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domenica 16 giugno 2024
sabato 16 dicembre 2023
CERVINARA - SPECIALE ALLUVIONE 1999 - (Video)
La registrazione dei servizi trasmessi dal TG3 e dal TG1 a seguito della tragica alluvione del 16 dicembre 1999. #16dicembre1999
venerdì 16 giugno 2023
domenica 21 maggio 2023
EMERGENZA ALLUVIONE - Raccolta Alimentare e beni di prima necessità per l'Emilia Romagna 2023 | MILITANZA
Parte a Cervinara la Raccolta Alimentare e beni di prima necessità per gli alluvionati in Emilia Romagna. L'associazione Terra Mia "Servizi per il Volontariato" sta raccogliendo gli aiuti presso il Bar Anna in Via San Marciano. Per informazioni 3318683429.
EMILIA ROMAGNA NON MOLLARE!
Per dire la Vostra, contattateci all'indirizzo di posta elettronica caudiumpatrianostra@gmail.com oppure tramite Twitter @SchiaffoLo
sabato 29 aprile 2023
SERGIO RAMELLI PRESENTE! 29 APRILE 1975/2023
SERGIO RAMELLI! CARLO BORSANI! ENRICO PEDENOVI!
sabato 29 ottobre 2022
martedì 18 ottobre 2022
Julius Evola - Sulla "Milizia" quale visione del mondo - Audiolettura
Per Evola è fondamentale tramandare alle nuove generazioni, la visione metafisica del mondo. In questo modo tutta la vita del singolo, di conseguenza della società, cambia prospettiva muovendosi a partire da un centro che è "oltre", il superamento dell'"umano", conseguendo ciò che è nell'uomo stesso, la sua vera natura eroica spirituale.
"Non è un caso che le nostre antiche tradizioni abbiano cosi spesso usato un simbolismo tratto dal mondo del combattere, del militare, dell'affermarsi eroicamente per esprimere delle realtà puramente spirituali".
In pochi punti ho attualizzato il testo come se Evola scrivesse nei giorni nostri.
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mercoledì 5 ottobre 2022
In ricordo di Norma Cossetto!
17.5.1920 - 5.10.1943
In ricordo di Norma Cossetto, giovane italiana torturata, stuprata e infoibata dai comunisti titini sul confine orientale.
giovedì 7 luglio 2022
7 luglio 1972/2022 - CARLO FALVELLA PRESENTE!
giovedì 16 giugno 2022
“Quaderni di controinformazione: Dossier Francesco Cecchin” | MILITANZA
“Quaderno di controinformazione: Dossier Francesco Cecchin” elaborato dai militanti del Fronte della Gioventù nel maggio del 1979.
FRANCESCO CECCHIN VIVE!
Ricordiamo Francesco Cecchin, scomparso il 16 giugno 1979, vittima dell'odio politico.
Mai più violenza! GIUSTIZIA NON VENDETTA!
(immagini tratte dal "Presente" organizzato in Irpinia dalle Comunità Militanti nel 2010).
venerdì 29 aprile 2022
SERGIO RAMELLI PRESENTE! 29 APRILE 1975/2022
domenica 13 marzo 2022
Mi chiamo Sergio Ramelli e nel 1975 avevo 18 anni... | MILITANZA
«Mi chiamo Sergio Ramelli e nel 1975 avevo 18 anni, vivevo a Milano ed ero un tifoso dell’Inter».
Giocavo a pallone nella squadra di calcio dell’Oratorio San Carlo, a centrocampo con il mio amico Giuseppe. La mia famiglia era composta da mia mamma, mio papà, mio fratello e la mia sorellina più piccola. Vivevamo tutti insieme in un piccolo appartamento della periferia milanese.
Ero uno studente dell’istituto Tecnico “Molinari” e un giorno del 1974 il nostro docente di lettere ci assegna un tema libero, e io lo scrivo contro la violenza delle Brigate Rosse.
