Intorno alle 22 di ieri sera una squadra di tecnici del dipartimento Arpac di Benevento è giunta di iniziativa in località Campo Sportivo a Forchia (Benevento) in seguito a un incendio divampato in prima serata al locale metanodotto. Sul posto erano presenti Carabinieri,Vigili del fuoco, tecnici Snam. Al momento dell’arrivo dei tecnici Arpac, l’incendio era già estinto. Il vento appariva orientato prevalentemente verso la strada statale Appia. Nonostante l’evento sia apparso di entità contenuta grazie al tempestivo intervento delle forze in campo, i tecnici Arpac hanno proceduto comunque a installare tre postazioni, ciascuna con cinque campionatori passivi per la determinazione delle concentrazioni in aria di biossido di azoto, ozono, acido cloridrico, ammonia, benzene, toluene, etilbenzene, xilene, rispettivamente alle spalle della scuola primaria Iadanza, inoltre presso il rione Monsignor Ilario Roatta, infine a pochi metri dal sito dell’incendio in direzione delle abitazioni più vicine. I risultati dei campionamenti verranno diffusi non appena disponibili.
Fatti e misfatti nell'era delle pandeminchie. Piccola carrellata di assurdità vissute come nuova normalità alla quale il genere umano si sta abituando docilmente e senza troppo rumore. (Silver Nervuti)
Torna la calma a Forchia dopo l'esplosione della condotta del metanodotto in via Miscuni, a due passi dall'Appia, nell’area industriale della cittadina Caudina. Non si registrano feriti, né danneggiamenti di rilievo. La deflagrazione è stata sentita in tutta l'area e le fiamme, visibili addirittura da Ariano Irpino e Benevento, hanno raggiunto un'altezza di oltre duecento metri, stando ai rilievi dei tecnici presenti sul posto. L'incendio è stato domato dai Vigili del fuoco del Distaccamento di Bonea dopo poche ore dalla tremenda fiammata che colorato d'arancio il cielo sopra la Nuova Caudium.
Il Comune di Forchia ha immediatamente lanciato un allarme ufficiale comunicando nel contempo che, al momento, non si registrano danni alle persone e che anche quelli che vivono più vicini alla condotta sono stati messi in sicurezza. Sono intervenuti celermente i tecnici della Società Nazionale Metanodotti, per interrompere la fuoriuscita di gas della condotta, riuscendo a limitare i danni, a quanto pare. Mobilitati i Carabinieri delle vicine Stazioni per bloccare l’afflusso di curiosi vicino al luogo dell’incendio.
L'esplosione alla cabina di gas metano ha provocato disagi anche nelle zone limitrofe. A Santa Maria a Vico, nella provincia di Caserta, a causa dell'incidente è stata sospesa l'erogazione del gas, come ha reso noto l'amministrazione comunale. Per precauzione stamani tutte le scuole ad Arpaia, Forchia ed Arienzo non apriranno i battenti. Da segnalare la presenza sul posto degli amministratori di Forchia ed Arpaia, accompagnati dal Senatore Mimmo Matera di Fratelli d'Italia.
Nelle prossime ore si dovrebbe capire la dinamica dei fatti, ma al momento resta solo un grande spavento per le cittadine ed i cittadini che hanno vissuto momenti di puro terrore.
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Il fantasma di Maria d'Avalos continuerà a far parlare di sé per sempre. La storia si svolge a Napoli e rientra tra le tristi leggende legate alle storie d'amore finite male. Poco più di un mese fa, precisamente il 17 ottobre scorso, in piena notte di un lunedì qualsiasi, un gruppo di studentesse universitarie Partenopee, tra cui un paio originarie della Valle Caudina, hanno sentito le urla strazianti di una giovane donna in lacrime a due passi da Palazzo San Severo in piazza San Domenico Maggiore.
L'episodio sarebbe passato in sordina, vista la casualità e la miriade di urla notturne, tutte diverse per intensità e origine. Invece, oltre alle urla che invocavano aiuto e vendetta, una delle ragazze giura di aver visto un fantasma di donna cosparsa di ferite da arma da taglio, sanguinante con una testa in mano. In questi casi la soggezione gioca un ruolo di rilievo, ma la splendidaPrincipessa di Montesarchio, probabilmente, non troverà mai pace.
'A PRINCIPESSA DI MONTESARCHIO
Questa è la storia di un femminicidio: efferato, spietato, crudele. Niente di diverso, invero, da quelli a cui ci hanno abituato le cronache del nostro tempo, se non fosse per il fatto che il delitto avvenne nel 1590. Era una nobildonna, appena ventottenne quando fu uccisa. Il marito-assassino era un musicista, o meglio, un “madrigalista”, il più famoso di quel secolo e dei secoli a venire. Questa, dunque, è la storia di Maria d’Avalos e Carlo Gesualdo, tratta da "Cultura al Femminile".
