebab. Una moda spopolata in tutta Europa, compresa la Valle Caudina, il kebab è diventato il fast food più diffuso, da Londra a Barcellona, Roma, Berlino, Parigi, milioni di persone lo mangiano ogni giorno, senza sapere che cos’è e quanto pericoloso è per la salute.

Mahmut Aygun, emigrato in Germania dalla Turchia negli anni Settanta è stato uno dei primi fautori della diffusione di questo alimento nel nostro continente. Pare che, originariamente, nei paesi arabi dove è nato, il kebab fosse un piatto artigianale e rustico di carne, anche abbastanza fresco e nutriente, servito con verdure e salse speziate. Il Doner Kebab (ovvero la versione “da passeggio”, diffusa dalla Germania in tutta Europa, ndr), invece, non ha niente di nutriente, né di buono, purtroppo.

Quel sapore anche “non male” e a volte appetitoso, che chiunque abbia mangiato un kebab conosce, non è nient’altro il risultato della lavorazione della carne con quantità spropositate di grasso animale e spezie: questo è quello che inganna il palato. Chi è abituato a mangiare hamburger da McDonald od altre schifezze del genere, sa bene che il panino sembra buono: questo è solo un sapore indotto dal grasso utilizzato nel processo di lavorazione della carne.

Vi propongo i risultati di un’analisi condotta in Inghilterra da un equipe di scienziati e nutrizionisti e spero che vi facciano cambiare idea al momento di decidere se entrare in un “ristorante” che offre kebab.

– più del 50% dei Doner Kebab contiene carne diversa da pollo o vitello, la maggioranza dei kebab sono un miscuglio di carni diverse, tra cui quella di pecora e di maiale;

– a parte nei kebab realizzati con un’amalgama di carni di vitello, pollo, tacchino, pecora, maiale, in circa il 9% dei casi non si è potuta individuare con chiarezza la natura della carne utilizzata nel processo di triturazione;

– un kebab contiene tra il 98% (nel migliore dei casi analizzati) ed il 277% della quantità giornaliera di sale accettabile, oltre la quale la salute di un essere umano è a rischio;

– un singolo kebab contiene tra le 1.000 e le 1.990 calorie (senza considerare le verdure e le salse, ndr);

– un altro dato scandaloso è che ogni kebab contiene tra il 148% ed il 346% della quantità di grassi saturi assimilabili giornalmente da un essere umano (sempre considerando solo la carne, ndr);

Il testo integrale della ricerca è pubblicato qui in formato Pdf. La totalità dei kebab - scrive Matteo Vitiello - diffusi dalla Germania in tutta Europa, contengono una quantità elevatissima di conservanti ed additivi chimici, necessari per poter assicurare la conservazione del prodotto per mesi. Inoltre, durante il loro trasporto ed all’interno degli stessi stabilimenti dove sono venduti al pubblico, questi rotoloni di “carne” sono soggetti a gravi interruzioni della catena del freddo, in seguito a continui e ripetuti congelamenti e decongelamenti.


bufala?

Sulle colonne digitali di "Giornalaettismo" si parla proprio dell'articolo da noi riportato, con le dovute osservazioni tecniche. Analizzando la ricerca, pubblicata nel gennaio 2009 dall’agenzia inglese Lacors, si scopre che l’allarme vero in realtà è un altro, si legge nella replica. 

Sul numero dei kebab studiati, 494, un quarto conteneva solamente carne di pecora mentre erano 43, quindi meno del 10 per cento, la cui composizione è sconosciuta. O meglio, è ufficialmente “no result”, “nessun risultato”. 

Ma questo non sembra preoccupare granché i ricercatori. La circostanza ritenuta più grave è data dalla presenza di carne di maiale nei campioni analizzati. I musulmani, come tutti sanno, ritengono tale alimento impuro. Quindi non viene etichettato. Questo però porta ad una diffusione su larga scala di un prodotto “falso”, con la conseguenza natura che è impossibile determinare con certezza quanto maiale ci sia nel doner.