Non so come, ma questa mio tema pervenne agli estremisti di sinistra che allora imperversavano nell’istituto “Molinari” e io da subito mi trovai a subire quotidianamente processi popolari, angherie, sputi, schiaffi, aggressioni. Un giorno mi rifugiai all’Ufficio di Presidenza, mi venne a prendere mio papà e insieme a lui uscii di scuola tra due ali di studenti che ci calciavano.
Io rispondevo sempre, ma ero sempre solo. Non c’era mai nessuno con me. Per cercare protezione decisi di iscrivermi al Fronte della Gioventù. Non ne ero molto convinto, ma non vedevo alternative, cercavo solo qualcuno che potesse stare con me. Mia mamma era molto preoccupata, io la tranquillizzavo rispondendole che non avevo mai fatto nulla di male a nessuno, quindi non avevo nulla da temere.
Il 13 marzo 1975 in via Paladini, vicino a casa, vengo aggredito da due sconosciuti della mia età che impugnano chiavi inglesi “hazet 36” del peso di tre chilogrammi e mezzo l’una. Il commando era composto da circa 8-10 persone che durante la mia aggressione controllavano che dalle vie adiacenti non provenissero poliziotti in mio soccorso.
Il 14 marzo l’infermiera dell’Ospedale dice a mia madre che in tanti anni di lavoro non ha mai visto ferite così devastanti in una scatola cranica.
Il 1° aprile miglioro, ma non riesco a parlare e a muovere il mio corpo.
Il 5 aprile viene a trovarmi il mio allenatore di calcio dell’Oratorio San Carlo e mi dice che mi aspetta al campo. Piango.
Il 17 aprile ho provato a parlare per la prima volta con mia mamma e le ho chiesto una Coca-Cola e i libri della maturità.
Il 21 aprile ho la pleure.
Il 29 aprile 1975 alle ore 10 non ci sono più.
Nel 1985, dieci anni dopo la mia morte, il giudice Salvini, un uomo di sinistra, grazie alla confessione degli autori, identificò i responsabili della mia morte nel servizio d’ordine di Avanguardia Operaia della facoltà di Medicina dell’Università Statale di Milano.Alcuni erano diventati medici affermati, altri avevano fatto carriera politica.
La lapide in mio ricordo sotto la casa della mia famiglia venne negli anni più volte distrutta e poi sempre riparata, e per tante volte venne gettata l’immondizia sul marciapiede ove ero stato aggredito.
Per molto tempo, mia mamma Anita avrebbe ricevuto telefonate e lettere anonime, nelle quali veniva definita “una vacca, perché solo da una scrofa come te poteva nascere un maiale come tuo figlio”.
Mio fratello fu costretto ad andare a vivere a Lodi, perché a Milano continuava a ricevere minacce.
Mio papà morì nel 1979 di dispiacere.
Mia mamma Anita è morta nel 2013 senza mai pronunciare alcuna parola di odio contro nessuno.
«Mi chiamo Sergio Ramelli e nel 1975 avevo 18 anni, vivevo a Milano ed ero un tifoso dell’Inter. Giocavo a pallone nella squadra di calcio dell’Oratorio San Carlo, a centrocampo con il mio amico Giuseppe».
Scritto da Andrea Corsini
mercoledì 9 febbraio 2022
PAOLO DI NELLA - Roma, 9 febbraio 1983 | MILITANZA
Roma 09.02.1983 – Negli anni Ottanta, il clima politico andava lentamente cambiando, l’ondata devastante della violenza di piazza degli anni Settanta andava sempre più esaurendosi. Le aggressioni, gli agguati e i pestaggi di diradarono anche se non scomparvero del tutto.
