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mercoledì 24 luglio 2024

Lo stato del Diritto - Intervista a Rachele Mussolini (2024) | OENNE

Lo stato del Diritto - Intervista a Rachele Mussolini a cura di Irene Testa.

Puntata di "Lo stato del Diritto - Intervista a Rachele Mussolini" di giovedì 18 luglio 2024 che in questa puntata ha ospitato Irene Testa (tesoriere del Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito), Rachele Mussolini (consigliere del Comune di Roma, Fratelli d'Italia).

Tra gli argomenti discussi: Adozione, Comuni, Destra, Diritti Civili, Diritto, Discriminazione, Elezioni, Lgbt, Minori, Msi, Omosessualità, Pannella, Partito Radicale, Roma, Sessualità. La registrazione audio di questa puntata ha una durata di 19 minuti.

 "Occhio Nero, oenne" 

"Occhio nero, oenne" è la nuova rubrica de Lo Schiaffo 321 dove troverete articoli legati, più o meno, alla poliedrica area. Un occhio nero per tutti i benpensanti politicamente corretti e/o inetti.

domenica 14 aprile 2024

CONTROPELO - Enzo Tortora intervista Giorgio Almirante (1979)

"Nulla mi impedisce di aprire bocca neanche il rasoio...". Speciale intervista a Giorgio Almirante, la trasmissione condotta da Tortora è andata in onda nel 1979, la rubrica si chiamava Contropelo; la particolarità della rubrica era la modalità in cui gli invitati venivano intervistati, sulla poltrona del barbiere. Almirante fu il primo, tra i
personaggi politici invitati, ad essere intervistato in questo programma.


 

lunedì 15 gennaio 2024

Verità e menzogne sul Brigantaggio | INTERVISTE

Verità e menzogne sul brigantaggio
Gaetano Marabello

Verità e menzogne sul brigantaggio. La sconosciuta replica della Corte Borbonica alla relazione Massari (1863). Il giornalista Marino Pagano e l'autore Gaetano Marabello dialogano sul brigantaggio postunitario e sulla repressione nel Regno delle Due Sicilie. 

 

sabato 4 novembre 2023

BRIGANTAGGIO - «Pasquale Mainolfi e Giuseppe Tironi, i due Trombettieri Garibaldini della Valle Caudina». | INTERVISTE


BRIGANTAGGIO - «Pasquale Mainolfi e Giuseppe Tironi, i due Trombettieri Garibaldini della Valle Caudina». 

Nella lunga ed interessante intervista a Pietro Zerella, a cura di Renzo Montagnoli, emerge un episodio importante della Storia d'Italia che vede protagonisti ben due Camicie Rosse Garibaldine della Valle Caudina. L'autore del romanzo storico "L’altra faccia dell’unità d’Italia 1860 – 1862" porta all'attenzione un aspetto del Brigantaggio da analizzare con attenzione, ossia i Meridionali assoldati dai Garibaldini.
Nella discussa "Epopea delle Camicie rosse Garibaldine", capace di commuovere, ingannare ed esaltare intere generazioni, non solo italiane, c'è anche un delicato frangente legato alla nostra Valle, questa volta non al centro della scena, ma curiosamente citata come terra di origine di due trombettieri protagonisti a Calatafini, dove il sedicente Eroe dei Due Mondi scambia delle battute con i due Caudini, capaci di dare la svolta alla celebre battaglia che resterà negli annali per la celebre frase "Qui si fa l'Italia o si muore". Né la storiografia locale, né la tradizione popolare, però, non hanno riportato le loro azioni, riuscendo a non tramandare la memoria.
Buona lettura.

