martedì 13 giugno 2023

Vittorio Mangano: «Non mi offendo se mi chiamano stalliere...» | SPAZIO 70

Vittorio Mangano: «Non mi offendo se mi chiamano stalliere...»

Palermo, 13 luglio 1998. Vittorio Mangano depone in qualità di teste nel corso di un'udienza del processo Dell'Utri.

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domenica 11 giugno 2023

Lupin III - L'avventura italiana - 01 - Il matrimonio di Lupin III

Lupin III - L'avventura italiana
 Il matrimonio di Lupin III 

SAVIA...NO! #goliardia

SAVIA...NO! #goliardia

Domenica di processioni e discussioni. Raffaella Cioffi: «Cervinara, una amministrazione sempre più inefficiente» | POLITICA


Domenica di processioni e discussioni, nonostante l'allerta meteo diramata della Protezione Civile Regione Campania dalle 14 alle 21 di oggi domenica 11 giugno in previsione di temporali (anche politici) improvvisi e intensi. 
Infatti, arriva come un fulmine a ciel sereno, dopo la calma del post-tarimoto di qualche giorno fa, il nuovo attacco politico dell'avvocato Raffaella Cioffi rivolto ancora una volta alla maggioranza del Sindaco Caterina Lengua. L'appello apparso in rete non lascia spazio a nessun equivoco, nonostante la soporifera domenica al sapore di campane cristiane e paesane.

Lo scontro tutto rosa tra avvocatesse Cervinaresi è una novità nella storia politica locale, caratterizzata da interminabili partite a scacchi, lente trame, lame affilate e alleanze solide come la neve in Arabia SauditaLa Cioffi da un bel po' è saldamente all'opposizione, nonostante l'iniziale sodalizio elettorale con la Lengua. Non c'è più la possibilità di fare pace ed ormai si aspettano solo le future elezioni o qualche passo falso della maggioranza, teoricamente inattaccabile. Pesano le divergenze, a quanto pare incolmabili, tra Cioffi e Lengua sia in seno al consiglio comunale, sia sulla linea politica di tutti i giorni:

«Buona domenica a tutti, questa è nuovamente - dichiara Raffaella Cioffi con riferimento alla foto in copertina - la situazione della frazione Valle e di tante altre zone del paese. Urgono interventi di pulizia e manutenzione. Per anni non si erano più verificati questi disagi, ed è inaccettabile che il lavoro compiuto negli ultimi anni venga vanificato da una amministrazione sempre più inefficiente. Per l'ennesima volta rivolgiamo un appello a chi di dovere affinché si intervenga nel minor tempo possibile!».
Le immagini di Usertv

Il Sindaco di Cervinara ha partecipato, invece, al Corpus Domini, una celebrazione religiosa molto popolare con al seguito molte facce note del Palazzo comunale di Piazza Trescine. Il Corpo del Signore è sicuramente una delle solennità più sentite in Valle Caudina e nemmeno il maltempo è riuscito ad ostacolare questa tradizionale manifestazione nata a Liegi nel XIII secolo. 

Vuoi per il suo significato, che richiama la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, vuoi per lo stile della celebrazione, pressoché in tutte le diocesi Caudine, infatti, si accompagna a processioni, per dare vita ad una rappresentazione visiva di Gesù che percorre le strade dell’uomo. Anche la San Martino Valle Caudina Cattolica ed altre Parrocchie sono scese al seguito del Corpo di Cristo.

Nonostante l'invito del Nucleo Campano di Protezione Civile alla massima attenzione, anche in assenza di precipitazioni, tantissimi militanti Cattolici in Campania hanno onorato la propria religione, in barba alle misure atte a prevenire, contrastare e mitigare i fenomeni previsti, in linea con i rispettivi Piani Comunali di Protezione Civile. Rispettiamo le fedi religiose, ma occhio al meteo perché i volontari erano quasi tutti a difesa della sacralità dell'evento.

Le origini del Corpus Domini ci portano in Belgio, terra di emigranti, dove un vescovo assecondò la richiesta di una religiosa irriducibile che voleva celebrare il Sacramento del corpo e sangue di Cristo al di fuori della Settimana Santa. La festa liturgica affondava le sue radici nella Gallia belgica, che San Francesco definiva «amica Corporis Domini», grazie alle rivelazioni dell'agostiniana e mistica Beata Giuliana di Retìne, che nel 1208 ebbe un'estasi mistica: 

vide il disco lunare risplendente di candida luce, deformato però da una linea in ombra. Si trattava della rappresentazione simbolica della Chiesa, alla quale mancava una solennità in onore della Santa Ostia. Alla monaca, nello stesso anno, apparve Cristo, che le chiese di impegnarsi affinché venisse istituita la festa del Santissimo Sacramento al fine di ravvivare la fede dei fedeli e di espiare i peccati commessi contro l'Eucaristia.