Maria d’Avalos era nata a Napoli nel 1562. Era figlia di Carlo d’ Avalos, principe di Montesarchio, e di Sveva Gesualdo, principessa di Venosa. Apparteneva, dunque, a una delle più prestigiose famiglie della nobiltà napoletana. Un avo di Maria, Ferrante d’Avalos, aveva sposato la famosa poetessa Vittoria Colonna. Il padre Carlo aveva avuto come padrino di battesimo l’imperatore Carlo V.
A tredici anni, Maria fu data in sposa al principe Federico Carafa, da cui ebbe due figli: Ferdinando, morto in età infantile, e Beatrice, che si spense all’età di dodici anni, nella prima notte di nozze, per il prematuro congiungimento carnale: “le si ruppe una vena nel petto”. Rimasta vedova, nel 1581, sposò in seconde nozze Alfonso Gioieni, figlio maggiore di una nobile famiglia siciliana. Lui mori nel 1585.
Maria D’Avalos, a quel punto, andò a vivere sull’isola di Ischia, dove vi rimase fino a quando la famiglia non le trovò un altro marito. La scelta cadde sul principe Carlo Gesualdo di Venosa, un nobile che aveva parenti potenti come San Carlo Borromeo e il papa Pio IV. I due si sposarono il 28 aprile del 1586. Lui era più giovane di lei di quattro anni ed era anche suo cugino di primo grado perché la madre di Maria era sorella di Fabrizio Gesualdo, il padre di Carlo. Per sposarsi dovettero avere una dispensa papale dall’allora Papa Sisto V.
Papa Sisto V
Torquato Tasso, che aveva conosciuto Carlo Gesualdo a Napoli durante uno dei tanti incontri tra poeti, suonatori e cantori dell’epoca, celebrò la loro unione con un sonetto. Carlo Gesualdo sposò Maria perché “avendo avuto due mariti in precedenza, aveva dato sufficienti segni di fertilità”. Lei non ebbe voce in capitolo in quella scelta, ma certamente il “signore di Venosa” non le era indifferente perché aveva il fascino dell’artista e faceva molta presa su una ragazza che, seppur vedova due volte, ancora sognava l’amore. I primi anni di matrimonio, infatti, furono felici.
Maria e Carlo andarono a vivere in un palazzo di fronte alla chiesa di S. Domenico Maggiore, lo stesso edificio che in seguito divenne di proprietà della nobile famiglia di Sangro e fu abitato da Raimondo di Sangro Principe di Sansevero, famoso studioso e alchimista del ‘700. Oggi è conosciuto come Palazzo di Sangro (o Palazzo Sansevero).
La “fecondità” della sposa, così importante per Carlo, non fu smentita e, l’anno dopo il matrimonio, nacque Emanuele. La serenità coniugale, però, durò ben poco perché Carlo era spesso assente, sempre più assorbito dalla composizione dei suoi madrigali, a cui si dedicava in maniera quasi ossessiva. Maria aveva meno di trent’anni anni e, a Napoli, era famosa per la sua straordinaria bellezza. Attirava il desiderio di molti uomini, tra cui Giulio Gesualdo, zio del marito, che si dichiarò alla giovane donna ottenendone un netto rifiuto. Fu un ricevimento danzante a cambiare la vita della giovane donna.
In quell’occasione, Maria conobbe Fabrizio Carafa d’Andria, un uomo “bello come Adone” (era denominato “l’Arcangelo”). Lui era sposato con Maria Carafa ed aveva quattro figli. I due si innamorarono e divennero amanti, sempre più imprudenti, nonostante ricorressero a ingegnosi stratagemmi per non farsi scoprire.
Gesualdo venne informato della “tresca” proprio da quello zio Giulio che aveva tentato invano di cornificarlo. Decise, così, di tendere una trappola ai due amanti. Finse di allontanarsi dalla città, con la scusa di una battuta di caccia agli Astroni. Maria, in un primo momento, ebbe qualche sospetto, ma il desiderio di vedere il suo Fabrizio era superiore alla prudenza. Invitò l’amante a casa sua, avendo solo cura di mettere una cameriera a guardia della stanza da letto, che però, presa dalla stanchezza, nel cuore della notte si addormentò. Carlo rientrò durante la notte, con i suoi accoliti, e massacrò a colpi di archibugio e coltellate la moglie ed il suo amante (decapitato).
Non contento dello scempio compiuto, fece collocare i corpi insanguinati e nudi dei due amanti sulle scale del Palazzo di Sangro, affinché il popolo potesse vedere le conseguenze dell’offesa portata al principe. Era la notte del 16 Ottobre 1590. Fu quella la notte in cui ebbe inizio la leggenda.
La Leggenda di Maria D’Avalos
Pare che il corpo di Maria sia stato violato anche dopo la morte: esposto nella Chiesa di San Domenico Maggiore, prima di essere sepolto insieme a quello dell’amante in un’arca monumentale, un monaco domenicano ne abusò senza ritegno, aggiungendo scempio allo scempio. Pare anche che, da allora, nelle notti buie, il fantasma della povera donna si aggiri nei pressi del Palazzo di Sansevero, continuando a piangere ed urlare senza pace.