Garibaldino

Ho letto con grande piacere questo romanzo che parla effettivamente di un’altra faccia dell’Unità d’Italia, ben diversa da quella che abbiamo studiato sui banchi di scuola e scritta a uso e consumo della classe dominante, in questo caso la Monarchia Sabauda.
Mi è piaciuto anche l’equilibrio dello svolgimento e, per quanto tu sposi una visione che in buona parte condivido, non porti mai avanti il discorso in modo assolutistico, nel senso che non vuoi essere la fonte di ogni verità, e, a testimonianza di ciò, riporti in calce due capitoletti dedicati rispettivamente al revisionismo di natura politica e alle critiche al Revisionismo sul Risorgimento. Preciso, anche per i lettori, che le teorie revisioniste a livello storico sono abbastanza recenti e risalgono più o meno a una ventina di anni fa, cioè quando ormai da tempo la Monarchia era caduta e la Repubblica era già ben consolidata. 
Domanda - Secondo te, perché è occorso così tanto tempo per una ricerca della verità che non fosse quella pontificata a livello scolastico?
Risposta- La nostra giovane entità di Monarchia, prima, di dittatura e Repubblica poi, e di come abbiamo vissuto queste drammatiche fasi storiche, ci hanno precluso di guardare indietro e giudicarci. Nella ricerca della verità gli studiosi trovavano spesso gli archivi sbarrati da “segreti di Stato” e questo è continuato fin quasi agli anni ’80. La nuova cognizione storica, l’importanza delle piccole storie locali, ricerche di nuovi appassionati di scrittura e il rafforzarsi della Democrazia e della Repubblica hanno tolto ogni velo di reticenza sulla Storia d’Italia. La storia scolastica serviva a formare e modellare la giovane Italia, far conoscere certi personaggi e ignorare gli altri, descrivere un’Italia perfetta fatta solo di eroi, di monumenti e di tanti sacrifici. Insomma un’Italietta di “brava gente”. Poi il cadere di tante barriere, la scoperta di documenti impolverati ci farà conoscere quanto sangue fraterno ha inondato i sentieri di questa bella Italia.
Camicia Rossa
D- E’ strano che gli storici non si siano sentiti in dovere di riscontrare se quanto da sempre insegnato trovava una corrispondenza con la realtà dei fatti. Non è improbabile che qualcuno di loro abbia avuto più di un sospetto, ma che si sia lasciato attrarre dal quieto vivere, dimenticando però che solo con la corretta ed esatta conoscenza delle basi è possibile iniziare a porre rimedio alle storture di uno stato che rischia di implodere. E’ ipotizzabile, quindi, che la grande sfiducia nello stato delle popolazioni meridionali, all’origine della famosa “questione”, risieda proprio nel trattamento ricevuto con l’unificazione dell’Italia che, anche con i corposi aiuti economici successivi, ha considerato sempre il Sud una colonia e non una parte integra e indispensabile della sua struttura. Al riguardo, qual é il tuo pensiero?
R- La Questione Meridionale è un problema che nasce subito dopo l’Unità d’Italia. Si potrebbe cavillare, cercando di capire le cause più profonde che giustifichino la decadenza di un popolo e di un Regno andando ha ritroso della storia che ha vissuto il Sud.
Tre sono stati i periodi di massimo splendore per il Meridione: l’impero Romano con la parentesi dei Sanniti, il dominio Longobardo e l’impero di Federico II scomparso con la sconfitta di Manfredi a Benevento (1266). Dopo vi sono state dominazioni straniere, Angioini, Aragonesi… e infine i Vice re spagnoli che hanno portato fame, rovine e “camorra” fino a Carlo III di Borbone che diventa re delle Due Sicilie. Sotto il suo breve governo si ha la rinascita del mezzogiorno proseguita dai suoi avi, magari con soprusi e cannonate. La negatività dei Borbone è stata sempre una politica chiusa e autarchica isolando il suo popolo tra “l’acqua salata e l’acqua benedetta”. Vero è, che nel Regno si pagavano poche tasse e pur nella miseria il popolino non emigrava.
Il 1860-61 è il periodo più travagliato della storia Meridionale. Subito dopo la proclamazione dell’unità, il Regno delle due Sicilie è subito sottoposto all’uniformità legislativa e amministrativa dell’Italia unita. Il passaggio dai Borbone ai Savoia avviene attraverso una serie di convulsi esperimenti, dove il paese è travagliato da una profonda crisi, caratterizzata dalla dissoluzione dell’apparato amministrativo, dalla stagnazione dell’economia, dalle agitazioni dei contadini per la quotazione dei demani comunali, dal brigantaggio e dall’opposizione del clero al nuovo regime. Nei nuovi governanti manca la visione unitaria e la conoscenza delle effettive condizioni delle società meridionali e di conseguenza era emanare seri e concreti programmi governativi per unire le due Italie (allora mancava l’esempio dell’unificazione delle due Germanie). Il Nord, più evoluto, anche perché più aperto all’influenza dei paesi d’oltre Alpe e meglio governati dagli Asburgo e dai Francesi, ha percepito prima l’idea dell’Illuminismo, ma non ha saputo applicare nei confronti dei meridionali i codici di Napoleone, non ha usato la penna, anzi per i cervelli pensanti del Nord, come la scuola del criminologo Lombroso, Garafalo e altri, l’uomo del sud, per le sue caratteristiche fisiche, era ritenuto un criminale nato e l’ intelligenza simile a un beduino e quindi per correggerlo aveva bisogno di punizione (fucilazione, deportazione e incendi di interi paesi), massima repressione e tasse fino all’osso (Quintino Sella). Naturalmente, il popolo del sud sentendosi colonizzato, privato delle poco industrie e iniziative, il mercato aperto alla concorrenza del Nord, non protetto in alcun modo dal nuovo stato, fu costretto ad armarsi, a difendersi, a guardare i campi dei proprietari terrieri e dei nobili, a costituire società segrete (Mafia e Camorra). facendo finta di assoggettarsi ai nuovi padroni. (Tutto cambia affinché nulla cambi).
Gli storici, pur di sopravvivere, hanno ignorato gli eventi o hanno trovato gli archivi sigillati. Purtroppo il problema meridione esiste ancora e forse, con gli attuali politici, che non sono delle “Aquile”, ma delle “Gazze ladre” esisterà ancora. Terminerà con le nuove generazioni che dimenticando la retorica, capiranno alla fine, che la penisola sarà grande quando sarà tutta una con un grande popolo.
Manfredi a Benevento (1266)

D- Hai scritto bene “nei nuovi governanti mancava la visione unitaria” ed è da questa mancanza che sono nati i problemi. Per dirla francamente, a Vittorio Emanuele II e a Cavour non interessava liberare gli italiani e farne, dapprima un’unica nazione e poi un unico stato. A loro importava semplicemente mettere le mani su terre ricche d’industrie e d’agricoltura, e guarda bene che anche il resto d’Italia si trovò più assoggettato che unificato, e così quasi subito ebbe inizio quel grande flusso migratorio che interessò anche il Meridione. La leva obbligatoria di cinque anni, che sottraeva le braccia migliori alle famiglie, le tasse spaventose sul macinato e un’infinità di altre gabelle si abbatterono sugli italiani “liberati” peggio di una grandinata, con effetti senz’altro più devastanti al Sud, le cui popolazioni avevano già dapprima un tenore di vita inferiore a quelle del nord. Non intendo andar oltre, perché altrimenti si corre il rischio che l’intervista si allunghi fino a livelli intollerabili e passo quindi ad altro. E’ stata originale la scelta della figura del bisnonno, un fantasma che viene dall’aldilà a raccontare al nipote come sono andati i fatti e anche se il tutto viene esposto da uno che c’era, ma che non era addentro ai gangli vitali, il ricorso agli articoli di giornali dell’epoca offre un senso di immediatezza, oltre che costituire il supporto tecnico-storico. Presumo, comunque, che tu ti sia basato anche su testi specifici, che non hai indicato nelle fonti bibliografiche, ma che mi interesserebbe sapere, quale appassionato di storia, magari per poterli leggere pure io. Li puoi indicare?
R- Sarebbe interessante proseguire questa lunga disamina storica sul nostro passato, ma è meglio per ora rimanere nel testo altrimenti maturiamo un’altra pensione! L’idea di coinvolgere il mio bisnonno, mi venne qualche anno dopo aver scritto un libro ambientato sul mio paese: “ San Leucio del Sannio, ho conosciuto il nonno del mio bisnonno” (1997). Pazientemente ho ricostruito l’esistenza di tutti i nuclei familiari (fuochi) del paese indicando se proprietari o meno. Questo lavoro l’ho tratto dalle visite pasquali che il parroco faceva annualmente e fotografava lo stato della famiglia. Tante persone, maschi, femmine, servi, nati, morti ecc… e con appunti per casi particolari, come carestie e morti in particolari condizioni.
Partendo dal 1606, i primi dati certi delle nostre radici, seguendo tre censimenti fino al 1890, ho ripercorso la vita di un nucleo familiare. Alla fine ogni famiglia ha scoperto, andando a ritroso negli anni, il suo casato e nuove parentele che ignoravano. E’ stato un lavoraccio perché ho dovuto copiare dai registri parrocchiali, scritti con calligrafie incerte e abbreviazioni da far perdere il senno.
Il lavoro è durato circa due anni e alla fine il comune (io come assessore alla cultura) ha pubblicato e distribuito gratuitamente alla comunità. Il mio libro fu premiato in un concorso dei comuni italiani a Montecelio Romano, classificandosi 5^ su alcune centinaia.
Per qualche anno in paese si parlò solo di questo libro e dei nonni, molte copie furono richieste dagli emigranti  in Australia e degli Stati Uniti. Con queste ricerche e con le testimonianze degli anziani ho potuto ricostruire il nostro modo di vivere fatto da tanta miseria e tanti soprusi dei piccoli proprietari e dai preti (su 2900 abitanti vi erano 11 sacerdoti). Per quanto concerne le fonti principali delle mie ricerche, oltre ai giornali citati, di Dumas e altri, mi sono avvalso di quelle del mio primo libro sul brigantaggio “Preti contadini e briganti…”. Nella presentazione del volume, il Prof. di Storia Antonio Gisondi dell’Università di Salerno mi faceva rilevare che molto avevo parlato della classe misera ma poco della classe dirigente del tempo.
Forse fu una giusta osservazione, ma immedesimandomi in due poveracci, uomini di paese e del popolo, questi non avrebbero mai avuto l’opportunità di conoscere o confrontarsi con nobili, proprietari terrieri o l’alto clero. Il loro mondo, per le loro condizioni, legati da una vita e per generazioni alla terra, era distante dai palazzi anni luce. Per quanto concerne le fonti specifiche, vale a dire la bibliografia e gli archivi da cui ho attinto le notizie per scrivere questo romanzo, è piuttosto corposa, di autori dell’epoca e di storici recenti, senza contare le ricerche dirette presso vari archivi.
Trombettieri