LE DIFFERENZE CON IL REGNO UNITO  
Non solo. E’ stata verificata una violazione generalizzata della legge inglese sull’etichettatura dei prodotti alimentari, datata 1996. Il risultato? 
E’ capitato che per alcuni prodotti fosse rilevata la presenza di carne non dichiarata, ed anche il contrario, ovvero che venissero certificati “ingredienti” in realtà non presenti. Per quanto riguarda invece l’apporto calorico, la ricerca elenca i dieci “kebabbari” più “pesanti” del Regno Unito, cioè quelli la cui carne è la più grassa e ricca di sale. Ma è necessario poi considerare che a differenza di quanto accade in Italia, da quelle parti i kebab vengono venduti secondo le “misure”, ovvero “piccolo”, “medio”, “grande”, con il paradosso per cui quello tecnicamente più pericoloso, ovvero il “large”, sia in realtà il più magro. Poteri del marketing. ( ...e del mondialismo alimentare n.d.r.)

Per dire la Vostra, contattateci all'indirizzo di posta elettronica caudiumpatrianostra@gmail.com oppure tramite Twitter @SchiaffoLo



domenica 19 febbraio 2023

Marinetti sulla luna: futurismo e gastronomia | CUCINA FUTURISTA

Marinetti sulla luna: futurismo e gastronomia

Tutti conosciamo la stravaganza di Filippo Tommaso Marinetti e di tutto il movimento futurista. Stravaganza che però significava anche lungimiranza con un pizzico di profetico.

Famose ed esilaranti le parole del Manifesto della Cucina Futurista, in cui si dichiara guerra alla pastasciutta, in quanto causa di sonnolenza e “[…]antivirile perché lo stomaco appesantito ed ingombro non è mai favorevole all’entusiasmo fisico per la donna e alla possibilità di possederla dirittamente”.

Ma goliardia a parte, è anche da notare come il cibo per i futuristi fosse strettamente legato all’identità nazionale e allo spirito di un popolo: “[…]noi affermiamo questa verità: si pensa si sogna e si agisce secondo quel che si beve e si mangia…”, dal cibo dipende la forza di un popolo, e i futuristi credono che “[…]nella probabile conflagrazione futura vincerà il popolo più agile, più scattante […] adatto ad una vita sempre più aerea e veloce”. 

Beh, in fondo non si può dargli del tutto torto.

È anche vero che il soffermarsi su composizioni di forme, uso di strumenti da cucina, additivi e principi puramente chimici appaiono meno assurdi ai nostri occhi che a quelli della gente dell’epoca. Se Marinetti potesse assistere alla preparazione di un dolce in una casa del 2016, stenderebbe immediatamente un’Ode allo Sbattitore Elettrico, un Sonetto sulla Polvere Lievitante e, perché no, su uno sformatino minimalista servito in un ristorante chic qualunque, senza contare che Marinetti era già stato definito come un precursore della Nouvelle Cousine.

Ma l’avanguardismo futurista non è poi così lontano da noi: pensiamo soltanto alla gastronomia molecolare, che ha fatto della cucina una vera e propria branca della scienza, in cui i piatti sono frutto di trasformazioni e reazioni chimiche, ma senza l’aggiunta di sostanze e additivi, revisionando i metodi di cottura tradizionali: 

degli esempi sono l’uovo coagulato dall’alcol etilico o il gelato istantaneo prodotto con azoto liquido. Leggiamo dal Manifesto della Cucina Molecolare Italiana: “La cucina molecolare italiana sarà attenta ai valori nutrizionali e al benessere di chi mangia. La cucina molecolare italiana realizzerà i suoi scopi creando nuove testure di ingredienti scelti in base ai criteri di questo manifesto, studiando le proprietà fisiche e chimiche degli ingredienti e progettando nuove architetture microscopiche.” Se non è Futurismo questo!