“Piangete o Grazie, e voi piangete Amori,
feri trofei di morte, e fere spoglie
di bella coppia cui n’invidia e toglie,
e negre pompe e tenebrosi orrori.
…………
Piangi Napoli mesta in bruno ammanto,
di beltà di virtù l’oscuro occaso
e in lutto l’armonia rivolga il canto…”
(dal sonetto “In morte dei due nobilissimi amanti” di Torquato Tasso, nella foto sotto)
Curiosità
Torquato Tasso scrisse ben quattro sonetti per celebrare la morte di Maria e Fabrizio, nonostante l’amicizia di vecchia data con Carlo Gesualdo. Quest’ultimo aveva anche musicato vari testi del Tasso, tra cui il primo Libro dei Madrigali. Carlo Gesualdo non gli perdonò mai questo affronto.
Carlo Gesualdo subì un processo in cui fu assolto, per ordine del Viceré, “stante la notorietà della causa giusta”! La colpa di Maria d’Avalos appariva, per il diritto del tempo, indubbia: suo marito, godendo della facoltà di farlo, aveva agito al fine di vendicare il suo onore e quello della sua famiglia. Forse è superfluo, ma non inutile, sottolineare che il “delitto d’onore” è rimasto nelle nostre leggi fino agli anni Ottanta del Novecento. L’assassino si ritirò nel suo Feudo di Gesualdo, in Irpinia. Si risposò con Eleonora d’Este e riprese la sua attività di madrigalista.
Impunito e mai pentito (pare*) per il delitto commesso, Carlo Gesualdo visse una stagione di proficua attività creativa in un’atmosfera d’avanguardia, qual era quella di Ferrara, sede della corte d’Este, partecipando anche ai meravigliosi concerti tenuti dalle Dame di Ferrara, in quei convivi a cui solo “gli eletti” potevano partecipare. Di Maria d’Avalos, quella moglie massacrata, umiliata e violata, ne conservava il ricordo? Come aveva potuto il suo animo d’artista, per antonomasia sensibile e raffinato, cancellare l’immagine, l’ardore, lo sguardo e le emozioni di colei che aveva stretto tra le braccia in tante notti d’amore? I sentimenti di Carlo Gesualdo, contrariamente ai suoi madrigali, non ci sono pervenuti…
Sappiamo che la sua seconda moglie, Eleonora, fu infelice a causa dei maltrattamenti e dell’avarizia di quel marito ombroso e collerico che la tenne praticamente prigioniera. Sappiamo, inoltre, che lui morì, in preda alla follia, “assalito ed offeso da una gran moltitudine di demoni”, dedicandosi a pratiche masochiste per espiare le sue colpe. E la bella e sfortunata Maria d’Avalois?
A distanza di quattrocento anni dalla sua morte, Maria d’Avalos torna a far parlare di sé attraverso un ulteriore mistero. Negli anni ‘90 l’Università di Pisa ricevette l’incarico di scoperchiare le tombe in cui riposavano gli scheletri dei due amanti. Vi erano dei resti mortali: si identificò quello di Fabrizio Carafa, ma di Maria d’Avalos non vi era traccia. I Napoletani ne sono convinti: Maria d’Avalos è ancora lì, nella strada prospiciente il Palazzo Sansevero e, se volete vederla- e sentirla- non vi resta che andare in Via San Domenico Maggiore, attendere il buio della notte e aspettare che arrivi…
Chi è riuscito a vederla dice che è ancora una Donna bellissima!
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immagini tratte dalla rete
*Nel 1609 Carlo Gesualdo, mosso da forti sensi di colpa per quell’orrore commesso, commissionò al pittore Giovanni Balducci una tela, Il Perdono di Carlo Gesualdo. La tela, conosciuta anche con il nome di La Pala del Perdono, cela tutti segni del suo pentimento. Il dipinto è conservato nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie, a Gesualdo Avellino.
Il capitalismo rimane sempre quella roba lì che tutto mercifica in funzione del profitto, e del potere, che aumenta in relazione al primo. Mercificazione che rende strumentale i rapporti umani al punto di capovolgerli di senso.
Per cui, diventa sempre più complicato distinguere la sincerità dall’inganno, visto che tutto è inquinato dall’etica del profitto. Ma oggi la relazione capitalismo-profitto, nei mercati più “evoluti”, passa sempre meno per la vendita del prodotto in sé, che deve conquistarsi la domanda attraverso la “bontà” declamata. Il capitalismo odierno ha bisogno di conquistare il cuore e la mente dei consumatori, ha bisogno di imporre il suo “punto di vista”.