D- Ha ragione il prof. Gisondi, ma hai ragione anche tu, perché il basso ceto, soprattutto all’epoca, non avrebbe mai potuto avere uno scambio di opinioni con chi lo dominava. Tuttavia, il quadro che ne è sortito è più che esauriente, oltre a essere esposto in modo scorrevole e accessibile. Nel leggere le pagine di questo romanzo, che più che storico, definirei di didattica storica, mi sono sorti alcuni dubbi, che ti pregherei di fugarmi.
Il tenore di vita della popolazione prima dell’avvento dell’Unità d’Italia com’era? Era più o meno a livello con quello degli abitanti del settentrione?
Esisteva una borghesia rampante, insomma un ceto medio abbastanza corposo ed influente?
La malavita organizzata (leggasi mafia e camorra) aveva un peso pari all’attuale?
R- Il tenore di vita della popolazione Meridionale prima dell’Unità doveva essere leggermente inferiore a quello del Nord, in particolare nelle campagne e nei comuni.
Invece nelle città si doveva equivalere sia nella cultura sia nel vivere quotidiano. Napoli, Bari, Palermo, erano tre grandi città a livello europeo. Non dico Napoli che godeva di molti primati, con il maggior numero di tipografie di altre città, il Teatro San Carlo e aveva studiosi ed economisti a livello europeo, ma anche altri grandi centri non erano da meno. In alcuni paesi del Nord si moriva di “pellagra”, da noi si moriva d’inedia per il poco pane. Le novità da voi erano percepite prima, da noi molto più in ritardo.
Le famiglie per progredire facevano del tutto per avere un figlio prete o avere qualche umile lavoro dal signorotto del paese, il Marchese, il Conte… che per un pezzo di pane seduceva la povera donna e poi magari la faceva sposare con un po’ di dote a qualche suo contadino (I Promessi sposi).
Non esisteva una borghesia rampante perché costoro si accontentavano di vivere intorno alla nobiltà. Quest’ultima abituata a non lavorare ma ha vivere di rendita proveniente dalla terra (coltivazione dell’ulivo, uva, grano) o dai latifondi, ha vissuto bene quando la rendita di Stato era solida e costante negli anni; in seguito con l’Unità e, la svalutazione, dalla terra non ha ricevuto più nulla, non ha saputo capire i tempi e investire in altro come al Nord i conti Baroli, Ricasoli.
Al Sud, come ancora oggi, non abbiamo la cultura dell’industria, ma quella dell’artigianato e della piccola imprenditoria.
Mafia, Camorra…hanno da sempre condizionato l’Italia e ancora la condizionano. Purtroppo, sia prima che oggi, lo Stato è stato sempre debole e a volte se n’è servito (Vedi Rep. Napoletana, 1799) con il cardinale Ruffo, il ministro dell’interno Liborio Romano, nella seconda guerra mondiale gli Stati Uniti con Lucky Luciano, i vari sequestri eccellenti e l’altro ieri… il patto scellerato…Oggi poi la malavita si è evoluta talmente che sta lasciando il Sud per espandersi nell’opulento Nord: “i camici bianchi”, sparano di meno ma uccidono di più. Presto questo primato sarà superato con l’arrivo della Mafia russa e cinese e dalla crudeltà dei popoli slavi. Al Sud finché esiste il problema della “monnezza” (l’oro della malavita), la mancanza dello Stato e una politica sociale moderna, la criminalità fiorirà sempre, ora più che allora, in cui regnava la miseria.
Camillo Cavour
D- E veniamo al triste fenomeno della corruzione, ora più che mai dominante nel nostro paese. Si dice che siano stati i Savoia e Cavour a introdurre la corruzione nel Regno delle Due Sicilie, pagando ministri, generali e anche nobili, al fine di agevolare l’impresa di Garibaldi. Al riguardo, ci sono prove incontrovertibili. Questa politica di ungere le ruote era una costante del Regno di Piemonte, tanto quasi da essere un marchio di fabbrica. La domanda: in precedenza, il livello di corruzione era notevole o modesto?
R- La corruzione è stata per sempre il male dell’uomo, antica come le donne di malaffare. I Romani ne fecero largo uso comprandosi re e condottieri. Tutta la Spedizione dei Mille fu organizzata non da principianti o semplici volontari sprovveduti, ma da gente raffinata, intelligente e da gradi politici di ampio respiro. Chi non era al corrente di nulla, ma credeva nella giusta causa della libertà erano Garibaldi e i suoi volontari.
Nel XVIII e il XIX secolo la massoneria mondiale era una grande realtà che influiva sulla politica delle nazioni, sull’economia e sul modo di pensare dell’uomo (V. nascita degli Stati Uniti, diritti dell’uomo e altri eventi ancora sconosciuti al popolo).
Anche i problemi della penisola furono influenzati e diretti dalla Massoneria inglese che finanziò la spedizione di Garibaldi con tre milioni di Franchi Francesi in piastre d’oro turche per corrompere i Ministri e i Generali Borbonici.
Altri finanziamenti provenivano dalle offerte private e dai comitati, disseminati in cento città, allo scopo di raccogliere denaro per l’acquisto di un milione di fucili. I proventi a favore di Garibaldi venivano puntualmente registrati dal responsabile della cassa, lo scrittore Ippolito Nievo e dai suoi collaboratori. Guardo caso, la contabilità scomparve nel misterioso affondamento del vapore “Ercole” che da Palermo era diretto a Napoli.
Nella disgrazia perirono duecentocinquanta garibaldini e andarono persi i registri della contabilità e la cassa della spedizione. (Nievo portava con sé l’intera contabilità dell’intendenza per la gestione dal giorno 8 giugno 1860 fino al 31 dicembre).
Si parlò di sabotaggio perché non si voleva far conoscere l’intervento della massoneria inglese. Il generale Francesco Landi, quello dello scontro di Calatafimi, fu uno dei tanti che per soldi tradì e mise in crisi l’esercito borbonico. Da tener presente che, anche senza corruzione, i maggiori ufficiali dell’esercito di Francesco II avevano una certa età e abituati più agli agi della corte che a vivere tra i soldati. Un breve l’episodio:

“Dopo una giornata di duri combattimenti a Catalafimi il settantenne generale Francesco Landi, con quattromila soldati e l’artiglieria, senza aver subito gravi perdite, ordinava la ritirata, davanti a mille uo­mini male armati e quasi privi di munizioni, lasciando li­bera ai Garibaldini la strada per Palermo (per questo comportamento fu accusato di tradimento e di essersi venduto a Garibaldi per 14.000 ducati).
La corruzione ormai si era propagata in tutto l’Esercito Borbonico. La truppa in Calabria era forte di 12.000 uomini, ma nessun Generale prese l’iniziativa di affrontare Garibaldi. I soldati non condividevano l’atteggiamento codardo di chi li guidava, tanto che in un sussulto d’orgoglio, durante la ritirata su Monteleone, i militari uccisero il generale Briganti, indignati di dover fuggire davanti ad un nemico inferiore per uomini e mezzi. Il fatto curioso è che alcuni gallonati dell’eser­cito garibaldino si recavano giornalmente nel campo dei rivoltosi per parlamentare con gli av­versari.
In questa situazione, dove la maggior parte degli ufficiali tradiva o passava al nemico, con soldati sbandati, con un esercito demoralizzato, fu facile l’avanzata delle Camicie rosse. Da Reggio Calabria non vi furono più com­battimenti; interi corpi dell’esercito si arren­devano senza sparare un colpo, come a Severia Manneli, dove si arresero 10.000 uomini . La propaganda piemontese ebbe un ruolo speciale. Garibaldi era preceduto, nella marcia d’avvicina­mento verso Napoli, dalla leggenda dell’invincibilità. Tra gli uomini di Francesco II incominciò a prevalere la rassegna­zione e l’ineluttabilità delle cose. Napoli, poi, aprì letteralmente le porte ai garibaldini senza sparare un colpo, anzi un soldato gli presentò le armi. Prima dell’arrivo in città di “don Peppino”, così lo chiamava Francesco II, nei negozi si vendevano da giorni camice rosse e altri cimeli garibaldini.”.

Come vedi è una triste storia, una pagina di tradimenti e corruzione di un Regno in decadenza e della nullità del suo ultimo discendente BorbonicoFrancesco II” mai all’altezza del suo compito. Ebbe un sussulto di orgoglio solo alla fine nella battaglia del Volturno e all’assedio di Gaeta. (veramente più che lui, l’eroina fu la giovane moglie Sofia). Per quanto su esposto, si potrebbe argomentare che era inutile far versare tanto sangue ai sudditi del Regno delle due Sicilie quando ormai non combattevano più e avevano accettato supinamente l’annessione aprendo le porte ai vincitori. Per completezza, osserviamo dalle colline la battaglia (scaramuccia) di Catalafimi.
Calatafimi

Questa battaglia è ricordata da tutti per la fa­mosa risposta di Garibaldi a Nino Bixio: generale, temo che bi­sogna ritirarsi – Bixio che dite? qui si fa l’Italia o si muore. Qualche fonte vi­cina al Generale riferì che Bixio, visto l’andamento negativo della battaglia, chiese a Garibaldi di ritirarsi, ma questi ri­spose: ma dove ritirarci? Erano in una situazione che non offriva possibilità di scelta: o si andava avanti o si moriva. Di fronte e ai lati avevano l’Esercito Borbonico e sulle alture vi erano bande di Siciliani, che at­tendevano l’esito del combattimento per schierarsi con il vincitore. Lo stesso Garibaldi rischia di essere ucciso.
Nel corso del combattimento, è ferito al fianco destro da un sasso, lanciato da un soldato dell’Ottavo battaglione Cacciatori dell’Esercito Bor­bonico, perché il suo fucile, per ben due volte non ha sparato. L’episodio potrebbe far sorridere o sembrare non vero, ma in una guerra insolita succedono spesso cose bizzarre. Il militare, senza volerlo, aveva imitato il giovane Gian Battista Perasso di Genova. In questa giornata, un contributo di sangue lo danno anche i religiosi, i frati france­scani, al seguito di Garibaldi. Vediamo in poche righe la descrizione di G. C. Abba, in "Da Quarto al Volturno":
«Macchiette nel quadro grande, veggo quei francescani che combattevano per noi. Uno di essi caricava un trombone con manate di palle e di pietre, poi si arrampicava e scari­cava a rovina. Corto, magro, sudicio, veduto da sotto in su a lacerarsi gli stinchi ignudi contro gli sterpi che esalavano un odore nause­abondo di cimitero, strappava le risa e gli applausi. Valorosi quei monaci, tutti, fino all’ultimo che vidi, ferito in una co­scia, ca­varsi la palla dalle carni e tornare a far fuoco».
Abba ci parla di un incontro avvenuto il 22 maggio a Parco (Monreale) con pa­dre Carmelo, nel corso del quale il religioso mette in mo­stra tutta la sua saggezza e la filosofia del po­polo sici­liano: le attese, le spe­ranze e l’Unità d’Italia, la mise­ria, la prepotenza dei più forti.