Nominata priora del convento di Monte Cornillon di Liegi, chiese consiglio ai maggiori teologi ed ecclesiastici del tempo, interpellando anche l'arcidiacono di Liegi, Giacomo Pantaléon, futuro papa Urbano IV, e il Vescovo di Liegi, Roberto de Thourotte. Fu così che nel 1246 quest'ultimo convocò un concilio, ordinando, a partire dall'anno successivo, la celebrazione della festa del Corpus Domini. Con la bolla Transiturus dell'11 agosto 1264, da Orvieto, dove aveva stabilito la residenza della corte pontificia, Urbano IV estese la solennità a tutta la Chiesa. A convincere il Pontefice nello scrivere la bolla fu il celebre Miracolo eucaristico di Bolsena, nel viterbese; 

nel momento preciso in cui spezzò l'Ostia consacrata, egli fu pervaso dal dubbio che essa contenesse veramente il Corpo di Cristo. Fu allora che dal Sacro Pane uscirono alcune gocce di sangue, le quali macchiarono sia il corporale di lino, attualmente conservato nel Duomo di Orvieto, sia alcune pietre dell'altare, custodite in preziose teche nella Basilica di Santa Cristina.

Misteri della Fede e della politica.

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IDEOLOGIE, l’editoriale di Diorama Letterario n° 373 (Maggio/Giugno 2023)

(l’editoriale di Diorama Letterario 373)

Le avevano date per morte, o perlomeno tramontate. Incapaci di esercitare sulle menti umane la presa di un tempo, di mobilitare entusiasmi ed energie, di spingere al sacrificio o all’abiezione – come era accaduto nell’arco di più di due secoli, perlomeno dalla nascita dell’Illuminismo in poi.

Si pensava che sopravvivessero soltanto in microscopiche nicchie destinate a una lenta progressiva estinzione, dove conventicole di fanatici si intestardivano a celebrare i loro riti fuori dal tempo, a farsi coraggio a vicenda per superare il crescente isolamento, a coltivare rabbiosi e utopici sogni di rivalsa. 

Insomma, per le ideologie si era intonato il de profundis, in un primo momento in modo ancora circospetto, quasi sottovoce, poi con toni sempre più alti, fino a giungere – dopo la svolta avviata dal memorabile autunno 1989 – ad un coro possente alimentato dai proclami paralleli di politici ed intellettuali (specialmente da quelli che, nell’uno e nell’altro campo, più avevano creduto e fatto credere nella loro benefica insostituibilità e che adesso, con atti di pubblica contrizione più o meno sincera ed esibita, si dichiaravano pentiti e convertiti).

Nata, come tutte le mode culturali del secondo dopoguerra, negli Stati Uniti d’America con il libro del 1960 The End of Ideology, una raccolta di scritti di Daniele Bell, un sociologo che, per dare ulteriore credibilità a quanto sosteneva non esitava a definirsi «socialista in economia, liberale in politica e conservatore nella cultura», la tesi della scomparsa dei sistemi di credenze politico-sociali dall’orizzonte della contemporaneità – che lo stesso Bell avrebbe definito una dozzina di anni dopo, con innegabile acume, «postindustriale», è stata ovviamente a lungo contrastata, spesso con una malcelata irritazione, dai teorici del marxismo e delle sue varie derivazioni. 

Quando queste ultime hanno subìto la dura replica della storia, ha dilagato senza trovare ostacoli, banalizzandosi fino a diventare un luogo comune spacciato senza ritegno nei salotti televisivi come nelle aule o nei convegni universitari.

In questo percorso, della tesi sono andati smarriti, o sono rimasti sottotraccia, alcuni dei connotati originari fondamentali. Bell infatti aveva sostenuto che ad essere in via di esaurimento erano le vecchie “ideologie umanistiche” sviluppatesi nel corso del diciannovesimo e della prima metà del ventesimo secolo, ma che altre credenze, di raggio più limitato (parochial), ne avrebbero preso il posto. E quella sua intuizione trovava a suo avviso conferma, come sostenne nell’introduzione alla nuova edizione del 2000 della sua più nota opera, nel fiorire di conflitti ispirati a rivendicazioni di carattere etnico e/o religioso che allora si manifestavano soprattutto all’interno degli Stati dell’ex-blocco sovietico (e che, da allora in poi, si sono estesi a molte altre aree del pianeta). Una visione che aveva non poche somiglianze, se non coincidenze, con quella espressa nel troppo spesso mal (o non) letto e frainteso lavoro di Samuele Huntington su Lo scontro delle civiltà.