Gianni Alemanno e Paolo Di Nella erano amici per la pelle. Si conobbero nel Fronte della Gioventù e iniziarono a far politica in una porzione di Roma che in quegli anni era ancora una marca di confine. Un grande spartiacque, il Trieste – Salario, fra la Roma rossa e la Roma nera. Gianni Alemanno era iscritto al Liceo Scientifico Righi, Paolo Di Nella, invece, era iscritto al Liceo Scientifico Avogadro fino al 1981, quando fu costretto a trasferirsi in un istituto privato a seguito di alcune minacce ricevute per la sua attività politica.
Gianni Alemanno era Dirigente romano del Fronte, legato all’ala rautiana, Paolo Di Nella, venti anni, era radicale, antisistema, tradizionalista, antinuclearista, intransigente, molto più critico dell’amico. Portava gli occhiali da vista, con montatura d’acciaio a goccia, i capelli sorprendentemente lunghi e i baffi. Leggeva molto, ascoltava il rock identitario ed era appassionato per le canzoni di Massimo Morsello. Gianni Alemanno e Paolo Di Nella erano insieme quando nel giugno del 1979 fu ucciso Francesco Cecchin, e sempre insieme si erano ritrovati a Nusco, in Irpinia, dove Francesco fu sepolto, per un gesto simbolico.
Intanto le identità, i linguaggi e i simboli stavano per trasformarsi. I primi anni del 1980, il Fronte della Gioventù non era più quello dei primi anni del 1970. Non era un’organizzazione granitica, assediata e chiusa in un ghetto. Era un’organizzazione che cambiava faccia e mutava la struttura organizzativa per articolarsi alla nuova realtà. Nacquero Fare Fronte e Fare Verde che raccolsero rispettivamente le organizzazioni studentesche e l’anima ecologista del Fronte.
I nuovi missini cercarono di mettere in soffitta i labari e i gagliardetti della Repubblica Sociale Italiana per iniziare a recuperare molte delle parole d’ordine che provenivano da Terza Posizione. In quel Fronte trovò spazio anche Paolo Di Nella e la sua piccola e personale guerra santa. La riapertura di una villa abbandonata nel quartiere africano. Villa Chigi, era inaccessibile, degradata, un intreccio di sterpi e siringhe gettate dai tossici del quartiere. Per Paolo Di Nella, quell’impegno, divenne una bandiera e una battaglia personale.
I manifesti lì disegnava con il pennello e la vernice nera sul retro di quelli già stampati, sul pavimento della sezione di via Somma campagna. Il 2 febbraio del 1983, Paolo Di Nella decise di iniziare l’affissione per le strade della città. L’invito era rivolto a tutti i giovani militanti della sezione. Molti decisero di non seguirlo, presi da cose più grandi e importanti, tranne, però, Daniela Bertani, venti anni. I due uscirono dalla sede del Fronte della Gioventù insieme, intorno alle nove di sera. Salirono sulla Fiat centoventisette e girarono per il quartiere Trieste – Salario.
All’inizio tutto sembrava tranquillo. Iniziarono ad attaccare i primi manifesti proprio da Piazza Vescovio, dove era caduto Francesco Cecchin, per poi continuare sui muri abbandonati di Villa Chigi e dirigendosi verso viale Somalia. Un primo segnale sospetto arrivò in quel punto della serata. Due ragazzi su un ciclomotore fissarono i due missini costantemente. Ma arrivati all’incrocio tra viale Somalia e Piazza Gondar, Paolo Di Nella e Daniela Bertani, notarono altre due persone, dall’aspetto trasandato. Paolo Di Nella continuò a fare il suo lavoro, prima all’altezza del bar Motta, poi attraversando la strada e dirigendosi verso uno spartitraffico dove vi era un tabellone pubblicitario, mentre Daniela Bertani era in macchina ad aspettarlo.
E lì che successe tutto. Davanti alla fermata dell’autobus trentotto, due giovani. Il primo indossava un piumino di colore rosso, il secondo, invece, azzurro. Mentre Paolo Di Nella era di spalle per mettere la colla sul tabellone, uno dei due, prese la rincorsa e lo colpi violentemente alla testa con un corpo contundente, fuggendo poi a piedi.