«Mi sono fatto un amico. Ha ventisette anni, ne mostra quaranta: è monaco e si chiama Padre Carmelo. Sedevamo a mezza costa del colle, che figura il Calvario colle croci, so­pra questo borgo, presso il cimitero. Avevamo in fac­cia Monreale, sdraiata in quella sua lussuria di giardini; l’ora era mesta, e parlavamo della rivoluzione. L’anima di Padre Carmelo strideva.
Vorrebbe essere uno di noi, per lanciarsi nell’avventura col suo gran cuore, ma qual­cosa lo trattiene dal farlo.
Venite con noi, vi vorranno tutti bene.
Non posso
Forse perché siete frate? Ce ne abbiamo già uno. Eppoi altri monaci hanno com­battuto in nostra compagnia, senza paura del sangue.
– Vorrei, se sapessi che farete qualche cosa di grande davvero: ma ho parlato con molti dei vostri, e non mi hanno saputo dir altro che volete unire l’Italia.
– Certo: per farne un grande e solo popolo.
– Un solo territorio…!In quanto al popolo, solo o diviso, se soffre, sof­fre: ed io non so che vogliate farlo felice.
– Felice! Il popolo avrà libertà e scuole.
– E nient’altro! – interruppe il frate: – perché la libertà non è pane, e la scuola nem­meno. Queste cose basteranno forse per voi piemontesi: per noi qui no.
– Dunque che ci vorrebbe per voi?
– Una guerra non contro i Borboni, ma degli oppressi contro gli oppres­sori grandi e piccoli, che non sono soltanto a Corte, ma in ogni città, in ogni villa.
– Allora anche contro di voi frati, che avete conventi e terre dovunque sono case e cam­pagne!
– Anche contro di noi: anzi prima che contro d’ogni altro! ma col vangelo in mano e colla croce. Allora verrei. Così è troppo poco. Se io fossi Garibaldi, non mi troverei a quest’ora, quasi ancora con voi soli.
– Ma le squadre?
– E chi vi dice che non aspettino qualche cosa di più?
Non seppi più che rispondere e mi alzai. Egli mi abbracciò, mi volle ba­ciare, e te­nen­domi strette le mani, mi disse che non ridessi, che mi raccoman­dava a Dio, e che do­mani mattina dirà la messa per me. Mi sentiva una gran passione nel cuore, e avrei vo­luto restare ancora con lui. Ma egli si mosse, salì il colle si volse ancora a guardarmi di lassù, poi disparve.
Nel corso del combattimento è ferito ad un braccio anche il figlio di Garibaldi, Menotti, che reggeva il Tricolore; fu costretto a passarlo ad un compa­gno, uc­ciso poi da un soldato napoletano, un certo Angelo De Vito, il quale s’im­pa­dronì del cimelio e lo portò quale trofeo a Palermo.
Dopo una giornata di duri combattimenti, il settantenne generale Francesco Landi, con quattromila soldati e l’artiglieria, senza aver subito gravi perdite, ordinava la ritirata, davanti a mille uo­mini male armati e quasi privi di munizioni, lasciando li­bera ai Garibaldini la strada per Palermo (per questo comportamento è accusato di tradimento e di essersi venduto a Garibaldi per 14.000 ducati).
Questa sanguinosa battaglia segnò il destino della Sicilia; i picciotti, che non si erano ancora apertamente schierati con i nuovi arrivati perché incerti sull’esito della contesa, visto che l’Esercito Borbonico si ritirava, incomincia­rono ad ingros­sare le file dei Garibaldini.
Sulla vetta del colle denominato Pianto dè Romani, in memoria della sconfitta in­flitta dagli Egestani al console Appio Claudio nel 262 avanti Cristo, sorge il monumento-os­sario con l’elenco dei 120 Garibaldini caduti in battaglia.
Il Cappellano militare del 9° Cacciatori dell’Eser­cito Borbonico, Giuseppe Buttà, nella sua opera, riferì che il peso della battaglia gravò solo su 500 unità delle quattro compagnie comandate dal Maggiore Sforza, mentre il re­sto della truppa, circa 3.000 soldati, si trovavano a poca distanza, agli ordini del generale Landi. In una prima fase il combatti­mento fu favorevole ai soldati borbonici, i quali sbandarono le file dei Garibaldini e li misero in fuga. Il generale Landi, che osservava lo scontro, invece di mandare in campo forze fresche e dare una svolta decisiva alla bat­taglia, ordinò la ritirata e cominciò a retrocedere verso Alcamo senza av­vertire il maggiore Sforza, impegnato nell’inseguire le camicie rosse. Lo Sforza, accortosi che le munizioni stavano per terminare, vistosi abbandonato, incominciò a ripie­gare.
I Garibaldini, vedendo l’inatteso comportamento del nemico, si riorganiz­zarono e, aiutati dalle squadre siciliane, presero ad inseguire ed attaccare la retroguardia dell’E­sercito Regio; da quel momento le cose cambiarono totalmente a favore di Garibaldi. Questi riuscì a vincere proprio nel momento in cui stava per essere sconfitto. Casi del ge­nere si ripeteranno in altre circostanze: da una probabile vittoria dell’Esercito Borbonico nasce una sicura sconfitta!
L’avvenimento descritto da un testimone oculare. Da “I Mille” di G. Bandi:  Pochi minuti prima di mezzogiorno, i soldati regi, giunti in tre colonne sulle colline più basse, dinanzi alla nostra, cominciarono a manovrare, spie­gandosi e rispiegandosi, come se fossero sulla piazza d’arme e come se ten­tassero di impaurire con una artifi­ziosa mostra di forza e di disciplina le turbe degli – scomunicati ladroni – cui non doveva sembrar vero il fuggirsene senza pagar lo scotto. Garibaldi, seduto sempre sul suo greppo, guardava tranquillamente quello spetta­colo, esclamando di tratto in tratto:- Per Dio! Come manovrano bene! Son belle truppe dav­vero!  Poi cominciarono a suonar le trombe dell’8° battaglione dei Cacciatori.
Il Generale stette un pezzo a sentir quella musica, fumando sempre il suo sigaro; e quando la musica tacque, si volse a noi e disse: – Hanno buone trombe davvero! Facciamo che sentano un po’ la nostra. E soggiunse, vol­gendosi: – Dov’è la mia tromba? – Son qui, – rispose il trombettiere Tironi, (Giuseppe Tironi era nato a Rotondi, un paesino della Valle CaudinaAvellino – nello stesso paese era nato un altro trombettiere Garibaldino, Pasquale Mainolfi, che si distinse alla Breccia di Porta Pia) che sedeva, pochi passi indietro, sull’erba. E Garibaldi a lui: – fate sentire a quella gente la mia sveglia.
Ci guardammo in faccia meravigliati, e credemmo che il generale burlasse; ma egli non faceva segno di ridere, e il trombettiere intonò con chiara e so­nante voce la stessa sve­glia, che nelle prime ore di quella mattina gli aveva procurato tanta lode e una bella mo­neta da cinque lire.
In quel momento, guardando col binocolo i Cacciatori nemici che comin­ciavano a spie­garsi a mo’ di ventaglio, notammo che si fermarono all’im­provviso, stupiti di quella singolare cantilena della nostra tromba, tutta dol­cezza e serenità. La solennità dell’ora, il silenzio profondo della valle e la novità di quel suono debbono aver fatto credere ai Na­poletani, che qualche Fata si pigliasse giuoco dei fatti loro, o che noi togliessimo a can­zonarli, ri­spondendo colle soavi modulazioni dell’idillio alle provocatrici note delle squille guerriere.
Scultura con i Trombettieri
Dopo che il trombettiere ebbe ripetuta la sua cantilena, Garibaldi gli fé cenno che ta­cesse, e disse a noi che gli eravamo accanto:
Adesso pensiamo a dar due buone bastonate a quei signori.
Il cielo era sereno e tranquillo, e non si udiva per tutta la vallata lo stor­mire di una fo­glia.
I volontari erano distesi sull’erba, guardando il nemico. Avevo in quel momento accant’a me due bersaglieri, tre o quattro passi indietro avevo Nino Marchese.
Nino, – gli dissi – tra qualche minuto sentirai fischiar le palle. Sta’ fermo e guarda me; e quando vendrai ch’io salto giù, seguimi senza paura e non fermarti sinché io no mi fermi.
Nino sorrise, e alzò il cane della carabina. A quel rumore, il Generale volse il capo, ed esclamò:
Nessuno faccia fuoco senza mio ordine! Tirare da lontano è segno di paura.
In quel mentre le trombe Napoletane suonarono avanti, e udimmo le voci dei capi-qua­driglie ripetere i comandi. Poi, dopo alcuni istanti, udimmo uno strano coro d’im­perti­nenze, che què bravi Cacciatori ci regalavano per anti­pasto, mentre venivano in­nanzi gobbi gobbi, come se andassero a caccia alle quaglie. Gridavano quei poveri sol­datelli: Mo venimme, mo venimme, strac­cioni, carognoni, malandrini. Un altro squillo di tromba, e le palle comincia­rono a fischiare sulle nostre teste...

