domenica 5 novembre 2023

René Guénon - La Metafisica orientale | parte I

La Metafisica orientale*

René Guénon

Prima Parte 

Ho scelto come argomento di questa esposizione la metafisica orientale; forse sarebbe stato meglio dire semplicemente la metafisica senza qualificativi perché, in verità, la metafisica pura, per sua essenza al di fuori e al di là di tutte le forme e di tutte le contingenze, non è né orientale né occidentale: è universale.

Sono soltanto le forme esteriori di cui essa è rivestita per necessità di esposizione, per esprimerne ciò che è esprimibile, sono tali forme che possono essere o orientali o occidentali; ma, sotto la loro diversità, è un fondo identico che si ritrova dappertutto e sempre, dovunque, per lo meno, ci sia metafisica vera, e questo per la semplice ragione che la verità è una.

Se le cose stanno così, perché parlare più particolarmente di metafisica orientale? 

Il fatto è che nelle condizioni in cui si trova attualmente il mondo occidentale, la metafisica, in esso, è cosa dimenticata, in generale ignorata, perduta quasi interamente, mentre in Oriente essa è sempre oggetto di una conoscenza effettiva. 

Se si vuol sapere che cos’è la metafisica è perciò all’Oriente che ci si deve rivolgere; e anche quando si voglia ritrovare qualcosa delle antiche tradizioni metafisiche che hanno potuto esistere in Occidente, in un Occidente che, sotto molti aspetti, era allora singolarmente più vicino all’Oriente di quanto non sia oggi, è soprattutto con l’aiuto delle dottrine orientali e per confronto con queste ultime che si potrà riuscire a farlo, giacché tali dottrine sono le sole che, nel campo della metafisica, possano ancora essere studiate in modo diretto. 

Sennonché, a questo fine, è chiaramente evidente che occorre studiarle come fanno gli Orientali stessi, e non abbandonandosi a interpretazioni più o meno ipotetiche e talvolta del tutto fantasiose; troppo spesso si dimentica che le civiltà orientali esistono sempre e hanno ancora dei rappresentanti qualificati, dai quali sarebbe sufficiente informarsi per sapere veramente di cosa si tratti.

Ho detto metafisica orientale, e non unicamente metafisica indù, perché le dottrine di questo tipo, con tutto quel che implicano, non si incontrano soltanto in India, contrariamente a ciò che qualcuno sembra credere, qualcuno che del resto non si rende ben conto della loro vera natura. 

Il caso dell’India non è affatto eccezionale, sotto questo riguardo; esso è esattamente quello di tutte le civiltà che possiedano quella che potrebbe esser detta una base tradizionale. A essere eccezionali e anormali sono al contrarlo le civiltà che di tale base siano sprovviste; e, a dire il vero, di simili civiltà noi non ne conosciamo che una, la civiltà occidentale moderna. 

Per tenere soltanto conto delle principali civiltà dell’Oriente, l’equivalente della metafisica indù si trova, in Cina, nel taoismo; esso si trova anche, d’altro canto, in certe scuole esoteriche dell’Islâm (occorre però capire chiaramente che tale esoterismo islamico non ha nulla in comune con la filosofia esteriore degli arabi, la cui ispirazione è greca per la sua maggior parte).

La sola differenza è che, dappertutto all’infuori dell’India, queste dottrine sono riservate a un’élite più ristretta e più chiusa; è quel che avvenne anche in Occidente, nel medioevo, di un esoterismo piuttosto simile a quello dell’Islâm sotto più di un aspetto, esoterismo che era anch’esso altrettanto puramente metafisico quanto quest’ultimo, ma del quale i moderni, nella loro maggioranza, non sospettano neppure più l’esistenza. 

In India non si può parlare di esoterismo nel senso proprio della parola, perché in essa non si trova una dottrina a due volti, uno exoterico e uno esoterico; in India si può solo parlare di un esoterismo naturale, nel senso che ognuno approfondirà la dottrina di più o di meno, e andrà più o meno lontano secondo la misura delle sue proprie possibilità intellettuali, giacché per certe individualità umane esistono limitazioni che sono inerenti alla loro stessa natura e che è loro impossibile superare.

Naturalmente le forme cambiano da una civiltà all’altra, poiché esse devono adattarsi a condizioni differenti; sennonché, pur essendo maggiormente abituato alle forme indù, non provo nessun scrupolo a servirmi di altre quando ciò sia necessario, se si verifica cioè che esse possano essere d’aiuto alla comprensione di certi punti; in un fatto come questo non vediamo inconvenienti, giacché in fondo non si tratta che di espressioni diverse della stessa cosa. Una volta ancora, la verità è una ed essa è la stessa per tutti coloro che, per un qualunque cammino, siano pervenuti alla sua conoscenza.

Detto questo, è opportuno che ci si intenda sul significato da dare qui alla parola «metafisica», e ciò avrà tanto maggiore importanza in quanto ho spesso avuto occasione di constatare che non tutti la comprendono nello stesso modo. Io penso che la miglior cosa da fare, di fronte a parole che possono dar luogo a qualche equivoco, sia di restituir loro, per quanto possibile, il loro significato originario ed etimologico. 

Ora, stando alla sua composizione, la parola «metafisica» significa letteralmente «di là dalla fisica», intendendo «fisica» nell’accezione che tale termine aveva sempre avuto per gli antichi, accezione che è quella di «scienza della natura» in tutta la sua generalità. 

La fisica è lo studio di tutto quel che appartiene all’ambito della natura; ciò che riguarda la metafisica è quel che è di là dalla natura. Come si spiega, perciò, che alcuni possano sostenere che la conoscenza metafisica è una conoscenza naturale, sia per quel che riguarda il suo oggetto, sia per quel che concerne le facoltà per mezzo delle quali essa è ottenuta? È questo un vero e proprio controsenso, una contraddizione in termini; e tuttavia ‑ cosa più stupefacente ancora ‑ capita che simile confusione sia perpetrata da coloro stessi che dovrebbero aver conservato qualche idea della vera metafisica e dovrebbero saperla distinguere più chiaramente dalla pseudo-metafisica dei filosofi moderni.

Ma, si dirà forse, se la parola «metafisica» si presta a confusioni del genere, non sarebbe meglio rinunciare a servirsene, sostituendola con un’altra che abbia meno inconvenienti? 

In verità ciò sarebbe inopportuno, poiché, a motivo della sua formazione, tale parola si adatta perfettamente a ciò a cui si applica; ed è inoltre pressoché impossibile, inteso che le lingue occidentali non possiedono nessun altro termine che si presti così bene a quest’uso. Di servirsi semplicemente della parola «conoscenza», come si fa in India, trattandosi in effetti della conoscenza per eccellenza, la sola che sia assolutamente degna di tal nome, non c’è neppure da pensarci, giacché la cosa sarebbe ancora meno chiara per degli Occidentali, abituati, in quanto a conoscenza, a non tener conto di nulla che non rientri nell’ambito scientifico e razionale. 

E inoltre, è forse necessario preoccuparsi tanto dell’abuso che di una parola è stato fatto? Se si dovessero scartare tutte quelle che si trovano in questo stesso caso, quante ne rimarrebbero ancora a nostra disposizione? Non basta forse che si prendano le precauzioni necessarie per evitare errori e malintesi? Non è che noi teniamo alla parola «metafisica» più di quanto non teniamo a qualsiasi altra parola; sennonché, fino a che non ci venga proposto un termine migliore per sostituirla, continueremo a servircene come abbiamo fatto finora.