Se dunque non si può far carico a Bell della distorsione del suo punto di vista, o dell’attribuzione di intenzioni che il suo studio non aveva, questa colpa va attribuita a molti di coloro che sul tema da lui sollevato hanno ricamato, in buona o in mala fede, per diffondere la convinzione che ai nostri giorni i conflitti politici, sociali e culturali che abbiamo quotidianamente sotto gli occhi abbiano a che fare non più con opposte visioni del mondo ma, più prosaicamente, con divergenze sul modo di risolvere razionalmente problemi di interesse pubblico o con semplici appetiti di potere di individui e/o gruppi mossi da ambizione, avidità o – perché no? – follia o altre patologie psicologiche.

Cavalcando questa lettura, gli scopi che si vogliono raggiungere sono di una duplice natura. Da un lato, si vuol far credere che, una volta lacerato il velo accecante dei “pregiudizi” ideologici, tutte le questioni rilevanti che attraversano le società odierne possano e debbano essere risolte ricorrendo ad argomenti e soluzioni “razionali”, a partire dal paradigma utilitaristico che lega la bontà di ogni azione al rapporto costi/benefici (individuali o collettivi) che la ispira. 

Dall’altro, si punta a fare dell’”Occidente liberale” il luogo esclusivo di elezione e applicazione di questa razionalità, e quindi a fare dei criteri di ragionamento e di comportamento a questa ispirati il modello unico ideale a cui ogni governo, ogni uomo politico, ogni intellettuale – ma, in fondo, ogni individuo – dovrebbe in qualunque frangente ispirarsi e piegarsi. 

Detta più sinteticamente e in altri termini, dietro questa apparente negazione del ruolo svolto dalle ideologie nella nostra epoca c’è la precisa volontà di far crescere ulteriormente giorno dopo giorno, con tutti gli strumenti del soft power, l’unica ideologia che la ruling class considera proficua ed ammissibile: l’occidentalismo.

Va detto, ad evitare fraintendimenti, che – pur poggiando su alcuni pilastri indiscutibili, che nella loro essenza derivano dalla “rivoluzione moderna” attivata dalla predicazione illuministica – questa ideologia non presenta la stessa monoliticità e fissità delle ideologie del passato recente, provviste di padri fondatori e “testi sacri”. Nelle espressioni concrete dimostra una capacità di adattamento ed evoluzione notevole, che le permette di declinarsi in forme distinte e persino in taluni casi in apparenza contrastanti, allargando la platea potenziale dei suoi destinatari. 

Se l’individualismo, l’universalismo, il materialismo e il cosmopolitismo sono i suoi caratteri di fondo irrinunciabili, il repertorio delle sue incarnazioni può variare lungo l’intera vasta gamma di opzioni offerta dalle varianti del liberalismo, dalle versioni più conservatrici alle più progressiste, passando per gli ibridi socialdemocratici. E soprattutto può assumere il travestimento più efficace, presentandosi come un sinonimo di democrazia e innalzando il vessillo delle libertà (formali e individuali) come paravento, pur liquidando contemporaneamente il popolo – quel demos cui la parola attribuisce il kratos – come un mito, un’entità introvabile, una mera finzione, o, peggio, un veicolo di demagogia dietro cui spunta l’ombra dell’autoritarismo. Perché non al popolo, ma all’individuo – che è l’unica entità reale riconosciuta in quest’ottica – questa ideologia attribuisce il primato.

Se si è capaci di identificarla, o meglio di smascherarla, oltrepassando la cortina fumogena delle manipolazioni dei suoi divulgatori, questa ideologia occidentalista – spesso definita, con minore precisione, pensiero unico, pensiero dominante, politicamente corretto – si mostra oggi in tutta la sua aggressività in tutti i campi della vita collettiva. 

Nelle versioni progressiste è alla base del forte slittamento della “sinistra” dalla difesa dei diritti sociali all’affermazione dei diritti individuali – laddove i primi erano e sono definiti da oggettive condizioni economiche condivise da cospicue frazioni della popolazione, le (un tempo) cosiddette classi subalterne, mentre i secondi si basano sulla pretesa di riconoscimento giuridico di desideri soggettivamente coltivati da minoranze (come nella maggioranza delle rivendicazioni Lgbtq+, dai matrimoni e dalle adozioni omosessuali alla possibilità arbitraria di “cambiare genere” a prescindere dalla propria configurazione cromosomica e, più in generale, biologica). 