D- Per concludere credo sia opportuno fare una sintesi: la massoneria, soprattutto quella inglese, decretò il successo della spedizione dei mille, fornendo denaro per corrompere i comandanti militari borbonici e anche i maggiori politici napoletani. Dunque, il merito di Garibaldi viene ampiamente e, giustamente, ridimensionato. Il Regno delle Due Sicilie, per quanto inetto fosse il suo re, era pur sempre una realtà non dissimile dal Regno di Piemonte, che, nel cosiddetto risorgimento, non si interessò di sollevare gli italiani (e del resto nemmeno loro presero la cosa a cuore), ma di annettere nuovi territori. Insomma, fu una guerra di conquista e non di liberazione. E ciò è tanto più vero ove si consideri quanto avvenne dopo l’annessione del Regno delle Due Sicilie, considerato una vera e propria colonia, con un marcato impegno a depredarla e a trattare i suoi abitanti alla stregua di selvaggi incivilizzabili. Ci fu indubbiamente un tentativo di restaurazione della precedente monarchia, ma furono anche la fame e le promesse disattese ad accendere quel fenomeno che troppo sbrigativamente, e per celarne la natura, fu chiamato “brigantaggio”. Una guerra per bande, sanguinosa e feroce, che costò ai meridionali un numero imprecisato di vittime, ma che alcune fonti fanno ascendere a più di centomila, se non addirittura duecentomila. Si venne a determinare così una generale sfiducia verso lo stato che diede inizio a quel fenomeno, tuttora in essere, denominato più genericamente “La questione meridionale”.
Concordi e hai qualcosa da aggiungere?
R- Concordo pienamente la tua disamine. L’argomento Unità d’Italia non è facile da trattare. Di luoghi comuni ce ne sono tanti ma se approfonditi riemergono dei particolari che forse per la coscienza umana è meglio ignorarli. La politica di oggi e quella di ieri si differenzia di poco. Il più forte comanda e segna i confini di sua convenienza.
Di tutto il Risorgimento italiano vi sono personaggi che vanno messi sugli altari della gloria ed altri che sono stati delle meteore che hanno seminato solo morte e miseria.
Garibaldi l’idealista, l’eroe del tempo, la star europea, l’uomo che entusiasmava i giovani, li faceva sognare, fu utilizzato e spremuto come un limone e poi messo da parte e confinato nel suo eremo di Caprera, a volte sorvegliato a vista dalla flotta Piemontese.
Cavour intelligente e cinico, vero uomo di stato senza scrupoli e senza anima, Mazzini il filosofo, l’educatore ma con mancanza si senso pratico. Vittorio Emanuele l’uomo di facciata, lontano dai meridionali anzi li disprezzava. Francesco II, troppo ingenuo e “fesso” per il suo ruolo, anche se onesto. Il Generale Cialdini l’uomo che ha sulla coscienza migliaia di vittime e soprusi. Così Pietro Zuzolo e Ciccillo Esposito videro i maggiori protagonisti del tempo.
Dispiace fermarsi, perché l’argomento merita di essere ulteriormente trattato, ma bisogna pur arrivare al termine onde non stancare i lettori, che, d’altra parte, qualora fossero intenzionati ad approfondire o a saperne di più, potranno trovare ampia soddisfazione in questo tuo libro.
Quindi mi accommiato, con l’augurio di successo per L’altra faccia dell’Unità d’Italia, opera senz’altro meritevole di attenzione.

Quelle espresse in questo articolo sono le opinioni dell’autore, che non corrispondono necessariamente a quelle de "Lo Schiaffo 321". Immagini tratte dalla rete. Fonte: liberolibro.it


giovedì 14 settembre 2023

«Gli stupri? Viviamo in una società pornografica». Francesco Borgonovo intervista Claudio Risé | INTERVISTE

«Gli stupri? Viviamo in una società pornografica»

Claudio Risé, psicoterapeuta e profondo analista della società contemporanea, ha dedicato larga parte della sua produzione saggistica all’esame della mascolinità. Una mascolinità che – non da oggi – è messa sotto accusa, fino a diventare sinonimo di violenza.

Francesco Borgonovo: Risé, specie dopo episodi come il mostruoso stupro di gruppo di Palermo dobbiamo pensare che esista un particolare problema con i giovani maschi? Ha ragione chi sostiene che serva una “rieducazione” del maschio?

Claudio Risé: Secondo me è proprio impossibile rieducare una categoria di persone senza nemmeno andare a vedere da dove origini la diseducazione. Credo che il problema sia che viviamo in una società in cui l’immagine dell’altro ha perso qualsiasi sacralità, non c’è più alcun rispetto per l’esistenza dell’altro. Ogni giorno tutti devono combattere gli uni contro gli altri praticamente senza regole.

F.B.: Quindi non è soltanto un problema dei maschi?

C.R.: Tutti devono combattere in questo modo, i maschi come le donne, i generali come i presidenti e le persone comuni. Io penso che ci sia una generale caduta del rispetto verso l’altro. Per questo motivo non accetto di prendere i disgraziati ragazzi di oggi come unici capri espiatori.

F.B.: Questa ovviamente non è una giustificazione di chi commette atti orribili.  

C.R.: Ma certo che no. Però dobbiamo andare alla radice degli episodi di violenza, cercando di comprendere davvero da dove abbiano origine. Quello che voglio dire è che tutta la nostra società è infarcita di violenza per le strade, nelle scuole… Gli insegnanti vengono insultati, percossi… Come facciamo a puntare il dito soltanto contro i maschi quando tutti, in ogni circostanza e situazione, tendono ad aggredirsi fra loro e a sopraffare il prossimo? Sinceramente non mi sento di sostenere l’isolamento del responsabile, perché è sbagliato.

F.B.: Esiste sempre una responsabilità, anche penale, che è personale…

C.R.: Vero. Ma il punto resta il medesimo. E cioè il fatto che è venuta meno la sacralità dell’altro, il rispetto dell’altro. E questa è una caratteristica della società post industriale nata oltre due secoli fa, iniziata con la Rivoluzione francese e proseguita con manifestazioni sempre più violente.