Un punto di vista capace sì di predisporre all’acquisto della merce proposta, ma che introduca nella testa del consumatore l’idea che quella sia la cosa “giusta” da fare. Il cosiddetto capitalismo della sorveglianza è tutto qua: pilotarci al punto da farci credere di essere noi i timonieri.
Che si tratti di manipolare le coscienze, per renderle compatibili alle nuove esigenze di mercato, ce lo spiega bene Boni Castellane oggi, nel suo articolo “Nel nuovo capitalismo l’industria vende dottrine, non prodotti”, dove lo spunto è offerto dai licenziamenti decisi da Musk per Twitter. In Twitter lavoravano schiere di dipendenti il cui compito principale era quello di misurare e selezionare i contenuti degli utenti, valutandone la cifra di “woke” contenuta in essi. “Lavorare” in Twitter consisteva, dice il nostro Castellane, nel vagliare e censurare ciò che gli utenti scrivevano e questo ben oltre la naturale funzione di moderazione e di limitazione per i trasgressori delle regole. Esclusivamente i contenuti in linea con i capisaldi della cultura “woke” potevano contare non solo sull’impunità ma sul più convinto sostegno.
Castellane conclude il suo articolo affermando che nella società della fine del lavoro il compito principale dei marchi mondiali di vertice non è quello di vendere prodotti: i social non producono niente, al massimo fanno pubblicità, le case di moda non vendono a un vasto pubblico, e ciò perché l’unica cosa che conta davvero è il messaggio politico, l’indottrinamento culturale, la definizione di bene e di male, gli stili di vita suggeriti.
Ciò che si vende è essenzialmente messaggio culturale, perché la mente del consumatore deve essere plasmata, quella è la vera finalità dei mercati più avanzati, i quali servono per mostrare come bisogna vivere, cosa pensare, quali limiti oltrepassare, in che modo e in che momento. A quel punto vendere un prodotto è l’ultimo dei problemi. Bravo Castellane!
D’altronde come non rendersi conto come, per esempio, che nell’attuale campionato mondiale in Qatar l’oggetto non sia il calcio, ma come i calciatori, nonostante gli accordi Fifa-Qatar, riescano a far passare il messaggio che sembra essere diventato la ragione di vita del nuovo capitalismo: la dottrina Lgbt. Tutto il resto è noia.
Quelle espresse in questo articolo sono le opinioni dell’autore, che non corrispondono necessariamente a quelle de "Lo Schiaffo 321". Immagini tratte dalla rete.
La Valle Caudina conquista per il secondo anno consecutivo l'Alta Onorificenza di Bilancio per le imprese tra le più capaci ad ottenere risultati eccellenti anche a livello occupazionale. Sugli scudi nazionali l’Industria Produzione Semilavorati (IPS) di San Martino Valle Caudina, entrata per merito tra le 203 le società italiane premiate durante la terza edizione nazionale del Premio Industria Felix “L’Italia che compete, per performance gestionali, affidabilità finanziaria e talvolta sostenibilità”.
Sergio D’Alessio (ips)
Soddisfatto per il risultato raggiunto dall’azienda e dalla sua squadra l’amministratore dell’Ips, Sergio D’Alessio, che ha evidenziato: «Di questi tempi, molto complessi, non è facile ottenere premi così importanti. La nostra azienda, nonostante il difficile periodo di incertezze, a livello nazionale ed internazionale, è riuscita a centrare il bis. Questo grazie alle ottime intuizioni di tutti i soci e al lavoro, indispensabile, di tutti i nostri collaboratori che ringrazio. Nell’ultimo anno abbiamo fatto nuovi investimenti, non solo in termini economici ma anche in capitale umano tra formazione, e nuove tecnologie, e ne siamo fieri. Il premio Industria Felix ci onora e per noi rappresenta nuovi stimoli per continuare a crescere».
Salvatore annibale (ips)
A Roma per ritirare il premio c'era Salvatore Annibale, responsabile tecnico, che ha voluto ringraziare tutti i colleghi per l’importante successo ottenuto negli ultimi dodici mesi: «Questo è un riconoscimento per il lavoro che tutti noi svolgiamo, quotidianamente, con entusiasmo e stando al passo con i repentini cambiamenti del settore grazie alla costante formazione messa in atto per cogliere le opportunità date dalla nuove direttive in materia».