 Scritto da René Guénon

La Metafisica orientale*

* Conferenza tenuta il 17 dicembre 1925 a La Sorbonne di Parigi tratto da Scienza Sacra.

Evviva la Nazionale Caudina: CAUDIO SEGNA, folle sogno #16FRECCIATINECAUDINE


 #16FRECCIATINECAUDINE

«Evviva la Nazionale Caudina: CAUDIO SEGNA, folle sogno» 

Una nazionale della Valle Caudina di Calcio, Pallacanestro o Ciclismo, poco importa. Servirebbe un progetto pilota per sviluppare il senso di appartenenza al territorio, fin troppo messo in secondo piano anche in ambito sportivo. Si potrebbe partire con quella di Calcio, mettendo in squadra solo gli atleti nati in Valle Caudina. 
Il numero esiguo di nativi Caudini, in effetti, fa emergere la mancanza di Ospedali adatti a far nascere i neonati qui. La Caudium Nazionale, quindi, è rimandata a data da destinarsi, magari dopo l'"esordio" di un Ospedale della Città Caudina.

Per dire la Vostra, contattateci all'indirizzo di posta elettronica caudiumpatrianostra@gmail.com oppure tramite Twitter @SchiaffoLo

immagini tratte dalla rete

GUIDO FAWKES - Il 5 novembre e la Congiura delle Polveri | CULTURA

GUIDO FAWKES  - Il 5 novembre e la Congiura delle Polveri | CULTURA

Con la fusione avvenuta tra i festeggiamenti dell'antico Samhain e la commemorazione della messa a morte dei cospiratori della "Congiura delle Polveri" (Inghilterra, 1605), nacque il Guy Fawkes.

La ricorrenza prende nome dal guardiano dei barili di polvere da sparo che avrebbe dovuto far esplodere il 5 novembre, quando tutti i membri del parlamento sarebbero stati in riunione. A capo dei cospiratori c’era Roberto Catesby, il quale voleva sostituire il Re protestante con un capo politico cattolico. I cospiratori vennero però traditi, scoperti e messi a morte.

La commemorazione, come già detto, si fuse con i cortei funebri tipici dell'antico Samhain (che però a quel tempo erano ancora molto in voga grazie ai festeggiamenti dell'All Hallow's Eve), dando così origine a una parata unica nel suo genere, composta da decine di figuranti vestiti da scheletri e da guerrieri celti che accompagnano 17 croci in fiamme (in memoria dei 17 cospiratori). Ancora una volta possiamo guardare al passato con nitidezza attraverso i festeggiamenti di antiche celebrazioni dure a morire. Per fortuna nostra.

Curiosità: il film "V per Vendetta" si ispira proprio alla Congiura delle Polveri (e cito "Ricorda il 5 novembre!"), difatti il protagonista - guarda caso arso dalle fiamme - indossa una maschera raffigurante Guido Fawkes. Se non lo avete ancora visto, questa è l'occasione (e il periodo storico) migliore per farlo.

Foto: Illustrazione (rieditata) di Fenella Foxcroft

tratto da: https://www.calendariopagano.it/

La Destra Caudina, dopo la bufera politica e mediatica del "Caso Massaro" a Moiano, guarda avanti e si dedica totalmente al prossimo congresso provinciale del versante Sannita. | POLITICA

La Destra Caudina, dopo la bufera politica e mediatica del "Caso Massaro" a Moiano, guarda avanti e si dedica totalmente al prossimo congresso provinciale del versante Sannita.

La Valle Caudina militante e simpatizzante di Fratelli d'Italia del Presidente Giorgia Meloni, gioca un ruolo importante grazie alla figura del Senatore Domenico Matera, destinato al ruolo di Federale della Federazione della Provincia di Benevento.

FIAMMA

La Fiamma Tricolore, nata a pochi mesi dalla fine della Guerra civile, esattamente il 26 dicembre 1946, sta raccogliendo centinaia di iscrizioni, migliaia di preferenze e decine di adesioni istituzionali nella Nuova Caudium ed in tutto il beneventano. Numeri che rendono la Destra Meloniana sempre più radicata ed in crescita, grazie al lavoro dietro le quinte, nelle strade e nelle piazze. Gli eredi di Almirante, Rauti e Romualdi stanno riuscendo a canalizzare le forze del Cdx in maniera univoca, senza divisioni o correnti interne di partito. Una novità di rilievo rispetto alle burrascose dinamiche correntiste di Alleanza Nazionale. 

Mimmo e Giorgia

La classe politica, targata FDI, vanta l'adesione al Fronte Patriottico della Provincia di Benevento di un presidente di Comunità montana, di quattro Sindaci, cinque Vicesindaci, altri due Assessori di Comunità montana, una decina di Assessori comunali e una cinquantina di consiglieri comunali. Tra questi anche Giuseppe Massaro, che sconvolto dalle tremende notizie che arrivano da Gaza si è indignato contro Israele, generando il putiferio nella tranquilla Moiano per l'ambigua battutaccia dall'amaro sapore antisemita. Una distrazione che ha scatenato i figli della cultura della cancellazione. Il capillare boicottaggio di questi giorni è la prassi della recente forma moderna di ostracismo, nella quale il distratto di turno diviene oggetto di indignate proteste e di conseguenza estromesso da cariche, cerchie sociali o professionali, pur rimangiandosi le parole di pessimo gusto.

CASO CHIUSO

L'inevitabile autosospensione politica, necessaria e scontata dopo la pesante gogna mediatica subita dall'esponente Moianese, ha chiuso il caso legato all'infelice esternazione di Massaro. Paragonare l'odierna furia della Stella di Davide alle oscure vicende della Seconda Guerra Mondiale non è ammissibile. In effetti quelle parole scomode fanno solo il gioco della fazione filoisraeliana. Alla fine il mea culpa non ha fermato la propaganda, anzi il messaggio è ormai divenuto virale. Con il fianco scoperto, tuttavia, sono piovute accuse furiose, alquanto necessarie per dar vita alle periodiche critiche in salsa nazy verso gli esponenti del Primo partito d'Italia nel 2023. 

ATTACCHI

Esulta soddisfatto per aver denazificato FdI un Pentastellato, Antimeloniano di ferro, come l'Onorevole Pasquale Penza. Naturalmente il Grillino non ha esitato a chiedere le dimissioni immediate dalla carica di Consigliere comunale nel piccolo centro Caudino, nonostante l'ottimo lavoro svolto, premiato democraticamente con percentuali da capogiro che hanno reso più forte Moiano tra i feudi elettorali della Destra impegnata sul territorio con il Senatore Mimmo Matera. 

Il centravanti di sfondamento delle destre entrò in politica nella Democrazia Cristiana. Nel 1990 come consigliere democristiano al comune di Bucciano sopravvisse al crollo della Balena Bianca Scudocrociata. Lo ritroviamo, infatti, in carica nel 2014 come Consigliere della Provincia di Benevento nel Nuovo Centro Destra di Alfano, appoggiato dai post-democristiani dell'UdC. Vanta una profonda amicizia con l'ex Onorevole Nunzia De Girolamo, ora impegnata in televisione sulle reti nazionali. Il Senatore per Fratelli d'Italia nel collegio plurinominale Campania 2 non ha fatto una grinza, nonostante il rumoroso clamore del Caso Massaro ed il fuoco amico di Forza Italia.