F.B.: Questa desacralizzazione dell’altro da che cosa dipende?

C.R.: Da quella che è stata chiamata morte di Dio. Se Dio è morto, come ha annunciato lo Zarathustra di Nietzsche, possiamo fare quello che vogliamo, anche perché la vita ha perso ogni sacralità. Questo è un punto fondamentale. Si ragiona comunemente come se le società potessero fare a meno di Dio e del sacro.

F.B.: E non è così?

C.R.: A mio avviso è assolutamente impossibile. Le società per stare insieme hanno bisogno di un’idea di sacralità. Se questa idea non c’è più, perché ognuno vuole fare i fatti suoi, allora il meccanismo non funziona più. E non è un problema della Sicilia più o meno povera. È una situazione di una parte del mondo, dell’Occidente.

F.B.: Si potrebbe obiettare che violenze e stupri c’erano anche nelle società tradizionali, cioè nel mondo non ancora dissacrato e disincantato.

C.R.: Credo che nella società tradizionale cose di questo genere fossero in realtà molto più rare, o comunque sintomatiche di particolari situazioni di disagio psichico. Le società tradizionali che ho conosciuto nella mia esistenza non erano poi coì violente. In molte di queste la differenza sessuale era riconosciuta, onorata e molto ben organizzata. E in molte di esse, ad esempio in Oriente, esistono forme di rispetto verso l’altro che sono sempre collegate a regole religiose. Del resto il rispetto per l’altro dipende da un rispetto verso un’entità superiore: è da lì che viene la sacralità dell’essere umano.

F.B.: Il ministro Eugenia Roccella sostiene che la diffusione del porno online sia in parte responsabile di episodi come quello di Palermo.

C.R.: C’entra certamente qualcosa, perché una delle mille manifestazioni del disordine attuale. Però non è da lì che il disordine nasce. E non è limitando quel fenomeno che possiamo veramente ricostruire un ordine. L’ordine passa da ciò che dicevo prima, cioè dal ritorno del rispetto per l’altro, che è legato, tra l’altro, al rispetto di sé. Dobbiamo uscire da questa visione di abbassamento generale, a cui certo anche la pornografia online dà il suo contributo.

F.B.: Potremmo dire che il problema non stia tanto nel porno in sé, quanto in una società che è essa stessa pornografica.

C.R.: Mi rendo conto che sia una cosa terribile da dire, ma penso che sia effettivamente così. O almeno questa è l’impressione che si ricava dalla lettura quotidiana dei giornali. Dalle notizie e dal modo in cui vengono commentate. La sensazione è anche quella di vivere in un mondo molto vile, spesso privo del senso dell’onore, in cui ciascuno è pronto a attaccare l’altro non appena questo cade. È una società miserabile, questa, e mi sembra che questa impressione sia condivisa da molti dei pazienti che incontro. Molti mi sembrano disgustati da questa società.

F.B.: Al di là dei casi estremi come gli stupri, la sensazione è che ci sia stato un profondo cambiamento dei rapporti fra i sessi, erotici e sentimentali.

C.R.: A me pare che ci sia una deriva pornografica che è anche profondamente anaffettiva. Faccio un esempio tratto dai casi di cronaca. Abbiamo molto sentito parlare di questa droga dello stupro. L’utilizzo di questa sostanza fa sì che abbiano rapporti con una persona che non è cosciente. Che significa che chi la utilizza sugli altri non vuole davvero vivere la sessualità, non vuole viverla consapevolmente assieme a un’altra persona. Mancano totalmente l’affetto e l’amore.

F.B.: Il rapporto sessuale si riduce a rapporto di potere.

C.R.: Certo, è una questione di potere. Ma anche di impotenza, affettiva prima di tutto. È impotenza di amare l’altro. È una questione di debolezza, in fondo.

F.B.: La trasformazione del rapporto sessuale o affettivo in mero rapporto di potere è una idea fondamentalmente sadica.

C.R.: Sì, il marchese De Sade e le sue idee sono alla base della società attuale. Egli ha partecipato con importanti contributi all’immaginario della rivoluzione francese, e in qualche modo continua a partecipare alla creazione delle forme successive di questa società. Crudeltà contro affettività, negazione della regola come aspetto costruttivo e affermazione di una regola come pura forma di potere che prova eccitazione…La trasformazione di ogni rapporto in rapporto di potere è in fondo la storia della società occidentale dalla Rivoluzione francese in poi.

Quelle espresse in questo articolo sono le opinioni dell’autore, che non corrispondono necessariamente a quelle de "Lo Schiaffo 321". Immagini tratte dalla rete. Intervista a cura di Francesco Borgonovo (La Verità).Fonte: ariannaeditrice.it



domenica 28 maggio 2023

Antonio Pantano: vizi papali, sette segrete e retorica antifascista. | INTERVISTE

Antonio Pantano
vizi papali, sette segrete e 
retorica antifascista.
Intervista di Paolo Alberto Del Bianco registrata il 9 maggio 2023. 

domenica 2 aprile 2023

RINO GAETANO VS COSTANZO con BRUNO MAUTONE | interviste

RINO GAETANO VS COSTANZO
con BRUNO MAUTONE

Bruno Mautone nato ad Ischia vive e lavora ad Agropoli (Salerno), dove svolge la professione di avvocato, cassazionista e ha ricoperto il ruolo istituzionale di sindaco. Collabora con giornali, emittenti radio e TV locali; scrive articoli su politica, storia, musica. #FacciamoFintaChe

domenica 4 dicembre 2022

Verso la Vetta - Con Bruno Mautone per UNO Editori | INTERVISTE

Verso la Vetta - Con Bruno Mautone 

Lo scrittore Bruno Mautone intervistato da INFINITO di Emanuele Palmieri (Canale Infinito).


 

giovedì 1 dicembre 2022

COMITATO DISAGIATI CAUDINI-EAV: Avv. Genovese: «Riunione a Cervinara lunedì 5 dicembre 2022 alle ore 10.45» | INTERVISTA

Lunedì 5 dicembre 2022 alle ore 10.45 presso la Stazione ferroviaria di Cervinara ci sarà una delicata riunione organizzativa sullo scottante tema dei trasporti su rotaie. 

Un declino inesorabile, ancor più amaro se si pensa che appena dieci anni fa, nel 2012, la linea fantasma, ex di cartone, riuscì a trasportare esattamente 847.500 persone, anche se il numero effettivo di viaggiatori superava abbondantemente il milione tra pendolari paganti e portoghesi, viaggiatori senza meta, sedicenti venditori, occasionali e qualche migliaia di turisti stagionali.

DE GREGORIO E DE LUCA

Al faccia a faccia saranno presenti l'avvocato Augusto Genovese, presidente del Comitato Disagiati della Valle Caudina, Umberto De Gregorio, presidente di Eav, l'Ente Autonomo Volturno che gestisce la linea, l'onorevole Domenico Matera, Senatore della Repubblica e Sindaco di Bucciano, Luca Cascone, presidente deluchiano della IV Commissione Consiliare permanente per l'Urbanistica, i Lavori Pubblici ed i Trasporti della Regione Campania. Si attendono gli interventi di Pasquale Pisano, Sindaco di San Martino Valle Caudina e del prof. Giuseppe Ilario, Primo cittadino di Rotondi, tra le poche fasce Tricolori disponibili al dialogo sulle ataviche lacune nel mondo del trasporto.

All'ordine del giorno il punto sulla situazione della storica tratta e le possibilità di inserimento della tratta FBN in un nuovo progetto di ammodernamento con i soldini del PNRR. Insomma, l'atmosfera è abbastanza sfiduciata, anche alla luce dell'ultima bufera figlia di un deragliamento avvenuto ad inizio Novembre sulla tratta Napoli-Pompei. L'episodio ha scatenato il solito vespaio di polemiche in ambito regionale, riportando al centro del dibattito politico la gestione dell’Eav. L’incidente non ha avuto nessuna conseguenza grave, ma sarà al vaglio di una commissione d’inchiesta interna. 

BINARIO MORTO?

Sul versante politico - si legge su Videonola.tv - sono piovuti attacchi ai vertici dell’Eav da parte di Gennaro Saiello, Consigliere regionale del Movimento 5 Stelle :‘’Il treno deragliato nei pressi della stazione di Pompei - ha dichiarato il Grillino è l’ennesimo caso indegno di una lunga serie che va avanti da anni. Questa amministrazione regionale sotto la gestione De Luca ha trasformato un servizio pubblico in un vero e proprio inferno. Per questo chiediamo le dimissioni del presidente di Eav Umberto De Gregorio”-

Lo Schiaffo 321 ha fatto qualche domanda al portavoce delle centinaia di viaggiatrici e viaggiatori della Nuova Caudium, costretti a fare i salti mortali per tanti anni. Augusto Genovese è riuscito a tenere alta l'attenzione, ma i problemi sono molto articolati e la chiusura "momentanea" della linea di cartone sta lasciando il segno, soprattutto sulla popolazione Caudina, privata di un servizio importante su cui investire per il futuro. Purtroppo, le voci di una rinascita dell'Unione dei Comuni Caudini sono state smentite all'istante da Genovese.

ATTESA INFINITA
L'INTERVISTA

Il portavoce del Comitato dei Disagiati Valle Caudina ha così risposto alle nostre domande ed ha sottolineato la probabile assenza del Sindaco di Cervinara, avvocato Caterina Lengua, che non ha risposto all'appello lanciato da Genovese. La Prima Cittadina, quindici giorni fa, era stata "convocata" in differita a mezzo stampa dal Senatore Mimmo Matera, che aveva annunciato la necessità di coinvolgere direttamente i Sindaci delle Stazioni di Arpaia e della stessa Cervinara, sede ufficiale dell'atteso incontro fra le parti. 

d- Lunedì 5 dicembre, ore 10 e 45. Dalla Stazione di Cervinara riparte la speranza?

r- Speriamo di sì. Purtroppo in questi anni i pendolari sono stati volutamente abbandonati.

d- Qual è la posizione del Comitato Pendolari Disagiati Caudini?

r- Come Comitato vogliamo solo certezze e chiarimenti dall'Ente Trasporti Alfano.

d- Saranno presenti i tutti protagonisti della vicenda, Pendolari, alcuni Sindaci Caudini, Umberto De Gregorio e Luca Cascione. Ennesima riunione per organizzare un'altra riunione o inizio del ripristino del collegamento Napoli-Benevento via Valle Caudina su strada ferrata?

r- Per noi sarà solo ed esclusivamente una riunione...

d- L'Unione dei Comuni Caudini sarà presente all'incontro, oppure solo "alcuni" Sindaci della Valle prenderanno in carico le istanze popolari sul fronte trasporti?

r- Gli unici amministratori Caudini che hanno ascoltato la voce dei pendolari sono stati l'Architetto Pasquale Pisano, Sindaco di San Martino Valle Caudina ed il prof. Giuseppe Ilario, Primo cittadino di Rotondi. Gli altri sono stati completamente assenti. L'unica eccezione è il Sindaco di Bucciano, nonché Onorevole Domenico Matera, neoeletto al Senato con Fratelli d'Italia. Lui è molto vicino al Comitato e lo ringrazio pubblicamente per la disponibilità dimostrata.

d- In tutti questi anni di battaglie che idea vi siete fatti della classe politica della Nuova Caudium?

r- La Città Caudina non esiste.

VECCHIA TRATTA

d- Le ipotetiche dimissioni di De Gregorio, richieste dagli avversari come il Leghista Nappi e dai Pentastellati Ciampi e Saiello, potrebbero mettere la parola fine a questa situazione? Il presidente plenipotenziario di Eav, noto intellettuale del Pd, aveva caldeggiato l’ipotesi di dimissioni. Al suo posto potrebbe arrivare Tommaso Casillo, ex vicepresidente del Consiglio regionale della Campania?

r- Sono solo ipotesi. L'unica via per risolvere il problema in maniera definitiva è il passaggio con RFI, la rete nazionale dei trasporti.

d- Anche Annarita Patriarca, capogruppo di Forza Italia nel consiglio regionale della Campania e deputata azzurra della Camera, punta il dito sul totale fallimento dell’Eav anche sui servizi alternativi. Come procede il trasporto su gomma?

r- Il trasporto su gomma da Benevento a Napoli, via Valle Caudina è impossibile, visto che si allungano di molto i tempi di percorrenza. Il problema principale è il traffico che si trova per raggiungere il Capoluogo di Regione.

d- Disservizi e disorganizzazione. Quali sono le alternative concrete da mettere sul tavolo della discussione?

r- Disservizi & disorganizzazione sono molto presenti nella gestione Eav. Basterebbe porre rimedio ad entrambi.

d- Entro il 2024 potremo tornare a viaggiare, oppure il sogno di essere collegati degnamente con il resto del mondo resterà l'incubo dei trasporti locali Caudini?

r- La linea Benevento- Napoli, via Valle Caudina, potrebbe tornare a viaggiare nel 2026, non penso prima.

(LS321) Infine, grazie per aver concesso questa intervista e carta bianca per Voi del Comitato Pendolari Disagiati Caudini per dediche, saluti, pernacchie, schiaffi, carezze, proposte e critiche...

r- Il Comitato Disagiati della Valle Caudina chiede solo ed esclusivamente di viaggiare dignitosamente. 

Per dire la Vostra, contattateci all'indirizzo di posta elettronica caudiumpatrianostra@gmail.com oppure tramite Twitter @SchiaffoLo

immagini tratte dalla rete