Nelle versioni conservatrici determina sia la progressiva rimozione dei limiti all’espansione planetaria delle grandi concentrazioni economico-finanziarie, con tutte le connesse conseguenze sulle delocalizzazioni industriali, le strategie di dumping, la sostituzione del lavoro umano con l’impiego di macchine guidate dall’”intelligenza artificiale”, e in definitiva il trionfo della logica capitalistica e consumistica più brutale, sia l’adesione incondizionata, a volte supina ma non di rado entusiasta, al progetto di ulteriore rafforzamento dell’egemonia planetaria degli Stati Uniti d’America, che dell’ideologia occidentalista sono la culla, il fulcro e la garanzia.

È in obbedienza agli imperativi di questa ideologia che oggi assistiamo a campagne di propaganda senza precedenti – in apparenza distinte e persino remote, ma di fatto convergenti – volte a vincere ogni residua resistenza al dilagare della way of life occidentalista. Non c’è alcun bisogno di credere, come è tipico di taluni ambienti marginali ed infantilmente estremisti, ad un complotto ordito in segrete stanze per fa trionfare il Nuovo Credo dell’era globalizzata. 

Come in tutti i casi in cui si è assistito al dilagare di febbri ed infezioni ideologiche, è la saldatura fra presupposti empirici e suggestioni teoriche a fare da veicolo delle convinzioni indotte che via via si impongono. Quando i mezzi d’informazioni impiegano l’arma psicologica del ricatto fondato sulla commozione e sulla compassione per giustificare l’accesso indiscriminato delle masse migratorie in Europa o per fare del conflitto russo-ucraino l’emblema della lotta finale tra il Male e il Bene, oppure si sforzano di giustificare gli atti di vandalismo degli “ecologisti radicali” o degli iconoclasti attivisti della cancel culture, o le pretese di chi, in nome dell’antirazzismo o della “letta contro le discriminazioni”, mira a promuovere un razzismo di segno inverso e ad imporre un senso di colpa generalizzato a tutti coloro che hanno il “difetto” di essere nati con la pelle bianca e di sesso maschile, non ci si può stupire se i loro messaggi trovano ascolto in considerevoli settori della popolazione, specialmente fra i più giovani, che hanno ormai da tempo abbandonato la lettura e la riflessione per concedere a tv e “social” la possibilità di plasmare e deformare le loro menti.

Se questa è la situazione che ci troviamo dinanzi, è bene che quanti non intendono restare inerti a contemplarla e desiderano, invece, combatterla si rendano conto che alle suggestioni dell’ideologia non si può far fronte che con la forza di credenze alternative in grado di reggere il confronto. E che un primo passo indispensabile per ostacolare seriamente la penetrazione sempre più invadente dei dogmi occidentalisti è l’elaborazione di una visione coerente e sistematica che abbia alla sua base i principi simmetrici a quelli proclamati dagli avversari: comunitarismo e visione olistica della società, radicamento nelle identità plurali delle culture che regalano al mondo la ricchezza della sua diversità, richiamo alle tradizioni popolari, riscoperta del Sacro, giustizia sociale, accettazione dell’esistenza di un ordine naturale.

È questa la strada che abbiamo intrapreso quasi mezzo secolo fa e che abbiamo costantemente percorso malgrado gli ostacoli, le incomprensioni, i boicottaggi, le irrisioni e le diffamazioni a cui abbiamo dovuto far fronte. È il motivo per cui, fin dall’inizio, abbiamo valorizzato il contributo di riflessione che ci veniva da chi, come noi, perseguiva gli stessi obiettivi in altri paesi – de Benoist in primo luogo –, senza complessi di inferiorità e senza nascondere, quando ci sembrava necessario, qualche divergenza, ma sforzandoci di promuovere un proficuo interscambio di idee. 

Ed è anche la ragione che ci ha portato, e ci porta, non solo a rifiutare gli inutili e controproducenti richiami a modelli del passato inadatti al confronto con la nostra epoca, ma anche i compromessi opportunistici con il pensiero dominante. 

Abbiamo scelto la via metapolitica, e abbandonato quella politica, perché la sapevamo più efficace e libera dalle tentazioni dell’abiura. E, ancora una volta, facciamo appello a coloro a cui giunge la nostra voce perché vogliano condividere questa nostra scelta in vista degli obiettivi comuni, scartando scorciatoie, nostalgie, ipocrisie. Solo così si potrà lanciare una sfida efficace alla sola egemonia ideologica oggi esistente, quella dell’occidentalismo liberale.


Le opinioni espresse nei contributi degli ospiti riflettono esclusivamente l'opinione del rispettivo autore e non corrispondono necessariamente a quelle della redazione de Lo Schiaffo 321 - Immagini tratte dalla rete. fonte: Diorama Letterario

giovedì 8 giugno 2023

LEGGI LO SCHIAFFO 321!