Riportiamo, per dovere di cronaca, le parole dell'ex Fratellino che evidenziano una linea disciplinare molto rigida all'interno del partito dei seguaci della Giorgia Nazionale:

“Io sottoscritto Giuseppe Massaro – scrive nella missiva il Fedayn Caudino – faccio ammenda per l’increscioso episodio causato dalla leggerezza con la quale mi sono espresso sul web lo scorso lunedì. Mi sono espresso male riconosco di aver sbagliato e pertanto ho prontamente rimosso il contenuto. Nel ribadire la mia ferma lontananza culturale e politica da ogni forma di dittatura e discriminazione razziale, intendo chiedere scusa a tutti ed alla mia comunità politica e per tutelare l’immagine e l’integrità del Partito ho deciso di autosospendermi dallo stesso”.

Mimmo e Nunzia
Il Senatore Mimmo Matera, dopo un breve silenzio iniziale, esce comunque indenne da questo burrascoso caso mediatico ed espelle moralmente l'ex Presidente della storica sezione Moianese, un tempo rappresentata dall'avvocato Teresa Meccariello, all'epoca referente provinciale di ConfImprese, un sindacato a difesa delle piccole e medie imprese. L'ex Sindaco Caudino, punta di diamante dei Patrioti, non appartiene né alla schiera post-Missina, né a quella di reduce di AN ed ha messo la parola fine alle tarantelle, senza dilungarsi troppo:

“Epilogo giusto, decreta Matera a mezzo stampa. Sono espressioni inaccettabili per Fratelli d’Italia”.

Quando il 28 dicembre 2012, davanti al notaio romano Camillo Ungari Trasatti, gli Onorevoli Guido Crosetto, Ignazio La Russa e Giorgia Meloni fondarono l’associazione «Fratelli d’Italia Centrodestra nazionale» bisognava riempire gli spazi "Nazionalisti 2.0" ed unire le tre anime di una certa Destra parlamentare dopo la fine del Popolo delle Libertà. Giorgia, Ignazio e Guido, rimasti fedeli al Cavaliere Berlusconi fino all’ultimo respiro, decisamente lontani dal «traditore» Gianfranco Fini, sono il tridente della nuova visone Conservatrice, Made in Usa/UK, a cui strizzano l'occhio quasi tutti, compresi Inglesi, Americani ed Antifascisti vari. 

Ciao Massaro

PARADOSSO

Eppure, rispetto alle idee nella dottrina giuridica italiana è stato ritenuto che il diritto all'informazione, riflesso passivo della libertà di manifestazione del proprio pensiero, rischia di essere limitato ove un movimento di cancellazione porti ed eliminare o boicottare opinioni, personaggi o fatti storici non in linea con le idee e la sensibilità della maggioranza o comunque di un gruppo influente. L'episodio in questione, da stigmatizzare e condannare per l'evidente rozzezza, resta in ogni caso una brutta gatta da pelare nel paradossale mondo libertario. 

Il diritto all'informazione dovrebbe invece essere completo, integrale e tenere conto anche degli elementi più “scomodi” e delle opinioni della minoranza. Le lettrici ed i lettori devono pertanto avere la possibilità di conoscere anche i fatti storici più sgradevoli, così come le opinioni dissonanti, senza che vi sia qualcun altro in grado di decidere aprioristicamente per lui. In un contesto nel quale, invece, le opinioni venissero integralmente omologate a quelle della maggioranza o di un gruppo comunque dominante, ovvero fatti ed elementi storici ritenuti sgradevoli venissero cancellati, la conseguenza sarebbe una chiara lesione o, quantomeno, un impoverimento del dibattito democratico e del progresso anche sociale che da questo deriva.

orientamenti

Tale opinione, secondo gli esperti, appare conforme all'orientamento espresso dalla Corte Costituzionale con la sentenza 155/2002: «Il diritto all'informazione garantito dall'art. 21 Cost. deve essere caratterizzato sia dal pluralismo delle fonti cui attingere conoscenze e notizie -così da porre il cittadino in condizione di compiere le proprie valutazioni avendo presenti punti di vista e orientamenti culturali e politici differenti -sia dall'obiettività e dall'imparzialità dei dati forniti, sia infine dalla completezza, dalla correttezza e dalla continuità dell'attività di informazione erogata. È in questa prospettiva di necessaria democraticità del processo continuo di informazione e formazione dell'opinione pubblica, che occorre dunque valutare la congruità del bilanciamento tra principi ed interessi diversi».

RIFLESSIONI

Facciamo i nostri complimenti al Senatore Mimmo Matera per aver sdoganato e rafforzato Fratelli d'Italia in Valle Caudina, riuscendo ad imporsi in ambito nazionale e provinciale. Conosciamo bene l'Area e sottolineiamo la condotta esemplare, fin dagli anni Novanta, di una Comunità eterogenea che vive il suo momento di gloria dopo i difficili anni prima della svolta di Fiuggi e dopo la lunga e frastagliata diaspora Missina.

Condanniamo, altresì, qualsiasi forma di intolleranza e di discriminazione ideologica. Invitiamo la base del partito Meloniano ed il vivace mondo giovanile ad approfondire, studiare, leggere, discutere e confrontarsi dialetticamente con tutti gli avversari, interni ed esterni. I quali a loro volta devono scendere dai piedistalli del Sistema dominante e misurarsi in un vero scontro culturale, basato sui fatti e non sulle becere chiacchiere da tastiera, spesso artefatte a mestiere per meri interessi elettorali o grotteschi colpi di coda propagandistici.  

I nemici della verità e della libertà sono anche nostri nemici. Tutte le forme di razzismo e classismo sono da condannare, insieme alle aberranti pulizie etniche, agli estremismi religiosi e laici abilmente manovrati dall'alto. Diciamo basta al genocidio di tanti, troppi, innocenti a Gaza e chiediamo giustizia per il Popolo Palestinese, senza scivolare sulle solite bucce di banana lasciate in terra dalla superficialità e dall'ignoranza.

Per dire la Vostra, contattateci all'indirizzo di posta elettronica caudiumpatrianostra@gmail.com oppure tramite Twitter @SchiaffoLo


La Figlia del Corsaro Verde (1940)

La Figlia del Corsaro Verde

Tra i protagonisti Ernesto Almirante,  zio di Giorgio Almirante, figlio del fratello Mario. Vivace e amabile caratterista, a partire dalla metà degli anni quaranta fu molto attivo sullo schermo, spesso nel ruolo di vecchietto arzillo e svagato. Lavorò anche sotto la direzione di importanti registi, come Luigi Zampa in Vivere in pace (1947) e Anni difficili (1948), Alessandro Blasetti in Prima comunione (1950), Steno e Mario Monicelli in Totò e i re di Roma (1951) e Federico Fellini in Lo sceicco bianco (1952).

La trama è semplice. Dopo l'assassinio del Corsaro Verde, Manuela, sua figlia, salva la vita a un giovane di alto lignaggio, infiltrato tra i pirati, e con lui sbaraglia i banditi.