iii industria felix
Il terzo evento, organizzato dal trimestrale di economia e finanza Industria Felix Magazine, diretto da Michele Montemurro, in supplemento con Il Sole 24 Ore, è stato realizzato in collaborazione con Cerved, Università Luiss Guido Carli, A.C. Industria Felix, con il sostegno di Confindustria, con il patrocinio di Simest, con la media partnership de Il Sole 24 Ore e Askanews, con la partnership istituzionale della Regione Puglia e con lepartnership di Banca Mediolanum, Mediolanum Private Banking, Grant Thornton, Plus innovation e Servizi integrati. Nel corso dell’evento la nostra terra è tornata alla ribalta davanti all'onorevole Gennaro Sangiuliano, ministro della Cultura, all'onorevole Fausta Bergamotto, sottosegretario alle Imprese e al Made in Italy,Vito Grassi, vice presidente Confindustria, Gianna Elisa Berlingerio, direttore Dipartimento Sviluppo economicoRegione Puglia, Fabio Biasini,executive vice president – Corporate salesCerved, Andrea Cincinnati, head of Esg solutions Cerved, Marco Gabbiani, senior manager dell’Investment banking Banca Mediolanum, Roberto H. Tentori e Alessandro Fusellato, presidente e ad Grant Thornton Consultants, Francesco Tilli, responsabile Relazioni istituzionaliSimest, Moira Paragone, amministratore unico Servizi integrati, Giovanni Riefoli, ceo Plus innovation, Gianni Todini, direttore responsabile Askanews e le conclusioni sono state affidate a Cesare Pozzi, docente di EconomiaUniversità Luiss e portavoce del Comitato scientifico Industria Felix. I moderatori erano Maria Soave, giornalista Tg1 ed Angelo Mellone, vice direttore DaytimeRai.
Riflessioni
L'economia Verde in Valle Caudina potrebbe dare la svolta, tanto attesa, anche per bloccare l'emigrazione e rivedere gli assetti amministrativi della Nuova Caudium, proiettata in tal modo verso un futuro competitivo ed innovativo in ambito occupazionale. L'economia viola, invece, stenta a decollare in questo contesto economico a causa dell'evanescenza dell'Unione dei Comuni Caudini, rea di non partecipare allo sviluppo sostenibile, tra le poche opportunità di sviluppo collegate al potenziale culturale di beni e servizi.
«L'economia violarimanda alla presa in considerazione del valore culturale in economia. Indica un'economia capace di adattarsi alla diversità umana nel contesto mondialista e parte dalla dimensione culturale per valorizzare beni e servizi». Queste due tendenze, orizzontale e verticale, si rafforzano a vicenda. L'accrescimento della componente culturale legata ai prodotti è infatti legato alla vivacità culturale dei territori. Tale modello socio-economico è stato presentato e patrocinato in sede UNESCO a Parigi l'11 ottobre 2011.
Industria Felix ha premiato l'azienda Caudina tra le imprese più competitive e affidabili d’Italia. Ricordiamolo.
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Qui di seguito i nomi delle 203 aziende distinte per sede legale che giovedì parteciperanno con i vertici aziendali.
Nota: Nel 1830 Felix Mendelssohn Bartholdy era con il suo mecenate Goethe a Weimar. Quando poi ha intrapreso un viaggio verso sud, oltre al "Viaggio in Italia" di Goethe aveva nel bagaglio anche la sua ballata "La prima notte di Valpurga". Il principe poeta era convinto che la sua ballata dovesse essere musicata come una cantata corale.
Storia di Irlanda: una terribile bellezza.Dall'Indipendenza alla Domenica di sangue
L'Irlanda è un'isola magica sognata da molti, che nei suoi boschi vanno alla ricerca di gnomi e fate. Ma l'Irlanda è anche un luogo oscuro e ricco di storia, diviso da un confine artificiale che separa l'Irlanda del Nord dalla Repubblica d'Irlanda, ma anche i Cattolici dai Protestanti. Divisioni che negli anni hanno causato molta sofferenza. In questo documentario scoprirete la drammatica storia dell'indipendenza irlandese, e dei numerosi tentativi di liberarsi dall'oppressione coloniale degli inglesi, che per secoli hanno schiacciato e soggiogato l'Irlanda e gli irlandesi, considerati da sempre inferiori.
Isostenitori dell’itanglese tendono spesso a contraddirsi. Non è inusuale che nella stessa frase neghino il fenomeno, o lo minimizzino, per poi però anche dire che è un’ottima cosa, bella, moderna, inevitabile, e «comune a tutte le altre lingue». Analizziamo una a una le gemme più tipiche alla fiera dell’anglomania.
12. Il termine inglese è più preciso e/o ha uno spettro semantico più ampio
RISPOSTA: Anche questo non è vero.
La verità è che la tendenza degli anglomani itanglesi è proprio quella di nascondersi dietro a termini realmente vaghi perché spesso usati male, in maniera incompleta e fuori contesto (si pensi al tenerissimo Question Time, che da una ventina d’anni a questa parte ha completamente sostituito «interrogazioni parlamentari»). Un qualsiasi italiano che non abbia una competenza eccezionale in inglese, troverà inevitabilmente un neologismo anglo come qualcosa dai confini semantici molto elastici. Che è esattamente quello che accade, ragione per la quale gli italiani spesso conferiscono significati surreali a parole inglesi, distruggendo due lingue al prezzo di una, ma eccitandosi da sudare le mani. Di esempi ne esistono a decine e sono sintomi di ignoranza e provincialismo puri.