 SENZA pubblicità
 

SottoFasciaSemplice - Sentinella (1999)

 SottoFasciaSemplice - Sentinella

Gruppo: SottoFasciaSemplice

Album: Perseo

Brano: Sentinella

Anno: 1999

JUARY - Sarà così (1981)

Juary - Sarà così

Artista: Juary

Brano: Sarà così

Anno: 1981

Nota: ex calciatore dell'Avellino 

AMIANTO, i 25 usi più assurdi - DAS, la pasta modellabile #1 | SALUTE

NO AMIANTO!
La lotta contro l'amianto assassino è un'azione che per anni ci ha visto impegnati in prima linea. Oggi proponiamo alle lettrici ed ai lettori de Lo Schiaffo 321 un interessante articolo apparso sul sito di una ditta del settore. Il pezzo lo abbiamo diviso in venticinque parti per dare visibilità alla problematica.
Buona lettura ed occhio...


 INTRODUZIONE

In passato, l’amianto - scrive la ditta di settore - è stato usato in moltissimi modi differenti e molti di questi, se non avete già letto il nostro articolo sull’amianto, difficilmente ve li potreste aspettare. è un minerale facile da lavorare, con una buona durata ma soprattutto ignifugo (non prende fuoco) e con un’ottima resistenza ad agenti esterni. Queste qualità erano il motivo per cui veniva usato così largamente. Difficilmente negli anni in cui veniva usato si poteva analizzare quanto fosse realmente tossico, motivo per cui ora questo materiale è illegale in molti stati. 
Nel caso ne abbiate nelle vostre proprietà sarebbe doveroso bonificarlo. In questo articolo vedremo 25 modi in cui l’amianto è stato usato in maniera creativa, e siamo sicuri che alcuni di questi vi sorprenderanno! Noi, che con l’amianto abbiamo a che fare quasi ogni giorno, ne siamo rimasti alquanto sorpresi, soprattutto dei numeri 15 e 19, che riteniamo veramente terribili. 
Prima di iniziare ci teniamo a specificare che l’amianto è un materiale NOCIVO per la salute e che la sua lavorazione è illegale in Italia dal 1996.
FOTO: Questa è la vecchia confezione di DAS, risalente a quando veniva commercializzata dalla Adica Pongo. È stato uno shock, per noi, scoprire cosa davvero conteneva.

DAS, la pasta modellabile

Ebbene sì, purtroppo il DAS, per un certo periodo, ha contenuto amianto.

Tutti i bambini ora cinquantenni hanno usato questa pasta modellabile che per un certo periodo di tempo conteneva questo pericolosissimo minerale, probabilmente allo scopo di renderla più “solida” o malleabile, e tutt’ora ricordano nostalgicamente le composizioni realizzate con esso.

Purtroppo, uno studio pubblicato dallo Scandinavian Journal of Work Environment & Health (trad: Giornale Scandinavo per il Lavoro, l’Ambiente e la Salute) nel 2016 svela il più grande segreto di questa tanto amata pasta: dopo aver analizzato campioni del prodotto risalenti al periodo dal ’63 al ’75 al microscopio, hanno scoperto che circa il 30% di una pasta DAS prodotta tra il ’63 ed il ’75 era amianto. Apparentemente, stando a documenti ufficiali dell’Archivio di Stato di Torino ed a interviste a dipendenti e collaboratori dell’Adica Pongo, l’azienda comprava annualmente tonnellate di amianto puro dalle miniere per la produzione delle proprie paste.

DAS bonifica amianto

Per fortuna, ad oggi non è più così: dal ’93, il brevetto è stato acquistato da una nuova azienda, la FILA, che produce il DAS tutt’oggi e con una ricetta diversa, assieme ad altre paste modellabili e prodotti di modellismo e strumenti per esprimere la propria creatività. Per cui, se girando tra negozi di prodotti per bambini o d’istruzione vi trovate di fronte ad un angolo pieno di confezioni rosse con sopra scritto “DAS, pasta per modellare”, non abbiate paura: non contiene amianto.

Le opinioni espresse nei contributi degli ospiti riflettono esclusivamente l'opinione del rispettivo autore e non corrispondono necessariamente a quelle della redazione de Lo Schiaffo 321. fonte: gruppoasap.com*

Per dire la Vostra, contattateci all'indirizzo di posta elettronica caudiumpatrianostra@gmail.com oppure tramite Twitter @SchiaffoLo


Dott.ssa Coccia: Benefici e potenzialità di un cambio di dieta | SALUTE

Benefici e potenzialità di un cambio di dieta 

Dott.ssa Cristina Coccia, biologa nutrizionista. Autrice di saggi sulla demografia e la salute della popolazione italiana e di articoli divulgativi per siti web e riviste.