Paolo Di Nella si piegò sulle gambe come se per un attimo fosse stata tolta la corrente dal suo generatore interno. Ma riuscì comunque a raggiungere la macchina. Dopo un po’ si fermarono nei pressi di una fontanella e mentre Paolo Di Nella si bagnava la testa, le sue mani erano sporche di sangue. La ferita proveniva dietro l’orecchio. A quel punto era necessario il trasporto in ospedale ma Paolo Di Nella rifiutò fermamente.
Mentre Daniela Bertani lasciava l’amico davanti al portone di casa e riprendeva la strada per viale Libia, vide che tutti i manifesti che avevano attaccato erano stati strappati. Durante la notte, Paolo Di Nella, non riuscì a dormire. Si agitava. Prima andò in bagno per rinfrescarsi, poi girò per casa senza trovare pace. I genitori sentirono i rumori, si svegliarono e videro i vestiti macchiati di sangue. Solo in quel momento capirono che era successo qualcosa di grave. Già durante il trasporto in ambulanza, Paolo Di Nella, entrò in coma. Aveva un grosso ematoma interno.
Ricoverato al Policlinico Umberto I fu operato d’urgenza. Rimosso l’ematoma, gli fu asportato quello che era rimasto dell’osso temporale, letteralmente frantumato. In realtà Paolo Di Nella fu colpito al di sopra dell’orecchio, nella zona posteriore del cranio. L’arteria meningea fu compromessa dalla frattura che si estese subito dopo il colpo ricevuto. Furono sei lunghi giorni di agonia, la sua vita era già compromessa, dal terzo giorno, Paolo Di Nella, sprofondò in coma di quinto grado e fu mantenuto in vita artificialmente.
Per la prima volta, in questi giorni, arrivarono dei segnali importanti e diversi. Non più una comunità assediata che piangeva il proprio lutto, ma una parte politica che riceveva solidarietà un tempo nemmeno immaginabile.
La visita del Sindaco della Capitale, Ugo Vetere, iscritto al Partito Comunista; il telegramma di solidarietà alla famiglia Di Nella da parte del Segretario del Partito Comunista Italiano, Enrico Berlinguer, e la visita in ospedale del Presidente della Repubblica, Sandro Pertini.
Al capezzale di un giovane fascista in agonia giunse il Presidente partigiano.
Il 9 febbraio del 1983 alle ore venti il cuore di Paolo Di Nella smise di battere. Tre giorni dopo, il 12 febbraio, si svolsero i solenni funerali nella chiesa di San Saturnino. Oltre ai militanti e amici anche molti cittadini dalle più svariate idee politiche, come Marco Pannella. Quando il feretro arrivò a spalla fino al carro funebre, dalla bara fu tolta la bandiera tricolore, ma sotto vi era un’altra bandiera quella con la croce celtica del Fronte della Gioventù. Mentre la salma di Paolo Di Nella veniva tumulata al cimitero di Verano, circa trecento – quattrocento giovani missini giunsero sul posto dell’agguato.
I partecipanti depositarono un mazzo di fiori davanti a un lungo striscione murale e dopo alcuni minuti di raccoglimento e una breve commemorazione, il corteo si sciolse senza alcun incidente. Il volantino di rivendicazione dell’agguato, firmato da Autonomia Operaia, fu ritrovato il 14 febbraio in una cabina telefonica di Piazza Gondar, a pochissimi metri dove Paolo Di Nella fu aggredito, dopo una telefonata al centotredici. Intanto la squadra politica della Digos iniziò le indagini proprio da alcuni informatori. Quest’ultimi dubitarono della deposizione di Daniela Bertani e la polizia decise di frugare nei tabulati delle intercettazioni. Ma gli inquirenti trovarono solo lacrime e dolore. Le indagini si concentrarono su due giovani dell’area di autonomia, Corrado Quarra e Luca Baldassarri.
I sospetti non trovarono riscontro fino a quando, quindi giorni dopo la morte di Paolo Di Nella, il 24 febbraio, i due extraparlamentari di sinistra abbandonarono la città e gli inquirenti spiccarono due mandati di arresto con l’accusa di omicidio e latitanza. Corrado Quarra si nascose a Subiaco, un paesino vicino Roma, in casa di una zia. Quando la polizia arrivò con il mandato, Corrado Quarra, riuscì a fuggire dalla finestra. Ma la notte tra il primo e il 2 agosto del 1983, in Piazza Risorgimento, a Roma, fu fermato da un posto di blocco della polizia e portato in Questura. Una volta interrogato il sospettato, fu allestito un confronto all’americana. In causa, fu chiamata l’unica testimone oculare, Daniela Bertani, per l’identificazione di uno dei due aggressori. Al di là del vetro, quattro ragazzi, senza esitazione, Daniela Bertani, riuscì a individuare Corrado Quarra.
In seguito alle intercettazioni, alla doppia fuga, alla latitanza e al riconoscimento della Bertani, il giudice Santacroce emise il mandato di cattura nei confronti di Corrado Quarra con l’accusa di tentato omicidio. Il 4 novembre del 1983 un nuovo colpo di scena. Daniela Bertani, per la seconda volta, si trovò davanti a uno specchio per il riconoscimento di Luca Baldassarri. Ma sbagliò, individuando una delle tre comparse.
Infatti la controfigura di Luca Baldassarri non fu selezionata dagli inquirenti ma dalla difesa di Baldassarre. Allora anche il primo riconoscimento non doveva essere considerato valido. E cosi fu. Il 29 dicembre del 1983, il giudice istruttore Calabria, decise di mettere in libertà Corrado Quarra. A nulla servirono le proteste degli avvocati della famiglia Di Nella. Nell’aprile del 1986, a tre anni dalla morte di Paolo Di Nella, Corrado Quarra fu completamente prosciolto dall’accusa di omicidio. In quel periodo fu sottoposto solo all’obbligo della firma in commissariato senza essere più compiuta nessuna indagine su di lui.
Finalmente, nell’ottobre del 2005, il sogno di Paolo Di Nella si realizzò. Villa Chigi, splendente e fiorita, fu restituita al quartiere per dare ossigeno alla città assediata dal traffico. (STP)
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PAOLO DI NELLA: “La Rivoluzione si costruisce nell’agire quotidiano” | MILITANZA
Lo Schiaffo 321 ricorda il Camerata Paolo Di Nella assassinato negli anni Ottanta. Paolo era un militante del Fronte della Gioventù e venne colpito alle spalle dall'antifascismo rosso mentre affiggeva dei manifesti dell'ala ambientalista giovanile legata al Movimento Sociale Italiano.
Riportiamo per le lettrici ed i lettori de Lo Schiaffo 321 un testo scritto dal "nostro" Paolo che deve spingere ad una profonda riflessione:
Noi purtroppo non siamo ancora un’élite, perché se lo fossimo sapremmo certamente guidare il nostro popolo sulla via nuova. Per ora siamo soltanto delle persone che cercano di essere uomini, uomini e donne che vivono uno stile di vita autentico; ma per essere degli uomini nuovi non basta credere in determinati valori, è necessario viverli e temprarli nell’agire, quotidianamente: questa è in parte l’importanza di fare politica.
Rivoluzione non è qualcosa di astratto, che sa di miracolo: è qualcosa che si costruisce giorno per giorno, pezzo per pezzo, sbagliando e riprovando, anche col sacrificio personale, anche riuscendo a superare tanti problemi contingenti che si presentano e che spesso, anche se sembrano tanto grandi ed insormontabili, se solo li si prova a guardare con un’ottica diversa, risultano delle inezie.
Scritto da Paolo Di Nella
lunedì 13 dicembre 2021
+PREVENZIONE -ALLUVIONE | 28.02.1999-16.12.1999
sabato 11 dicembre 2021
Da Napoli alla Valle Caudina - La mia gioventù di Lidio Aramu (1977)
C’è un tempo per sognare ed uno per i bilanci. Ed il raffronto tra i due, spesso, dà luogo al tempo della nostalgia. E’ l’incontro della saggezza senile con i ricordi dei verdi anni, il momento in cui i candidi e vitali sogni giovanili perdono definitivamente ogni residuale e credibile paludamento ideologico.
E ci si accorge di aver vissuto pirandellianamente, tra tante maschere e pochi volti.
A volte basta un nulla perché d’improvviso si riaccenda il ricordo di un amore passato, di un viaggio, del giorno della prima comunione, della laurea. Il mio ultimo flash back è da ricondurre alla lettura di un anno lontano nel tempo in cui la disoccupazione giovanile fece registrare un tasso molto alto:
era il 1977.
Anche quello fu un anno particolarmente difficile, segnato dagli effetti della politica di austerità varata da un governo di unità nazionale. Effetti che evidenziarono l’esistenza di una profonda frattura tra le frange del comunismo extra parlamentare e quello ufficiale delle Botteghe Oscure. Il 1977 si ricorda per la cacciata di Luciano Lama, segretario nazionale della Cgil, dall’Università di Roma occupata. Dalle lacerazioni interne al movimento comunista giovanile spuntò l’ipotesi della legittimità della lotta armata per il comunismo che si concretò con i ferimenti e gli omicidi di giornalisti – Indro Montanelli, Walter Tobagi, Carlo Casalegno – magistrati – Emilio Alessandrini, Vittorio Bachelet – sindacalisti – Guido Rossa – intellettuali – Ezio Tarantelli – ed ancora, militari, industriali…
Un crescendo di terrore che si concretò in 2.128 attentati, trentadue gambizzati e undici omicidi.
Sulla sponda opposta, quella neofascista, si avvertiva invece la necessità di superare la fase della mera testimonianza, del ricordo nostalgico del “quando c’era Lui”, dei “braccetti a molla” pronti a scattare nel saluto romano. Sempre più forte diventava il desiderio di abbandonare le torri d’avorio delle costruzioni filosofiche per andare verso il popolo con i suoi problemi esistenziali. Fu un’avanguardia rivoluzionaria organica a Linea Futura, la corrente minoritaria missina di Pino Rauti, ad adottare il principio del primum vivere deinde philosophari nella prassi politica.
Forte del radicamento territoriale (scuola, luogo di lavoro, università, quartieri cittadini), la giovane Destra cominciò pian piano a conquistare spazi di agibilità politica grazie all’analisi dei bisogni e all’elaborazione di soluzioni “alternative” alle gravi difficoltà dei cittadini.
Pur senza abbandonare le dispute sui massimi sistemi, essa prese a confrontarsi sui temi dell’economia, ecologia, etologia, sociologia, urbanistica, arte, musica dando un senso compiuto a quella riconquista della realtà auspicata da Generoso Simeone a colpi di proposte moderne, puntuali ma ancorate saldamente alla tradizione nazionale.
Conobbi il proconsole beneventano di Pino Rauti – così come lo definiva la stampa di regime – per motivi professionali nel ‘76. Sull’onda del successo ottenuto con il contributo del sindacato dei tabacchicoltori della Cisnal, nella lotta per l’assegnazione delle quote di produzione, Generoso Simeone con un manipolo di giovani sanniti, creò l’Upas (Unione Provinciale Agricoltori Sanniti) allo scopo di aiutare gli agricoltori ad acquistare a prezzi contenuti i presidi fitosanitari ed i fertilizzanti indispensabili all’ottenimento di prodotti agricoli di qualità e a garantir loro la necessaria assistenza tecnica a titolo gratuito.
Le adesioni degli agricoltori all’Unione crescevano rapidamente, dalla valle telesina all’alto Fortore, testimoniando così la fondatezza delle teorie simeoniane. E tra un viticoltore ed un tabacchicoltore, Generoso Simeone trovava anche il tempo per girare in lungo ed in largo per il Paese allo scopo di organizzare il I Campo Hobbit. Ai miei occhi appariva come un missionario, un testimone della fede, un esempio da imitare, il costruttore di un sogno.
Ed il sogno prese le forme di un campo sportivo in terra battuta di una tranquilla cittadina agricola, lontana dalle tensioni politiche delle grandi città, sulla recinzione del quale svettava una cortina di bandiere rosse con la croce celtica. Montesarchio fino allora nota per il carcere borbonico in cui fu rinchiuso Luigi Settembrini, da quel giugno del ’77, sarebbe stata anche ricordata per la storica svolta della gioventù rauto-missina.
Per due giorni su quel palcoscenico polveroso ed assolato si alternarono gruppi di musica alternativa provenienti da ogni dove, mentre i circa 1500 giovani, convenuti da tutt’Italia e lontani anni luce dagli stereotipi rappresentati dalla stampa di regime, seduti in cerchio sulla nuda terra animavano dibattiti privi di qualsiasi connotazione nostalgica su come e con quali argomenti si poteva incidere nelle realtà sociali.
Tra quei giovani, non ancora quarantenne, Antonio Parlato, consigliere comunale di Napoli e marittimista di vaglia, partecipò da protagonista all’esperienza comunitaria.
“Noi dobbiamo acquistare la capacità di essere presenti laddove esiste un problema e si ricerchi una soluzione. Le soluzioni dovranno essere quelle nostre, rivoluzionarie, come rivoluzionario ed anticonformista è il nostro modo, antimarxista ed anticapitalista e quindi spirituale, organico ed interclassista, di concepire la società ed il rapporto fra questa e gli individui che la compongono”, così Parlato scriveva nel corposo documento F/77 anticipando di qualche mese le tesi dominanti del Campo Hobbit.
Aveva tra l’altro ipotizzato la formazione di commissioni di studio: “Problemi dei Quartieri Popolari”, “Orientamenti Ideologici e Formazioni Politiche”; la creazione di Commissioni Permanenti per il “Costo della vita”, l’“Assistenza agli anziani”, “Piena occupazione”, “Casa ed Equo Canone”; l’istituzione di Commissioni speciali per la “Delocalizzazione dell’Italsider”, il “Servizio civile femminile obbligatorio”, la “Scuola aperta”, il “Rilancio della Mostra d’Oltremare”, il “Recupero del verde pubblico”, i “Problemi dello sviluppo portuale”.
La tesi parlatiane non furono accolte dal favore del Congresso provinciale del Msi, ma da quel momento per noi giovani la qualità della militanza mutò radicalmente e fu un crescendo di approfondimenti, studi ed elaborazioni che trovavano puntualmente in Antonio Parlato il terminale politico.
Il terremoto del novembre ’80 fu un severo banco di prova. L’esame fu superato brillantemente al punto che nel 1982 e nel 1986 con l’elezione di Antonio Parlato a Segretario Federale di Napoli la corrente rautiana diventa maggioranza. Furono gli anni della “Legge speciale per Napoli”, della “proposta per la ricostruzione”, del “Progetto Napoli Capitale”. Poi giunsero i tempi bui delle dimissioni di Pino Rauti da Segretario nazionale del Msi e quelli dell’abbandono della casa del Padre. In tanti continuarono a far politica tenendo ben presente i Valori identitari anche dopo aver traslocato, ma ancora più numerosi furon coloro che con ansia aspettavano il rompete le righe.
Quelle barriere ideologiche che per troppo tempo avevano precluso loro la possibilità di occupare gli scranni del potere. A Fiuggi bastò un’alzata di mano per passare dall’”alternativa al sistema” all’”alternanza nel sistema”, di corsa verso una prospera omologazione.
Scritto da Lidio Aramu
Fotoservizio di Lidio Aramu
Tratto da ilnapoletano.org

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