«Un film salgariano, con duelli, arrembaggi e zuffe. A parte alcuni semplicismi di narrazione, è un film eccellente, acceso, vivo. Prodotto con larghezza di mezzi e diretto con ritmo incalzante, farà rivivere a tutti le ore deliziose trascorse, da ragazzi, sulle indimenticabili pagine del romanziere veronese. La protagonista, Doris Duranti, selvaggia e combattiva (…) conferma il suo temperamento.».

sabato 4 novembre 2023

IL FUOCO #goliardia

IL FUOCO #goliardia

 

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4 NOVEMBRE 1918 - L'armistizio, la vittoria e gli sconfitti della Prima Guerra mondiale | Documentario

4 NOVEMBRE 1918

4 NOVEMBRE 1918 - L'armistizio, la vittoria e gli sconfitti della Prima Guerra mondiale è un documentario di Nicola Maranesi, con Mario Isnenghi e Marco Mondini. Montaggio di Solange Souza. Regia di Valentina Gualtieri (Storia Festival)

CIVICO 88 - Fatti un po' di Oi! (2002)

Civico 88 - Fatti un po' di Oi!

Gruppo: Civico 88

Brano: Fatti un po' di Oi!

Anno: 2002

BRIGANTAGGIO - «Pasquale Mainolfi e Giuseppe Tironi, i due Trombettieri Garibaldini della Valle Caudina». | INTERVISTE


BRIGANTAGGIO - «Pasquale Mainolfi e Giuseppe Tironi, i due Trombettieri Garibaldini della Valle Caudina». 

Nella lunga ed interessante intervista a Pietro Zerella, a cura di Renzo Montagnoli, emerge un episodio importante della Storia d'Italia che vede protagonisti ben due Camicie Rosse Garibaldine della Valle Caudina. L'autore del romanzo storico "L’altra faccia dell’unità d’Italia 1860 – 1862" porta all'attenzione un aspetto del Brigantaggio da analizzare con attenzione, ossia i Meridionali assoldati dai Garibaldini.
Nella discussa "Epopea delle Camicie rosse Garibaldine", capace di commuovere, ingannare ed esaltare intere generazioni, non solo italiane, c'è anche un delicato frangente legato alla nostra Valle, questa volta non al centro della scena, ma curiosamente citata come terra di origine di due trombettieri protagonisti a Calatafini, dove il sedicente Eroe dei Due Mondi scambia delle battute con i due Caudini, capaci di dare la svolta alla celebre battaglia che resterà negli annali per la celebre frase "Qui si fa l'Italia o si muore". Né la storiografia locale, né la tradizione popolare, però, non hanno riportato le loro azioni, riuscendo a non tramandare la memoria.
Buona lettura.

Garibaldino

Ho letto con grande piacere questo romanzo che parla effettivamente di un’altra faccia dell’Unità d’Italia, ben diversa da quella che abbiamo studiato sui banchi di scuola e scritta a uso e consumo della classe dominante, in questo caso la Monarchia Sabauda.
Mi è piaciuto anche l’equilibrio dello svolgimento e, per quanto tu sposi una visione che in buona parte condivido, non porti mai avanti il discorso in modo assolutistico, nel senso che non vuoi essere la fonte di ogni verità, e, a testimonianza di ciò, riporti in calce due capitoletti dedicati rispettivamente al revisionismo di natura politica e alle critiche al Revisionismo sul Risorgimento. Preciso, anche per i lettori, che le teorie revisioniste a livello storico sono abbastanza recenti e risalgono più o meno a una ventina di anni fa, cioè quando ormai da tempo la Monarchia era caduta e la Repubblica era già ben consolidata. 
Domanda - Secondo te, perché è occorso così tanto tempo per una ricerca della verità che non fosse quella pontificata a livello scolastico?
Risposta- La nostra giovane entità di Monarchia, prima, di dittatura e Repubblica poi, e di come abbiamo vissuto queste drammatiche fasi storiche, ci hanno precluso di guardare indietro e giudicarci. Nella ricerca della verità gli studiosi trovavano spesso gli archivi sbarrati da “segreti di Stato” e questo è continuato fin quasi agli anni ’80. La nuova cognizione storica, l’importanza delle piccole storie locali, ricerche di nuovi appassionati di scrittura e il rafforzarsi della Democrazia e della Repubblica hanno tolto ogni velo di reticenza sulla Storia d’Italia. La storia scolastica serviva a formare e modellare la giovane Italia, far conoscere certi personaggi e ignorare gli altri, descrivere un’Italia perfetta fatta solo di eroi, di monumenti e di tanti sacrifici. Insomma un’Italietta di “brava gente”. Poi il cadere di tante barriere, la scoperta di documenti impolverati ci farà conoscere quanto sangue fraterno ha inondato i sentieri di questa bella Italia.
Camicia Rossa
D- E’ strano che gli storici non si siano sentiti in dovere di riscontrare se quanto da sempre insegnato trovava una corrispondenza con la realtà dei fatti. Non è improbabile che qualcuno di loro abbia avuto più di un sospetto, ma che si sia lasciato attrarre dal quieto vivere, dimenticando però che solo con la corretta ed esatta conoscenza delle basi è possibile iniziare a porre rimedio alle storture di uno stato che rischia di implodere. E’ ipotizzabile, quindi, che la grande sfiducia nello stato delle popolazioni meridionali, all’origine della famosa “questione”, risieda proprio nel trattamento ricevuto con l’unificazione dell’Italia che, anche con i corposi aiuti economici successivi, ha considerato sempre il Sud una colonia e non una parte integra e indispensabile della sua struttura. Al riguardo, qual é il tuo pensiero?
R- La Questione Meridionale è un problema che nasce subito dopo l’Unità d’Italia. Si potrebbe cavillare, cercando di capire le cause più profonde che giustifichino la decadenza di un popolo e di un Regno andando ha ritroso della storia che ha vissuto il Sud.
Tre sono stati i periodi di massimo splendore per il Meridione: l’impero Romano con la parentesi dei Sanniti, il dominio Longobardo e l’impero di Federico II scomparso con la sconfitta di Manfredi a Benevento (1266). Dopo vi sono state dominazioni straniere, Angioini, Aragonesi… e infine i Vice re spagnoli che hanno portato fame, rovine e “camorra” fino a Carlo III di Borbone che diventa re delle Due Sicilie. Sotto il suo breve governo si ha la rinascita del mezzogiorno proseguita dai suoi avi, magari con soprusi e cannonate. La negatività dei Borbone è stata sempre una politica chiusa e autarchica isolando il suo popolo tra “l’acqua salata e l’acqua benedetta”. Vero è, che nel Regno si pagavano poche tasse e pur nella miseria il popolino non emigrava.
Il 1860-61 è il periodo più travagliato della storia Meridionale. Subito dopo la proclamazione dell’unità, il Regno delle due Sicilie è subito sottoposto all’uniformità legislativa e amministrativa dell’Italia unita. Il passaggio dai Borbone ai Savoia avviene attraverso una serie di convulsi esperimenti, dove il paese è travagliato da una profonda crisi, caratterizzata dalla dissoluzione dell’apparato amministrativo, dalla stagnazione dell’economia, dalle agitazioni dei contadini per la quotazione dei demani comunali, dal brigantaggio e dall’opposizione del clero al nuovo regime. Nei nuovi governanti manca la visione unitaria e la conoscenza delle effettive condizioni delle società meridionali e di conseguenza era emanare seri e concreti programmi governativi per unire le due Italie (allora mancava l’esempio dell’unificazione delle due Germanie). Il Nord, più evoluto, anche perché più aperto all’influenza dei paesi d’oltre Alpe e meglio governati dagli Asburgo e dai Francesi, ha percepito prima l’idea dell’Illuminismo, ma non ha saputo applicare nei confronti dei meridionali i codici di Napoleone, non ha usato la penna, anzi per i cervelli pensanti del Nord, come la scuola del criminologo Lombroso, Garafalo e altri, l’uomo del sud, per le sue caratteristiche fisiche, era ritenuto un criminale nato e l’ intelligenza simile a un beduino e quindi per correggerlo aveva bisogno di punizione (fucilazione, deportazione e incendi di interi paesi), massima repressione e tasse fino all’osso (Quintino Sella). Naturalmente, il popolo del sud sentendosi colonizzato, privato delle poco industrie e iniziative, il mercato aperto alla concorrenza del Nord, non protetto in alcun modo dal nuovo stato, fu costretto ad armarsi, a difendersi, a guardare i campi dei proprietari terrieri e dei nobili, a costituire società segrete (Mafia e Camorra). facendo finta di assoggettarsi ai nuovi padroni. (Tutto cambia affinché nulla cambi).
Gli storici, pur di sopravvivere, hanno ignorato gli eventi o hanno trovato gli archivi sigillati. Purtroppo il problema meridione esiste ancora e forse, con gli attuali politici, che non sono delle “Aquile”, ma delle “Gazze ladre” esisterà ancora. Terminerà con le nuove generazioni che dimenticando la retorica, capiranno alla fine, che la penisola sarà grande quando sarà tutta una con un grande popolo.
Manfredi a Benevento (1266)

D- Hai scritto bene “nei nuovi governanti mancava la visione unitaria” ed è da questa mancanza che sono nati i problemi. Per dirla francamente, a Vittorio Emanuele II e a Cavour non interessava liberare gli italiani e farne, dapprima un’unica nazione e poi un unico stato. A loro importava semplicemente mettere le mani su terre ricche d’industrie e d’agricoltura, e guarda bene che anche il resto d’Italia si trovò più assoggettato che unificato, e così quasi subito ebbe inizio quel grande flusso migratorio che interessò anche il Meridione. La leva obbligatoria di cinque anni, che sottraeva le braccia migliori alle famiglie, le tasse spaventose sul macinato e un’infinità di altre gabelle si abbatterono sugli italiani “liberati” peggio di una grandinata, con effetti senz’altro più devastanti al Sud, le cui popolazioni avevano già dapprima un tenore di vita inferiore a quelle del nord. Non intendo andar oltre, perché altrimenti si corre il rischio che l’intervista si allunghi fino a livelli intollerabili e passo quindi ad altro. E’ stata originale la scelta della figura del bisnonno, un fantasma che viene dall’aldilà a raccontare al nipote come sono andati i fatti e anche se il tutto viene esposto da uno che c’era, ma che non era addentro ai gangli vitali, il ricorso agli articoli di giornali dell’epoca offre un senso di immediatezza, oltre che costituire il supporto tecnico-storico. Presumo, comunque, che tu ti sia basato anche su testi specifici, che non hai indicato nelle fonti bibliografiche, ma che mi interesserebbe sapere, quale appassionato di storia, magari per poterli leggere pure io. Li puoi indicare?
R- Sarebbe interessante proseguire questa lunga disamina storica sul nostro passato, ma è meglio per ora rimanere nel testo altrimenti maturiamo un’altra pensione! L’idea di coinvolgere il mio bisnonno, mi venne qualche anno dopo aver scritto un libro ambientato sul mio paese: “ San Leucio del Sannio, ho conosciuto il nonno del mio bisnonno” (1997). Pazientemente ho ricostruito l’esistenza di tutti i nuclei familiari (fuochi) del paese indicando se proprietari o meno. Questo lavoro l’ho tratto dalle visite pasquali che il parroco faceva annualmente e fotografava lo stato della famiglia. Tante persone, maschi, femmine, servi, nati, morti ecc… e con appunti per casi particolari, come carestie e morti in particolari condizioni.
Partendo dal 1606, i primi dati certi delle nostre radici, seguendo tre censimenti fino al 1890, ho ripercorso la vita di un nucleo familiare. Alla fine ogni famiglia ha scoperto, andando a ritroso negli anni, il suo casato e nuove parentele che ignoravano. E’ stato un lavoraccio perché ho dovuto copiare dai registri parrocchiali, scritti con calligrafie incerte e abbreviazioni da far perdere il senno.
Il lavoro è durato circa due anni e alla fine il comune (io come assessore alla cultura) ha pubblicato e distribuito gratuitamente alla comunità. Il mio libro fu premiato in un concorso dei comuni italiani a Montecelio Romano, classificandosi 5^ su alcune centinaia.
Per qualche anno in paese si parlò solo di questo libro e dei nonni, molte copie furono richieste dagli emigranti  in Australia e degli Stati Uniti. Con queste ricerche e con le testimonianze degli anziani ho potuto ricostruire il nostro modo di vivere fatto da tanta miseria e tanti soprusi dei piccoli proprietari e dai preti (su 2900 abitanti vi erano 11 sacerdoti). Per quanto concerne le fonti principali delle mie ricerche, oltre ai giornali citati, di Dumas e altri, mi sono avvalso di quelle del mio primo libro sul brigantaggio “Preti contadini e briganti…”. Nella presentazione del volume, il Prof. di Storia Antonio Gisondi dell’Università di Salerno mi faceva rilevare che molto avevo parlato della classe misera ma poco della classe dirigente del tempo.
Forse fu una giusta osservazione, ma immedesimandomi in due poveracci, uomini di paese e del popolo, questi non avrebbero mai avuto l’opportunità di conoscere o confrontarsi con nobili, proprietari terrieri o l’alto clero. Il loro mondo, per le loro condizioni, legati da una vita e per generazioni alla terra, era distante dai palazzi anni luce. Per quanto concerne le fonti specifiche, vale a dire la bibliografia e gli archivi da cui ho attinto le notizie per scrivere questo romanzo, è piuttosto corposa, di autori dell’epoca e di storici recenti, senza contare le ricerche dirette presso vari archivi.
Trombettieri

D- Ha ragione il prof. Gisondi, ma hai ragione anche tu, perché il basso ceto, soprattutto all’epoca, non avrebbe mai potuto avere uno scambio di opinioni con chi lo dominava. Tuttavia, il quadro che ne è sortito è più che esauriente, oltre a essere esposto in modo scorrevole e accessibile. Nel leggere le pagine di questo romanzo, che più che storico, definirei di didattica storica, mi sono sorti alcuni dubbi, che ti pregherei di fugarmi.
Il tenore di vita della popolazione prima dell’avvento dell’Unità d’Italia com’era? Era più o meno a livello con quello degli abitanti del settentrione?
Esisteva una borghesia rampante, insomma un ceto medio abbastanza corposo ed influente?
La malavita organizzata (leggasi mafia e camorra) aveva un peso pari all’attuale?
R- Il tenore di vita della popolazione Meridionale prima dell’Unità doveva essere leggermente inferiore a quello del Nord, in particolare nelle campagne e nei comuni.
Invece nelle città si doveva equivalere sia nella cultura sia nel vivere quotidiano. Napoli, Bari, Palermo, erano tre grandi città a livello europeo. Non dico Napoli che godeva di molti primati, con il maggior numero di tipografie di altre città, il Teatro San Carlo e aveva studiosi ed economisti a livello europeo, ma anche altri grandi centri non erano da meno. In alcuni paesi del Nord si moriva di “pellagra”, da noi si moriva d’inedia per il poco pane. Le novità da voi erano percepite prima, da noi molto più in ritardo.
Le famiglie per progredire facevano del tutto per avere un figlio prete o avere qualche umile lavoro dal signorotto del paese, il Marchese, il Conte… che per un pezzo di pane seduceva la povera donna e poi magari la faceva sposare con un po’ di dote a qualche suo contadino (I Promessi sposi).
Non esisteva una borghesia rampante perché costoro si accontentavano di vivere intorno alla nobiltà. Quest’ultima abituata a non lavorare ma ha vivere di rendita proveniente dalla terra (coltivazione dell’ulivo, uva, grano) o dai latifondi, ha vissuto bene quando la rendita di Stato era solida e costante negli anni; in seguito con l’Unità e, la svalutazione, dalla terra non ha ricevuto più nulla, non ha saputo capire i tempi e investire in altro come al Nord i conti Baroli, Ricasoli.
Al Sud, come ancora oggi, non abbiamo la cultura dell’industria, ma quella dell’artigianato e della piccola imprenditoria.
Mafia, Camorra…hanno da sempre condizionato l’Italia e ancora la condizionano. Purtroppo, sia prima che oggi, lo Stato è stato sempre debole e a volte se n’è servito (Vedi Rep. Napoletana, 1799) con il cardinale Ruffo, il ministro dell’interno Liborio Romano, nella seconda guerra mondiale gli Stati Uniti con Lucky Luciano, i vari sequestri eccellenti e l’altro ieri… il patto scellerato…Oggi poi la malavita si è evoluta talmente che sta lasciando il Sud per espandersi nell’opulento Nord: “i camici bianchi”, sparano di meno ma uccidono di più. Presto questo primato sarà superato con l’arrivo della Mafia russa e cinese e dalla crudeltà dei popoli slavi. Al Sud finché esiste il problema della “monnezza” (l’oro della malavita), la mancanza dello Stato e una politica sociale moderna, la criminalità fiorirà sempre, ora più che allora, in cui regnava la miseria.
Camillo Cavour
D- E veniamo al triste fenomeno della corruzione, ora più che mai dominante nel nostro paese. Si dice che siano stati i Savoia e Cavour a introdurre la corruzione nel Regno delle Due Sicilie, pagando ministri, generali e anche nobili, al fine di agevolare l’impresa di Garibaldi. Al riguardo, ci sono prove incontrovertibili. Questa politica di ungere le ruote era una costante del Regno di Piemonte, tanto quasi da essere un marchio di fabbrica. La domanda: in precedenza, il livello di corruzione era notevole o modesto?
R- La corruzione è stata per sempre il male dell’uomo, antica come le donne di malaffare. I Romani ne fecero largo uso comprandosi re e condottieri. Tutta la Spedizione dei Mille fu organizzata non da principianti o semplici volontari sprovveduti, ma da gente raffinata, intelligente e da gradi politici di ampio respiro. Chi non era al corrente di nulla, ma credeva nella giusta causa della libertà erano Garibaldi e i suoi volontari.
Nel XVIII e il XIX secolo la massoneria mondiale era una grande realtà che influiva sulla politica delle nazioni, sull’economia e sul modo di pensare dell’uomo (V. nascita degli Stati Uniti, diritti dell’uomo e altri eventi ancora sconosciuti al popolo).
Anche i problemi della penisola furono influenzati e diretti dalla Massoneria inglese che finanziò la spedizione di Garibaldi con tre milioni di Franchi Francesi in piastre d’oro turche per corrompere i Ministri e i Generali Borbonici.
Altri finanziamenti provenivano dalle offerte private e dai comitati, disseminati in cento città, allo scopo di raccogliere denaro per l’acquisto di un milione di fucili. I proventi a favore di Garibaldi venivano puntualmente registrati dal responsabile della cassa, lo scrittore Ippolito Nievo e dai suoi collaboratori. Guardo caso, la contabilità scomparve nel misterioso affondamento del vapore “Ercole” che da Palermo era diretto a Napoli.
Nella disgrazia perirono duecentocinquanta garibaldini e andarono persi i registri della contabilità e la cassa della spedizione. (Nievo portava con sé l’intera contabilità dell’intendenza per la gestione dal giorno 8 giugno 1860 fino al 31 dicembre).
Si parlò di sabotaggio perché non si voleva far conoscere l’intervento della massoneria inglese. Il generale Francesco Landi, quello dello scontro di Calatafimi, fu uno dei tanti che per soldi tradì e mise in crisi l’esercito borbonico. Da tener presente che, anche senza corruzione, i maggiori ufficiali dell’esercito di Francesco II avevano una certa età e abituati più agli agi della corte che a vivere tra i soldati. Un breve l’episodio:

“Dopo una giornata di duri combattimenti a Catalafimi il settantenne generale Francesco Landi, con quattromila soldati e l’artiglieria, senza aver subito gravi perdite, ordinava la ritirata, davanti a mille uo­mini male armati e quasi privi di munizioni, lasciando li­bera ai Garibaldini la strada per Palermo (per questo comportamento fu accusato di tradimento e di essersi venduto a Garibaldi per 14.000 ducati).
La corruzione ormai si era propagata in tutto l’Esercito Borbonico. La truppa in Calabria era forte di 12.000 uomini, ma nessun Generale prese l’iniziativa di affrontare Garibaldi. I soldati non condividevano l’atteggiamento codardo di chi li guidava, tanto che in un sussulto d’orgoglio, durante la ritirata su Monteleone, i militari uccisero il generale Briganti, indignati di dover fuggire davanti ad un nemico inferiore per uomini e mezzi. Il fatto curioso è che alcuni gallonati dell’eser­cito garibaldino si recavano giornalmente nel campo dei rivoltosi per parlamentare con gli av­versari.
In questa situazione, dove la maggior parte degli ufficiali tradiva o passava al nemico, con soldati sbandati, con un esercito demoralizzato, fu facile l’avanzata delle Camicie rosse. Da Reggio Calabria non vi furono più com­battimenti; interi corpi dell’esercito si arren­devano senza sparare un colpo, come a Severia Manneli, dove si arresero 10.000 uomini . La propaganda piemontese ebbe un ruolo speciale. Garibaldi era preceduto, nella marcia d’avvicina­mento verso Napoli, dalla leggenda dell’invincibilità. Tra gli uomini di Francesco II incominciò a prevalere la rassegna­zione e l’ineluttabilità delle cose. Napoli, poi, aprì letteralmente le porte ai garibaldini senza sparare un colpo, anzi un soldato gli presentò le armi. Prima dell’arrivo in città di “don Peppino”, così lo chiamava Francesco II, nei negozi si vendevano da giorni camice rosse e altri cimeli garibaldini.”.