 

domenica 4 giugno 2023

ANALISI - Il kali-yuga dell’arte | CULTURA


Il kali-yuga dell’arte

Secondo la dottrina dei testi sacri Indù, la nostra è un’epoca (yuga) oscura (kali) caratterizzata da innumerevoli conflitti e da un profondo decadimento spirituale. Il concetto del tempo ciclico, tipico della Tradizione, è difficile da capire per una civiltà “lineare”, convinta che il progresso materiale – il regno della quantità di René Guénon – sia l’unico destino dell’uomo. 

Terenzio Mamiani

Nella Ginestra o il fiore del deserto, lirica estrema di Giacomo Leopardi, c’è la beffarda inserzione di un mediocre verso di Terenzio Mamiani, consegnato all’immortalità dallo scherno del poeta dell’Infinito, diventato luogo comune: 

“dell’umana gente le magnifiche sorti e progressive”.

Il tempo che ci è toccato in sorte è un doloroso, decadente, interminabile (almeno con il criterio temporale dell’esistenza umana) kali-yuga, un evo oscuro che la quantità di mezzi – diventati fini – e la capacità dell’uomo di penetrare molti segreti fisici della natura non riscatta; rende anzi più tormentosa la constatazione del degrado crescente, il cui moto tende all’accelerazione. Un passo dei Visnu Purana, uno dei testi in cui sono narrate l’origine, la manifestazione e la distruzione del cosmo, le divisioni temporali e le quattro ere (varna) del ciclo cosmico, così descrive il kali-yuga.

“Saranno Re di spirito frivolo, con violento temperamento, e sempre dipendenti dalla menzogna e dalla malvagità. Essi infliggeranno la morte a donne, bambini e mucche; si impadroniranno della proprietà dei loro sudditi. […] Le loro vite saranno brevi, i loro desideri insaziabili, e mostreranno poca pietà. […] Allora la proprietà sola conferirà rango; la ricchezza sarà l’unica fonte di devozione; la passione sarà l’unico vincolo di unione fra i sessi; la menzogna sarà l’unico mezzo di successo nelle dispute; e le donne saranno oggetti semplicemente di gratificazione sensuale. La Terra sarà venerata ma solo per i suoi tesori minerali; […] la debolezza sarà la causa della dipendenza; la minaccia e la presunzione sostituiranno l’apprendimento; […] l’accordo reciproco sarà il matrimonio”.

Uno degli ambiti in cui l’oscurità dei tempi si manifesta in maniera plateale è la decadenza delle arti, specchio della volontà di eccellenza, del desiderio di creare e onorare la bellezza, di lasciare traccia della nostra presenza, oltrepassando il tempo, la materia, la caducità. 

Le arti sono rappresentano la tensione dell’uomo all’eternità, alla trascendenza, alla perfezione. 

La bellezza e la proiezione nel tempo sono stati sempre gli obiettivi dell’arte, espressi da ciascun popolo e civiltà. E’ celeberrima l’esclamazione romantica del principe Myskin, l’”idiota” di Dostoevskij, per cui la bellezza salverà il mondo. Non sappiamo se sia vero, né è facile definire il concetto stesso di bellezza, ma è certo che la bruttezza distrugge il mondo, penetrando nella vita quotidiana per sfigurarla, proponendo modelli negativi o addirittura nessun modello. 

Pensiamo alla sporcizia delle nostre città, ai graffiti e alle innumerevoli scritte, macchie, graffiti che le deturpano, agli edifici senz’anima, ai “nonluoghi” che punteggiano il paesaggio urbano e i simboli concreti della modernità, stazioni, aeroporti, centri commerciali, svincoli, capannoni.

Le arti figurative degradano nell’esclusione o nella deformazione della figura umana, della natura e dei sentimenti; la musica si trasforma in frastuono elettronico, a imitazione del rumore metropolitano da cui siamo circondati. La poesia diventa un esercizio pressoché impossibile, la narrativa si avviluppa nella sciatteria linguistica, in un lessico stereotipato, ridotto al minimo, o, al contrario, in ricerca dell’oscurità indifferente al lettore. L’architettura rinuncia a progettare un modello di convivenza civile, comunitaria, riducendo tutto a pura funzione: orrendi cubi o parallelepipedi, edifici scabri, indistinguibili; su tutto l’evidenza che nulla è fatto per durare, attraversare e sfidare il tempo. 