Ma cosa renderebbe più orgogliosi gli esponenti del Futurismo italiano se non i cibi confezionati per le missioni spaziali proprio da un’azienda italiana? Nello specifico, parliamo di Sudalimenta, azienda famigliare barese fondata da Nicola Tiberino a fine ‘800 e oggi fornitrice all’avanguardia di pasti per astronauti. Inizialmente di questo aspetto se ne occupavano gli ingegneri aerospaziali, producendo alimenti disidratati o in pillole.

La famiglia Tiberino invece, primo e unico caso in tutto il mondo, ha cominciato a confezionare antipasti, primi, secondi dolci della cucina mediterranea. I pasti sono sottoposti a un trattamento termico che garantisce la lunga conservazione senza bisogno di additivi e conservanti, confezionati poi in plastica termica.

Ma d’altronde, a discapito di chi nel nostro Paese riesce a guardare un po’ oltre, fa un progetto e lo realizza, siamo abbastanza abituati a farci scappare il primo posto del podio quando si parla di progresso. Purtroppo a seguito della burocratizzazione del settore ora regolato da bandi di concorso, la Sudalimenta non più stata interpellata dal 2014. Pur godendo di un primato e pur avendo rappresentato l’avanguardia italiana nel settore scientifico, l’azienda non ha ancora ricevuto alcun riconoscimento ufficiale dallo Stato.

Scritto da Elisabetta Sarzia

Quelle espresse in questo articolo sono le opinioni dell’autore, che non corrispondono necessariamente a quelle de "Lo Schiaffo 321". Immagini tratte dalla rete. Fonte: laspadadidamocle.com

sabato 10 dicembre 2022

Fermate la sostituzione della terra e la guerra contro la natura | CIBO

Ma davvero nel nome della ricerca scientifica e dello sviluppo, anzi del progresso, dobbiamo difendere e perfino benedire il cibo sintetico? 

Da giorni leggo sui giornali conformati un attacco continuo alla campagna promossa dal governo e in particolare dal ministero dell’agricoltura e sovranità alimentare, per difendere il cibo naturale, la carne che proviene dagli animali e la frutta e verdura che provengono dagli orti e dagli alberi. Magari se fosse stata una campagna degli ecologisti rosso-verdi sarebbero trattati con più indulgenza, come idealisti e nobili sognatori. Ma trattandosi di un governo di destra si prendono due piccioni con una fava. Da una parte difendono le multinazionali dell’International Food, col suo grande giro d’interessi, e dall’altra attaccano il governo Meloni.

Un attacco che partì già all’annuncio della formazione del governo, con la solita orchestrina di politici e stampa che ironizzavano sul ministero della sovranità alimentare. Ah, ah che ridere, i pomodori sovranisti e i cetrioli patriottici… Poi sono stati zittiti quando hanno appreso che di ministeri della sovranità alimentare ce ne sono anche in altri governi, a partire dalla vicina Francia. E la massima autorità a sinistra in tema di alimentazione, Carlo Petrini, fondatore dello slow food, dell’Arcigola e cofondatore del Pd (questa gli è venuta meno bene) ha sostenuto la sovranità alimentare. Le riserve, semmai, in questa come in altre intestazioni – come il merito nella pubblica istruzione – possono essere di altro tipo: che si riduca solo a uno slogan e che la sovranità si limiti solo al settore alimentare.

L’idea della sovranità alimentare e la campagna a favore dei nostri prodotti agricoli contro l’internazionale del cibo sintetico sono sostenuti dalla principale organizzazione sul territorio, la Coldiretti, col suo numero impressionante di iscritti, oltre un milione e mezzo. 

Sono battaglie per salvaguardare la nostra filiera agricola, tra coltivazione, allevamento e produzione nostrana; ma è anche una battaglia in difesa del buon cibo e della qualità alimentare, e dunque a vantaggio di tutti i cittadini. Infine, è una tutela di un nostro primato mondiale, insieme ai beni artistici e culturali: la sana alimentazione e la nostra varietà gastronomica.

In favore del cibo sintetico riconosco solo se fosse l’unica soluzione per sfamare le zone più povere del mondo. Se l’alternativa è patire la fame e la carestia, allora avrebbe un senso anche il cibo prodotto in laboratorio da mucche sintetiche o da piante artificiali. Ma laddove è possibile, a partire dal nostro mercato alimentare, è sacrosanto difendere la catena alimentare naturale e il cibo genuino (che poi può essere sofisticato e alterato anche in altro modo, non solo attraverso la sostituzione sintetica).

Ma in tema di cibo e di terra, emerge con sempre maggiore evidenza una contraddizione di fondo. Salvare la Terra è l’imperativo globale del nostro tempo; la Terra intesa come Pianeta, come globo in pericolo d’inquinamento e riscaldamento. Poi, però, in concreto, lasciamo che la grande industria sostituisca la terra e si sostituisca al mondo agricolo e ortofrutticolo. A me ricorda quel che dicevano Dostoevskij e Leopardi a proposito dell’umanità: chi ama l’umanità in generale di solito è indifferente se non ostile agli uomini reali e vicini. Amano l’umanità in astratto, la detestano in concreto, fino a sostituire gli uomini con creature artificiali, intelligenze artificiali, robot e postumani. Così sta succedendo con la terra, difesa in astratto, violata in concreto.

La sostituzione della terra avviene ogni volta che si preferisce il sintetico al naturale, il geneticamente modificato al genuino, il food delle multinazionali al cibo prodotto a chilometro zero. Si tratta invece di difendere la terra, attraverso il principio di prossimità; cioè a partire da ciò che è più vicino. Questo è il principio fondante della sovranità alimentare. Avendolo sostenuto nel corso di un forum della Coldiretti, l’ex ministro dell’agricoltura Maurizio Martina del Pd, mi ha detto che se questo è il significato della sovranità alimentare vi aderisce in pieno. Ripartire dalla prossimità, e non dalle multinazionali del food artificiale. E salvaguardare l’economia agricola e reale nostrana, a partire dal chilometro zero, il mondo contadino e la filiera conseguente. 

Il tema ancora una volta è difendere la Natura e il nostro habitat naturale. Come c’è la sostituzione dei popoli con i flussi migratori e la sostituzione delle differenze sessuali col genderfluid, così c’è la sostituzione dei prodotti della terra con quelli dell’industria. E’ un altro capitolo della guerra contro la natura.

Per rilanciare l’agricoltura, oltre i necessari atti concreti, c’è una scelta preliminare da compiere: tornare alla terra, amare e preservare la terra, a partire dalla propria. Le radici sono una risorsa primaria per la natura e l’identità dei popoli, va salvaguardato il nesso vitale tra radici e frutti. E dicendolo, mi sovviene il filosofo contadino Gustavo Thibon, che amava il Cielo e coltivava la Terra e pure viceversa, coltivava il cielo e amava la terra; era credente e agricoltore, e trasmise il suo amore per la terra a una pensatrice eterea che viveva nei cieli del pensiero, Simone Weil, che ospitò nella sua fattoria e fece lavorare nei suoi campi.

Per salvaguardare i nostri beni culturali e naturali, i paesaggi e i territori, è necessario conservare la natura, la storia, la tradizione, le radici e i frutti. Il primato italiano nel mondo è nell’intreccio tra arte e natura, tra paesaggi e retaggi, tra cultura e cibo.

Non si tratta di chiudersi in una sorta di autarchia alimentare, ma di dare una risposta adeguata e concreta alla globalizzazione e alla standardizzazione planetaria del cibo. E amare la Terra, la Terra tutta, ma a partire dalla propria.

Scritto da Marcello Veneziani 

 Quelle espresse in questo articolo sono le opinioni dell’autore, che non corrispondono necessariamente a quelle de "Lo Schiaffo 321". Immagini tratte dalla rete.

Fonte: ariannaeditrice.it