Come vedi è una triste storia, una pagina di tradimenti e corruzione di un Regno in decadenza e della nullità del suo ultimo discendente Borbonico “Francesco II” mai all’altezza del suo compito. Ebbe un sussulto di orgoglio solo alla fine nella battaglia del Volturno e all’assedio di Gaeta. (veramente più che lui, l’eroina fu la giovane moglie Sofia). Per quanto su esposto, si potrebbe argomentare che era inutile far versare tanto sangue ai sudditi del Regno delle due Sicilie quando ormai non combattevano più e avevano accettato supinamente l’annessione aprendo le porte ai vincitori. Per completezza, osserviamo dalle colline la battaglia (scaramuccia) di Catalafimi.
Calatafimi

Questa battaglia è ricordata da tutti per la fa­mosa risposta di Garibaldi a Nino Bixio: generale, temo che bi­sogna ritirarsi – Bixio che dite? qui si fa l’Italia o si muore. Qualche fonte vi­cina al Generale riferì che Bixio, visto l’andamento negativo della battaglia, chiese a Garibaldi di ritirarsi, ma questi ri­spose: ma dove ritirarci? Erano in una situazione che non offriva possibilità di scelta: o si andava avanti o si moriva. Di fronte e ai lati avevano l’Esercito Borbonico e sulle alture vi erano bande di Siciliani, che at­tendevano l’esito del combattimento per schierarsi con il vincitore. Lo stesso Garibaldi rischia di essere ucciso.
Nel corso del combattimento, è ferito al fianco destro da un sasso, lanciato da un soldato dell’Ottavo battaglione Cacciatori dell’Esercito Bor­bonico, perché il suo fucile, per ben due volte non ha sparato. L’episodio potrebbe far sorridere o sembrare non vero, ma in una guerra insolita succedono spesso cose bizzarre. Il militare, senza volerlo, aveva imitato il giovane Gian Battista Perasso di Genova. In questa giornata, un contributo di sangue lo danno anche i religiosi, i frati france­scani, al seguito di Garibaldi. Vediamo in poche righe la descrizione di G. C. Abba, in "Da Quarto al Volturno":
«Macchiette nel quadro grande, veggo quei francescani che combattevano per noi. Uno di essi caricava un trombone con manate di palle e di pietre, poi si arrampicava e scari­cava a rovina. Corto, magro, sudicio, veduto da sotto in su a lacerarsi gli stinchi ignudi contro gli sterpi che esalavano un odore nause­abondo di cimitero, strappava le risa e gli applausi. Valorosi quei monaci, tutti, fino all’ultimo che vidi, ferito in una co­scia, ca­varsi la palla dalle carni e tornare a far fuoco».
Abba ci parla di un incontro avvenuto il 22 maggio a Parco (Monreale) con pa­dre Carmelo, nel corso del quale il religioso mette in mo­stra tutta la sua saggezza e la filosofia del po­polo sici­liano: le attese, le spe­ranze e l’Unità d’Italia, la mise­ria, la prepotenza dei più forti.

«Mi sono fatto un amico. Ha ventisette anni, ne mostra quaranta: è monaco e si chiama Padre Carmelo. Sedevamo a mezza costa del colle, che figura il Calvario colle croci, so­pra questo borgo, presso il cimitero. Avevamo in fac­cia Monreale, sdraiata in quella sua lussuria di giardini; l’ora era mesta, e parlavamo della rivoluzione. L’anima di Padre Carmelo strideva.
Vorrebbe essere uno di noi, per lanciarsi nell’avventura col suo gran cuore, ma qual­cosa lo trattiene dal farlo.
– Venite con noi, vi vorranno tutti bene.
– Non posso
– Forse perché siete frate? Ce ne abbiamo già uno. Eppoi altri monaci hanno com­battuto in nostra compagnia, senza paura del sangue.
– Vorrei, se sapessi che farete qualche cosa di grande davvero: ma ho parlato con molti dei vostri, e non mi hanno saputo dir altro che volete unire l’Italia.
– Certo: per farne un grande e solo popolo.
– Un solo territorio…!In quanto al popolo, solo o diviso, se soffre, sof­fre: ed io non so che vogliate farlo felice.
– Felice! Il popolo avrà libertà e scuole.
– E nient’altro! – interruppe il frate: – perché la libertà non è pane, e la scuola nem­meno. Queste cose basteranno forse per voi piemontesi: per noi qui no.
– Dunque che ci vorrebbe per voi?
– Una guerra non contro i Borboni, ma degli oppressi contro gli oppres­sori grandi e piccoli, che non sono soltanto a Corte, ma in ogni città, in ogni villa.
– Allora anche contro di voi frati, che avete conventi e terre dovunque sono case e cam­pagne!
– Anche contro di noi: anzi prima che contro d’ogni altro! ma col vangelo in mano e colla croce. Allora verrei. Così è troppo poco. Se io fossi Garibaldi, non mi troverei a quest’ora, quasi ancora con voi soli.
– Ma le squadre?
– E chi vi dice che non aspettino qualche cosa di più?
Non seppi più che rispondere e mi alzai. Egli mi abbracciò, mi volle ba­ciare, e te­nen­domi strette le mani, mi disse che non ridessi, che mi raccoman­dava a Dio, e che do­mani mattina dirà la messa per me. Mi sentiva una gran passione nel cuore, e avrei vo­luto restare ancora con lui. Ma egli si mosse, salì il colle si volse ancora a guardarmi di lassù, poi disparve.
Nel corso del combattimento è ferito ad un braccio anche il figlio di Garibaldi, Menotti, che reggeva il Tricolore; fu costretto a passarlo ad un compa­gno, uc­ciso poi da un soldato napoletano, un certo Angelo De Vito, il quale s’im­pa­dronì del cimelio e lo portò quale trofeo a Palermo.
Dopo una giornata di duri combattimenti, il settantenne generale Francesco Landi, con quattromila soldati e l’artiglieria, senza aver subito gravi perdite, ordinava la ritirata, davanti a mille uo­mini male armati e quasi privi di munizioni, lasciando li­bera ai Garibaldini la strada per Palermo (per questo comportamento è accusato di tradimento e di essersi venduto a Garibaldi per 14.000 ducati).
Questa sanguinosa battaglia segnò il destino della Sicilia; i picciotti, che non si erano ancora apertamente schierati con i nuovi arrivati perché incerti sull’esito della contesa, visto che l’Esercito Borbonico si ritirava, incomincia­rono ad ingros­sare le file dei Garibaldini.
Sulla vetta del colle denominato Pianto dè Romani, in memoria della sconfitta in­flitta dagli Egestani al console Appio Claudio nel 262 avanti Cristo, sorge il monumento-os­sario con l’elenco dei 120 Garibaldini caduti in battaglia.
Il Cappellano militare del 9° Cacciatori dell’Eser­cito Borbonico, Giuseppe Buttà, nella sua opera, riferì che il peso della battaglia gravò solo su 500 unità delle quattro compagnie comandate dal Maggiore Sforza, mentre il re­sto della truppa, circa 3.000 soldati, si trovavano a poca distanza, agli ordini del generale Landi. In una prima fase il combatti­mento fu favorevole ai soldati borbonici, i quali sbandarono le file dei Garibaldini e li misero in fuga. Il generale Landi, che osservava lo scontro, invece di mandare in campo forze fresche e dare una svolta decisiva alla bat­taglia, ordinò la ritirata e cominciò a retrocedere verso Alcamo senza av­vertire il maggiore Sforza, impegnato nell’inseguire le camicie rosse. Lo Sforza, accortosi che le munizioni stavano per terminare, vistosi abbandonato, incominciò a ripie­gare.
I Garibaldini, vedendo l’inatteso comportamento del nemico, si riorganiz­zarono e, aiutati dalle squadre siciliane, presero ad inseguire ed attaccare la retroguardia dell’E­sercito Regio; da quel momento le cose cambiarono totalmente a favore di Garibaldi. Questi riuscì a vincere proprio nel momento in cui stava per essere sconfitto. Casi del ge­nere si ripeteranno in altre circostanze: da una probabile vittoria dell’Esercito Borbonico nasce una sicura sconfitta!
L’avvenimento descritto da un testimone oculare. Da “I Mille” di G. Bandi:  Pochi minuti prima di mezzogiorno, i soldati regi, giunti in tre colonne sulle colline più basse, dinanzi alla nostra, cominciarono a manovrare, spie­gandosi e rispiegandosi, come se fossero sulla piazza d’arme e come se ten­tassero di impaurire con una artifi­ziosa mostra di forza e di disciplina le turbe degli – scomunicati ladroni – cui non doveva sembrar vero il fuggirsene senza pagar lo scotto. Garibaldi, seduto sempre sul suo greppo, guardava tranquillamente quello spetta­colo, esclamando di tratto in tratto:- Per Dio! Come manovrano bene! Son belle truppe dav­vero!  Poi cominciarono a suonar le trombe dell’8° battaglione dei Cacciatori.
Il Generale stette un pezzo a sentir quella musica, fumando sempre il suo sigaro; e quando la musica tacque, si volse a noi e disse: – Hanno buone trombe davvero! Facciamo che sentano un po’ la nostra. E soggiunse, vol­gendosi: – Dov’è la mia tromba? – Son qui, – rispose il trombettiere Tironi, (Giuseppe Tironi era nato a Rotondi, un paesino della Valle Caudina – Avellino – nello stesso paese era nato un altro trombettiere Garibaldino, Pasquale Mainolfi, che si distinse alla Breccia di Porta Pia) che sedeva, pochi passi indietro, sull’erba. E Garibaldi a lui: – fate sentire a quella gente la mia sveglia.
Ci guardammo in faccia meravigliati, e credemmo che il generale burlasse; ma egli non faceva segno di ridere, e il trombettiere intonò con chiara e so­nante voce la stessa sve­glia, che nelle prime ore di quella mattina gli aveva procurato tanta lode e una bella mo­neta da cinque lire.
In quel momento, guardando col binocolo i Cacciatori nemici che comin­ciavano a spie­garsi a mo’ di ventaglio, notammo che si fermarono all’im­provviso, stupiti di quella singolare cantilena della nostra tromba, tutta dol­cezza e serenità. La solennità dell’ora, il silenzio profondo della valle e la novità di quel suono debbono aver fatto credere ai Na­poletani, che qualche Fata si pigliasse giuoco dei fatti loro, o che noi togliessimo a can­zonarli, ri­spondendo colle soavi modulazioni dell’idillio alle provocatrici note delle squille guerriere.
Scultura con i Trombettieri
Dopo che il trombettiere ebbe ripetuta la sua cantilena, Garibaldi gli fé cenno che ta­cesse, e disse a noi che gli eravamo accanto:
– Adesso pensiamo a dar due buone bastonate a quei signori.
Il cielo era sereno e tranquillo, e non si udiva per tutta la vallata lo stor­mire di una fo­glia.
I volontari erano distesi sull’erba, guardando il nemico. Avevo in quel momento accant’a me due bersaglieri, tre o quattro passi indietro avevo Nino Marchese.
– Nino, – gli dissi – tra qualche minuto sentirai fischiar le palle. Sta’ fermo e guarda me; e quando vendrai ch’io salto giù, seguimi senza paura e non fermarti sinché io no mi fermi.
Nino sorrise, e alzò il cane della carabina. A quel rumore, il Generale volse il capo, ed esclamò:
– Nessuno faccia fuoco senza mio ordine! Tirare da lontano è segno di paura.
In quel mentre le trombe Napoletane suonarono avanti, e udimmo le voci dei capi-qua­driglie ripetere i comandi. Poi, dopo alcuni istanti, udimmo uno strano coro d’im­perti­nenze, che què bravi Cacciatori ci regalavano per anti­pasto, mentre venivano in­nanzi gobbi gobbi, come se andassero a caccia alle quaglie. Gridavano quei poveri sol­datelli: Mo venimme, mo venimme, strac­cioni, carognoni, malandrini. Un altro squillo di tromba, e le palle comincia­rono a fischiare sulle nostre teste...

D- Per concludere credo sia opportuno fare una sintesi: la massoneria, soprattutto quella inglese, decretò il successo della spedizione dei mille, fornendo denaro per corrompere i comandanti militari borbonici e anche i maggiori politici napoletani. Dunque, il merito di Garibaldi viene ampiamente e, giustamente, ridimensionato. Il Regno delle Due Sicilie, per quanto inetto fosse il suo re, era pur sempre una realtà non dissimile dal Regno di Piemonte, che, nel cosiddetto risorgimento, non si interessò di sollevare gli italiani (e del resto nemmeno loro presero la cosa a cuore), ma di annettere nuovi territori. Insomma, fu una guerra di conquista e non di liberazione. E ciò è tanto più vero ove si consideri quanto avvenne dopo l’annessione del Regno delle Due Sicilie, considerato una vera e propria colonia, con un marcato impegno a depredarla e a trattare i suoi abitanti alla stregua di selvaggi incivilizzabili. Ci fu indubbiamente un tentativo di restaurazione della precedente monarchia, ma furono anche la fame e le promesse disattese ad accendere quel fenomeno che troppo sbrigativamente, e per celarne la natura, fu chiamato “brigantaggio”. Una guerra per bande, sanguinosa e feroce, che costò ai meridionali un numero imprecisato di vittime, ma che alcune fonti fanno ascendere a più di centomila, se non addirittura duecentomila. Si venne a determinare così una generale sfiducia verso lo stato che diede inizio a quel fenomeno, tuttora in essere, denominato più genericamente “La questione meridionale”.
Concordi e hai qualcosa da aggiungere?
R- Concordo pienamente la tua disamine. L’argomento Unità d’Italia non è facile da trattare. Di luoghi comuni ce ne sono tanti ma se approfonditi riemergono dei particolari che forse per la coscienza umana è meglio ignorarli. La politica di oggi e quella di ieri si differenzia di poco. Il più forte comanda e segna i confini di sua convenienza.
Di tutto il Risorgimento italiano vi sono personaggi che vanno messi sugli altari della gloria ed altri che sono stati delle meteore che hanno seminato solo morte e miseria.
Garibaldi l’idealista, l’eroe del tempo, la star europea, l’uomo che entusiasmava i giovani, li faceva sognare, fu utilizzato e spremuto come un limone e poi messo da parte e confinato nel suo eremo di Caprera, a volte sorvegliato a vista dalla flotta Piemontese.
Cavour intelligente e cinico, vero uomo di stato senza scrupoli e senza anima, Mazzini il filosofo, l’educatore ma con mancanza si senso pratico. Vittorio Emanuele l’uomo di facciata, lontano dai meridionali anzi li disprezzava. Francesco II, troppo ingenuo e “fesso” per il suo ruolo, anche se onesto. Il Generale Cialdini l’uomo che ha sulla coscienza migliaia di vittime e soprusi. Così Pietro Zuzolo e Ciccillo Esposito videro i maggiori protagonisti del tempo.
Dispiace fermarsi, perché l’argomento merita di essere ulteriormente trattato, ma bisogna pur arrivare al termine onde non stancare i lettori, che, d’altra parte, qualora fossero intenzionati ad approfondire o a saperne di più, potranno trovare ampia soddisfazione in questo tuo libro.
Quindi mi accommiato, con l’augurio di successo per L’altra faccia dell’Unità d’Italia, opera senz’altro meritevole di attenzione.

Quelle espresse in questo articolo sono le opinioni dell’autore, che non corrispondono necessariamente a quelle de "Lo Schiaffo 321". Immagini tratte dalla rete. Fonte: liberolibro.it