E’ forse questa la caratteristica più sconcertante del kali-yuga. Per la prima volta nella sua storia di essere senziente, “civilizzato”, l’uomo non aspira più ad andare oltre, a improntare di sé il suo spazio vitale, tanto meno cercare un senso alla sua avventura esistenziale.

E’ un tempo che grida ma non parla, tanto meno dialoga e fa introspezione: si limita a correre. Paolo Virilio la chiamava dromocrazia, il dominio della velocità, senza meta o traguardo. Paolo Rimbaud, poeta, usò una splendida espressione “l’uomo dalle suole di vento”. Il degrado dell’arte, l’oblio della bellezza, non sono solo esilio dello spirito; istillano il male di vivere, l’indifferenza per il ben-essere, ridotto a ben-avere, restringono il cuore e chiudono gli occhi, poiché l’uomo è, tra le altre cose, un essere “estetico”.

Benedetto Croce

L’arte per Benedetto Croce è intuizione lirica compiutamente espressa. Non una mera costruzione intellettuale, bensì lirica, ovvero fatta di calore, intensità, sentimenti, capace di trasfigurare, eternizzare, elevare a simboli, momenti, sensazioni, moti dell’animo. In più, deve essere compiutamente espressa, ossia rispondere alle regole più elevate dell’ambito in cui agisce, musica, parola, figurazione. Quasi nulla di tutto questo sopravvive. Il fenomeno è antico, risale all’ultimo tratto del XIX secolo, l’epoca dell’ottimismo “positivo”, del primo entusiasmo scientista. Tuttavia, se dovessimo indicare una data di avvio del kali-yuga nell’arte, sceglieremmo il 1917, annus horribilis della rivoluzione bolscevica, dell’avvio del secolo americano con l’intervento nella Prima Guerra Mondiale, l’inizio della fine degli Imperi.

Gioconda di Duchamp

In campo artistico, fu l’anno in cui Marcello Duchamp presentò la sua “installazione” – parola che diventerà chiave nel cambio di paradigma del concetto di arte – a Nuova York, dopo aver messo i baffi alla Gioconda di Leonardo. La “cosa” di Duchamp era un orinatoio, elevato a opera d’arte. Volgarità e bruttezza, le opache bandiere della modernità, diventavano cifra intellettuale del tempo. 

Esausta, l’arte cessava di raffigurare l’uomo, i suoi sentimenti, la natura, per definire “arte” qualsiasi cosa. La sentenza di Duchamp era più terribile di quella pronunciata nove anni prima da Adolfo Loos sull’architettura (l’ornamento non soltanto è opera di delinquenti, è esso stesso un delitto) . 

“A partire da adesso, chiunque può essere artista; e qualsiasi cosa, un’opera d’arte”. Uguaglianza retorica verso il basso, riduzione del superiore all’inferiore, lo sguardo non più puntato verso l’alto, l’eccellenza schernita, la bizzarria e talvolta la degenerazione elevate all’altare.

Cesso di Duchamp

Tutti i soggetti diventavano equivalenti, le differenze accidentali. Nel 1915 Casmiro Malevic, russo, colui che decretò “la pittura è finita, quel pregiudizio del passato”, dipingeva, o meglio realizzava, il Quadrato nero su sfondo bianco, seguito dal Quadrato bianco su sfondo bianco. È suonata l’ora finale dell’arte; restano proscritte le belle arti, concluse Duchamp. L’espulsione della bellezza, ossia la bruttezza, diventava il filo conduttore dell’arte successiva, il suo kali-yuga

L’ingenuo ottimista Myskin non vide l’altra faccia della luna: non è la bellezza a salvare il mondo, è la bruttezza a distruggerlo. Camminiamo per strade sporche, muri di edifici, monumenti sfregiati da ogni tipo di graffito, perfino le fiancate dei treni sono aggredite da ghirigori e scarabocchi senza senso, ascoltiamo musica banale, ripetitiva, convulsa. 

Vediamo rappresentazioni dette artistiche senza capo né coda, spesso prodotte – anche l’arte è produzione seriale, aveva ragione Walter Benjamin – solo per stupire e ritagliarsi un mercato. Prendi i soldi e scappa, è il motto di galleristi corrivi e critici a fattura.

Opera di Oldenburg

Gran parte di ciò che è chiamato creazione artistica è in forma di “installazione”, senza che risulti chiaro il significato del termine. L’opera letteraria è pensata per diventare best seller, ossia soddisfare le attese di un pubblico sempre meno numeroso e più frettoloso. I contenuti scritti sono sconfitti dall’immagini e per salvarsi sono costretti alla sintesi brutale, a non diventare mai approfondimento. Il termine stesso repelle alla contemporaneità, che odia la profondità e ama l’estensione. Ancora il regno della quantità. Molti dicono apertamente di volere la non-arte pur continuando a spacciarsi per artisti: “un’opera è fatta per essere brutta, repellente, senza alcun significato per lo spirito e i sensi. Le opere non sono fatte per essere belle, ma affinché, osservandole, non si comprenda che ciò che rappresentano e si abbia voglia di strapparla o di passare tra di esse correndo” (C. Oldenburg).