Uno è caregiver (già citato poco fa sul tema della sua improvvisa mutazione comica in cargiver). Secondo molti anglomani, caregiver sarebbe molto più appropriato di «badante» perché più preciso e dunque necessario a spiegarne il concetto ai fini legislativi e contributivi. Lo è nella testa degli italiani, perché anche in inglese – se non specifichi con un aggettivo se si tratta di familyor professional – la parola in questione da sola non specifica proprio nulla. Lo stesso in spagnolo, dove cuidador è accompagnato da profesional o familiar. Il recentissimo waning, circa i vaccini, non aggiunge neanche un millimetro in più dell’equivalente italiano, affievolimento. È usato esclusivamente, per citare l’attore Giorgio Comaschi, «per fare gli sboroni».
«Smart working» poi è delirante. L’anglomane medio si intruglia in disquisizioni secondo le quali, se dici “lavoro da casa”, e magari non è da “casa”, la cosa è imprecisa e non sia mai. “Smart working” invece significherebbe “in/da remoto”, “a distanza”, senza specificare se da casa, dal sottoscala o dal parco, per cui è bellissimo. La domanda che sorge spontanea è dunque: perché allora non dite “lavoro in/da remoto” o “a distanza”? La risposta non te la danno, perché sanno, dentro, che è un comportamento da provincialotto con pretese internescional, che pur di fare il figo, preferisce inventarsi di sana pianta un termine pseudoinglese ridicolo piuttosto che parlare in italiano.
In Italia si è arrivati a questo livello. Per chi ancora non lo sapesse, “smart working” non esiste in inglese, è un’invenzione totale, è itanglese puro, per cui siamo ancora una volta nell’ambito psicologico piuttosto che linguistico. In ogni caso, si noti che questa devozione per la presunta «precisione semantica» è inversamente proporzionale alla dovuta cura verso la chiarezza di comunicazione, giacché milioni di italiani – e non italiani – non capiscono o sono proni a fraintendere lo pseudoinglese.
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Sintomi che possono indicare una scorretta alimentazione
Dott.ssa Cristina Coccia, biologa nutrizionista. Autrice di saggi sulla demografia e la salute della popolazione italiana e di articoli divulgativi per siti web e riviste.
Il24 novembre 1980ilPresidente partigiano arrivò in un'Irpiniaridotta a cumulo di macerie. In quarantuno anni, tra le migliaia di storie emerse dalle rovine di quelle maledette giornate, il sonoroschiaffodelPopolo Irpinoal socialista Sandro Pertini è stato abilmente occultato. Solo graziePeppino ZamberlettidaVarese, padre della moderna Protezione Civile, siamo riusciti a ricostruire quel24 novembre apocalittico, il giorno dopo il tremendo terremoto che spazzò via quasi tremila persone in quei novanta secondi di terrore puro. Per anni tutti negarono. Mentendo soprattutto a loro stessi.
I fischi, gli insulti, le urla di rabbia e qualche sputo tennero a battesimo l'idea di Protezione Civile nazionale.
Il tristemente famoso commissario straordinario dei terremoti in Friuli ed Irpinia nel 2016 venne intervistato da Alessandro Franzi su Linkiesta.it. Il titolone del pezzo non lascia spazio a dubbi: ci vollero i fischi (Irpini) a Pertini per farla nascere
zamberletti tra la gente
Giuseppe Zamberletti, varesino deceduto nel 2019, fu parlamentare della Democrazia Cristiana, commissario del governo in Friuli e in Irpinia, quindi primo ministro con delega alla Protezione civile nel 1982. Nato il 17 dicembre 1933, da una famiglia di ristoratori, fu avviato alla politica dall'intellettuale democristiano Lorenzo Morcelli, direttore de “La Prealpina del lunedì”.
Definito politicamente un "Cavallo di razza", riuscì a dialogare con EnricoBerlinguer davanti alle macerie del Friuli, si scontrò senza remore con CiriacoDe Mita ed il malaffare del terremoto in Irpinia. In ambito internazionale, su incarico diretto di Giulio Andreotti,riuscì a mette in salvo con tre navi della Marina Militare Italiana un migliaio di profughi che fuggirono dai loro paesi per motivi politici o economici a bordo di imbarcazioni, anche di fortuna, note come «carrette del mare» o boat-people vietnamiti. Il Dipartimento della Protezione Civile della Presidenza del Consiglio, tutelato dalla legge del 24 febbraio 1992 numero 225 è un suo successo indelebile, ma fu la vergogna di Pertini, dopo l'inevitabile rabbia Irpina dopo il 23 novembre 1980, a dettar legge nel vero senso della parola.
«La necessità della Protezione Civile permanente fu evidente dopo il terremoto in Friuli. Ma dobbiamo partire da un po’ prima. Entrai in Parlamento nel 1968 e mi fu affidata la legge sulla riorganizzazione dei Vigili del Fuoco. Quel testo prevedeva due cose: la possibilità di far organizzare dai prefetti i volontari in caso di emergenza e la possibilità per il governo di nominare commissari straordinari dopo le catastrofi.
pertini socialista
Sì, ma non era la stessa cosa. Perché quella Legge non organizzava un sistema permanente di Protezione civile. Sul tema dei volontari si consumò anche un problema politico. Arrivavamo dall’esperienza degli ‘angeli del fango’ di Firenze, cinquant’anni fa esatti, e volevamo dare la possibilità ai volontari di iscriversi in un elenco della prefettura anche in ‘tempo di pace’. Ma questa norma scatenò una reazione dura del Pci.
Era Nilde Iotti a seguire l’iter di quella legge in Parlamento. I comunisti pensavano che ci fosse il pericolo di un uso politico di quei volontari. Questo mi rese molto difficile far approvare la legge, finché non togliemmo l’elenco dei prefetti sostituendolo con un censimento delle associazioni attive sul territorio.
41 anni fa
La legge fu approvata nel 1970, poi fui nominato sottosegretario all’Interno, con due deleghe: la Polizia e i Vigili del Fuoco. Ministri erano prima Luigi Gui e poi Francesco Cossiga. Fu sotto Cossiga che venne il terremoto del Friuli.Il futuro Picconatore sassarese e il presidente del Consiglio, Aldo Moro, partirono subito per il Friuli. Io fui nominato commissario. Ma il commissario, mi resi conto una volta giunto sul posto, non aveva un esercito alle sue spalle, l’esercito doveva metterlo insieme sul posto, quando l’emergenza era già iniziata. Un po’ di potere di coordinamento, lo avevo, certo. Ma non avevo i dati e i mezzi a disposizione diretta. Ogni corpo si muoveva autonomamente, disse il Zambo.
Le operazioni in Friuli erano andate bene e, passata l’emergenza, le forze politiche ed il Parlamento avevano archiviato il tema. Ricordo che bisognava bussare a molte porte per parlarne, ma a nessuno importava più farlo. Tutto cadde, finché non arrivò il terremoto dell’Irpinia.
il presidente pertini
Successe qualcosa di più. Il povero presidente Pertini arrivò sul posto il giorno dopo il terremoto – badi bene, il giorno dopo – quando la gente aspettava ancora i Vigili del Fuoco. I cittadini del posto videro arrivare la colonna delle autorità al seguito del presidente e pensavano che si trattasse della colonna d’emergenza per i soccorsi. Pertini fu quindi accolto in un modo terribile. E lui non ci era abituato. Quando il presidente della Repubblica arrivò in Irpinia, il governo non si era ancora riunito per nominare il commissario straordinario, lo avrebbe fatto qualche ora dopo.
zamberletti dorme
Beh, Pertini è stato determinante. Finita l’emergenza Irpinia, Pertini si impuntò con il governo guidato da Giovanni Spadolini per creare una struttura ad hoc. Non senza resistenze politiche. Anzitutto perché molti ministeri, a partire da quello dell’Interno, temevano di perdere potere con un nuovo dipartimento che avrebbe dovuto coordinare diverse forze che erano proprio di loro competenza.
E poi c’erano in ballo gli equilibri fra i partiti. Se Pertini si impuntava perché io entrassi nel governo con quel ruolo di coordinamento, nessuno dei partiti era disponibile a cedere un posto a un nuovo ministro. Sarei stato un ministro in più per la Dc, capisce?
Commento di Pertini sui ritardi nei soccorsi dopo il terremoto in Irpinia. (1980)
La soluzione escogitata fu alla fine questa: per decreto nasceva il dipartimento della protezione civile, io venivo nominato alto commissario ma con il rango di ministro senza portafoglio. Insomma, partecipavo alle riunioni del governo ma senza dirlo troppo in giro (Zamberletti scoppia in una risata, NdA).
pertini gioca a carte
Per la prevenzione, nel nostro paese, manca purtroppo la cultura. Non bastano, per questo, i poteri di intervento quando le catastrofi si avverano. In passato si è più volte provato, per esempio, a introdurre un libretto di condominio che certifichi le caratteristiche di tutte le case, per capire quali sono a rischio e quali no. Ma è sempre stata una battaglia persa, perché questo strumento influirebbe sui valori immobiliari, quindi si preferisce tacere. La storia è sempre la stessa, dopo un terremoto si discute di quello che bisogna fare, ma poi ce ne si dimentica».
mundial 82
Chissà cosa pensò il Presidente più amato dagli Italyani nel 1982, quando nella storica finale dei mondiali di calcio si vide il celebre striscione verde dei tifosi Irpini in trasferta. Lui era in tribuna d'onore, ovviamente, e proprio nel settore opposto del Bernabeu di Madrid spiccava quella delegazione biancoverde al seguito degli Azzurri guidati da Bearzot. Il dramma del terremoto in Irpinia era ancora palpabile e gli anni di piombo erano appena agli sgoccioli. La ricostruzione prese una brutta piega a causa di infiltrazioni camorristiche e della dilagante corruzione della Prima Repubblica. Gli appelli di Pertini contro la speculazione caddero nel nulla e le sue parole, ancora oggi, pesano come macigni. Negò di essere stato contestato dai terremotati, ma lasciamo a voi il giudizio umano.
bufala rossa
Come figura istituzionale, invece, parlano i fatti dal 9 luglio 1978 al 29 giugno 1985. Dal bacio sulla bara del Maresciallo Tito, passando per troppi misteri irrisolti e i tanti lutti tra fiumi di lacrime e lampi di cattiveria. Proverbiale era la sua vanità. Un giornalista, Antonio Ghirelli, riferì uno sferzante giudizio di Saragat, che spiegherebbe il suo arrivo in provincia di Avellino, prima dei soccorsi e degli aiuti, non curante degli inviti alla prudenza degli addetti alla sua sicurezza.
«Sandro è un eroe, soprattutto se c'è la televisione». Adorava gli abiti firmati, le scarpe Gucci, mentre predicava il socialismo e il pauperismo. Un Bertinotti ante litteram o un esempio mitologiko perpetuo per i/le nipot* della resistenza, gli stessi che attribuiscono a luila famosa frase, mai pronunciata: "Quando un governo non fa ciò che vuole il popolo, va cacciato via anche con mazze e pietre".
Sia la Fondazione che l'Associazione Pertini, più volte interpellate negli anni hanno sempre smentito che possa aver detto quella cosa. Chi la usa attribuendola al Presidente, lo fa per strumentalizzare l'opinione pubblica e ingannarla che sia lecito l'uso della violenza antifascista.
con berlinguer, cugino di cossiga
Resta il ricordo stereotipato, impacchettato e distribuito in un'Italia sfascista, succube dei poteri forti, nonché della malavita organizzata coperta dall'alto. L'Italyetta campione del mondo, concesse solo a lui il palcoscenico internazionale, che riuscì a dar lustro ad una figura buona per le canzonette di Toto Cutugno da dare in pasto alle masse. Pseudo eroe artefatto, evanescente e schiavo degli assetti politici di un Pentapartito, a sua volta, succube della logica partorita dalla guerra fredda tra CapitalistiAngloamericani e Comunisti filosovietici.
Mentre Pertini in aereo giocava tranquillo e beato a carte con la Nazionale, in Campania si continuava a sparare a causa della "pericolosa" ricostruzione nelle aree colpite dal doppio sisma (80/81). Il folcloristico partigiano con la pipa spenta, invece, in quelle drammatiche ore era impegnato a criticare aspramente, in primis, i Ministri corsi in Spagna per la vetrina Mundial.
AMARA REALTà
I legittimi festeggiamenti per la vittoria occuparono le prime pagine dei giornali, ma non coprirono lo schifo della cronaca nera, sporca di sangue rosso bolscevico. In strada venne trucidato il vice Questore Antonio Ammaturo, capo della Squadra mobile di Napoli. Il 15 luglio 1982 Ammaturo venne freddato appena uscito dalla propria abitazione per recarsi in Questura con l'auto di servizio guidata dall'agente scelto Pasquale Paola.
ciro cirillo rapito dalle br
Due uomini scesi da una vettura aprirono il fuoco contro l'auto, assassinandone gli occupanti. Gli autori del fatto risultarono appartenere alle Brigate Rosse. Gli antifascisti armati riuscirono anche a fuggire, ma furono arrestati alcuni mesi dopo insieme ad altri complici, implicati nell'incredibile sequestro Cirillo del 27 aprile 1981 e nell'agguato a Raffaele Delcogliano e Aldo Iermano,datato sempre 27 aprile, ma del 1982. Alla fine degli anni Sessanta i kompagni di Pertini, appartenenti ai gruppi di ex partigiani rossi emiliani, custodivano e tenevano in efficienza armi usate durante la resistenza. Da uno di questi depositi alle porte di Reggio Emilia provenivano i due mitra Sten sequestrati dalla polizia durante un' irruzione in un covo brigatista nell'82. Il quadro dei rapporti tra le Br e i vecchi quadri comunisti, profondamente delusi dalle scelte di Togliatti e Pertini, è legato da una lunga e terrificante scia di sangue. Rossa bolscevica.
pipa spenta
Va ricordato, infine, l'iracondo Sandrino che urlò agli operai di Marghera, nel pieno infuriare del terrorismo rosso: «Sono stato un brigatista rosso anch'io» per poi negare che le Brigate fossero Rosse, giudicandoli solo «briganti», per camuffare quel vergognoso filo rosso tra BR e partigiani.
Quasi 3mila morti, 280mila sfollati, interi paesi andati distrutti: il terremoto dell'Irpinia del 1980, con la sua magnitudo di 6,9, portò una devastazione anche morale. Il Presidente nel messaggio a reti unificate disse che il modo migliore di ricordare i morti è quello di pensare ai vivi. Vero, care lettrici e cari lettori?
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