Gòmez Dàvila

L’obiettivo di diffondere la bruttezza, ossia abbrutire la vita, l’umanità e la comunità, è pienamente raggiunto: la chiave per giudicare un’intera epoca. È abolita, altro triste successo egalitario, la distinzione tra plebe ricca e plebe povera – la fulminante definizione di Gòmez Dàvila – ambedue incapaci di riconoscere il bello e provare il “brivido davanti al sacro” di cui parlava Goethe. L’epoca più ricca è anche la più sterile, di sentimenti, di cuore, un indizio in più che benessere e civiltà seguono sentieri divergenti. 

Piero Manzoni

Viene da applaudire Piero Manzoni, che inscatolò le proprie feci e le vendette come Merda d’artista. Capì che l’arte – nel senso di abilità – era èpater le bourgeois, stupire i ricchi istupiditi, facendosi pagare a peso d’oro la produzione non dell’intelletto, ma dell’intestino.

Rimbaud, alla ricerca insonne della bellezza come universalità e trascendenza, colse dolorosamente il tormento creativo: “una notte ho fatto sedere la Bellezza sulle mie ginocchia. E l’ho trovata amara. E l’ho insultata”. Per amore però, non per odio come nella contemporaneità, in cui arte e bellezza somigliano al rapporto della volpe di Esopo con l’uva: il disprezzo per ciò che non si riesce a raggiungere. La dura verità è che la bellezza sorge solo se nell’anima si annida “un’inquietudine, un impulso, qualcosa che, dandogli le ali, la faccia volare, la slanci più in là” (J.Rùiz Portella).

Sì, arte e bellezza sono il frammento, la cattura di un “oltre”, di una volontà di alzare l’asticella e spiccare il volo. Come è possibile l’arte nel tempo della materia, del mercante e della compravendita di tutto? 

Senza un’estetica, senza sottrarre qualcosa alla tirannia del prezzo, nessun volo d’aquila o canto d’usignolo sono possibili: solo il passo pesante e le ali atrofizzate delle galline, il gracchiare dei corvi in attesa di rovinare il raccolto, mirabile, faticosa opera del contadino.

Presto sperimenteremo l’impatto sull’arte dell’Intelligenza Artificiale. Per adesso, l’ I.A. può solo imitare, riprodurre i modelli sui quali ha allenato se stessa. Tuttavia, la macchina lavora usando dati che è capace di rielaborare, ossia può generare contenuti autonomi. Altra cosa è imitare il processo creativo, momento essenziale dell’arte. Quale relazione avrà l’I.A. con la bellezza? Secondo gli intellettuali che collaborano con gli scienziati informatici, potrà diventare uno strumento per ricercare e mettere insieme idee, ovvero per aiutare quel processo indicibile che chiamiamo ispirazione e Croce intuizione.

Avremo una creatività differente dal passato. Ma avremo ancora l’arte, l’I.A. ambirà alla bellezza, ne comprenderà l’ineffabilità e la necessità per la creatura umana a cui è indifferente? Gusto, estetica, sensibilità: parole destituite di valore, deprivate del senso. L’economia sovrana ha le sue colpe, ma più grande è la responsabilità di una visione del mondo da cui sono state espulse le domande di senso. L’uomo non crede più a un destino, a un porto cui tendere. La morte di Dio, Nietzsche lo capì prima e con ben altra acutezza di Max Weber, ha portato al disincanto del mondo. Spenta quella luce, non poteva che andare in crisi anche il Dio surrettizio della Ragione umana.

Se nulla più guida i nostri passi, neanche la bellezza e l’arte hanno senso. Perciò giacciono abbandonate dopo essere state vilipese, decostruite, bollate come inutili, detronizzate e gettate nel magazzino dei rifiuti da conferire alla discarica. Sapeva già tutto Teo Gautier: nulla di ciò che è bello è indispensabile alla vita. Di veramente bello c’è soltanto ciò che non può servire a nulla: tutto ciò che è utile è brutto. 

È così, nel kali-yuga.

Scritto da Roberto Pecchioli

Le opinioni espresse nei contributi degli ospiti riflettono esclusivamente l'opinione del rispettivo autore e non corrispondono necessariamente a quelle della redazione de Lo Schiaffo 321. fonte: Ereticamente*

*Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità."