giovedì 21 dicembre 2023

BREVE STORIA DELLE DUE SICILIE - seconda parte | CULTURA

SITUAZIONE SOCIALE ED ECONOMICA DELLE DUE SICILIE

Il Reame aveva praticamente due amministrazioni: quella delle province napoletane che comprendeva tutte le regioni continentali dagli Abruzzi alle Calabrie e quella Siciliana. Nel 1860 la popolazione del Regno delle Due Sicilie era poco più di 9 milioni di abitanti. 

Il Regno in quell’anno poteva sicuramente essere considerato in campo economico al primo posto in Italia ed al terzo in Europa. La moneta circolante nelle Due Sicilie era pari a 443,2 milioni di lire, risultante oltre il doppio di tutte le altre monete circolanti nella penisola italiana. Per fare un paragone si può considerare che il Piemonte possedeva solo 20 milioni di lire. Questo era stato il risultato di previdenti leggi che avevano regolato le importazioni e le esportazioni proprio con lo scopo di favorire la nascita dell’industria, dosando opportunamente i dazi doganali e le misure fiscali. 

Infatti già dal 1818 l’industria tessile (seta, cotone e lana) e quella metalmeccanica erano i due principali settori trainanti dell’economia Duosiciliana, tanto che molti stranieri trovarono conveniente investire nel Regno. La politica industriale era stata insomma lungimirante e coerente, anticipando di un secolo in Italia la formula dell’iniziativa pubblica nell’industria senza peraltro privilegiare le industrie statali che erano sempre in concorrenza con le private. 

Lo sviluppo industriale del Regno delle Due Sicilie, cioè il trasferimento di risorse dal settore agricolo al settore industriale, non avvenne infatti per opera di privati come negli altri Stati (grossi proprietari terrieri, come in Inghilterra, o Banche, come in Germania), ma per diretto intervento dello Stato, che tuttavia venne anche coadiuvato da imprenditori privati con capitali agrari, commerciali, bancari e di paesi esteri.

Per quanto riguarda il territorio continentale, nel 1860 gli addetti alle grandi industrie erano 210.000 in quasi 5.000 opifici e costituivano circa il 7% della popolazione attiva. Il capitale investito nella sola industria si può valutare intorno ai cento milioni di ducati (1 ducato: 4,25 lire dell'epoca) e dava utili che raggiungevano in molti casi il 15 o 20 %, con una media di circa l’8%. 

Il reddito pro-capite era pressoché uguale a quello medio italiano, per un totale complessivo di 275 milioni di ducati all’anno. Per quanto riguarda la vita economica bisogna dire che i prezzi erano estremamente stabili ed il Governo era sempre attento a garantire sia un’attività produttiva redditizia sia paghe adeguate al contesto socioeconomico. 

Rarissime erano le emigrazioni, poiché la disoccupazione era molto limitata. Il settore agricolo, aumentata del 120% la sua produttività negli ultimi 40 anni, dava una eccedenza di risorse alimentari che erano cosìì disponibili sia per la manodopera dell’industria sia per l’aumento della popolazione. A proposito di agricoltura è necessario dire che è una favola quello di un Sud latifondista con i Borbone. I latifondi al Sud si formarono con la venuta dei Piemontesi, che svendettero ai loro collaborazionisti tutte le terre demaniali rapinate ai contadini che ne avevano l’uso civico da centinaia di anni. Il Regno, in quegli anni, aveva dunque una forte economia, con una stabile e solida moneta, ma non aveva un forte esercito. 

Armata di Mare

Lo Stato delle Due Sicilie, infatti, non aveva mai avuto mire espansionistiche per cui le cure per l’Armata erano per lo più indirizzate solo al suo mantenimento, con pochissimo addestramento di guerra. Anche perché, a causa delle continue sommosse Carbonare, le forze armate erano state spesso impiegate per l’ordine interno e venivano distolte dal necessario addestramento. Le forze veramente operative e seriamente addestrate erano costituite da tre reggimenti svizzeri, che però proprio nel 1860 furono sciolti. Ottima era invece la flotta navale militare, senza dubbio la prima in Italia e la terza in Europa. La Marina Mercantile Duosiciliana, la seconda in Europa con oltre 9.800 bastimenti, aveva avuto un forte sviluppo perché aveva dovuto soddisfare le crescenti esigenze dei trasporti commerciali, che dai registri doganali dell’epoca erano valutati per circa 500.000.000 di ducati tra import ed export. 

Nel Regno esistevano allora circa quaranta cantieri navali di una certa rilevanza. L’amministrazione dello Stato, dopo i malanni apportati dall’occupazione francese (nel periodo dal 1799 al 1815), era in via di evoluzione, ma in sostanza era efficiente e funzionale. La giustizia era proprio Borbonica, cioè era la migliore in assoluto in Italia, ed i suoi codici erano di riferimento per tutta la legislazione della Penisola Italiana e anche d’Europa. In questo quadro è necessario anche illustrare, sia pure brevemente, la situazione delle varie regioni, iniziando con la Calabria, che è veramente un esempio emblematico. Prima dell’unità d’Italia era la più ricca regione della penisola italiana, ora è la più povera d’Europa.

Real Stabilimento di Mongiana

In Calabria l’industrializzazione iniziò con lo sfruttamento delle miniere di ferro e di grafite che vi erano state rinvenute. Per questo fu fondato il Real Stabilimento di Mongiana, dove su un’area coperta di 12.000 metri quadri furono costituiti una fonderia e un grandioso stabilimento siderurgico, potenziato con due altiforni per la ghisa, due forni Wilkinson e sei raffinerie. Accanto vi era anche una fabbrica d’armi su un’area coperta di circa 4.000 metri quadri. La produzione della ghisa e del ferro era di eccellente qualità e da essi si ricavavano trafilati, laminati e acciai da cementazione. Alla fine del Regno la Calabria era, insomma, fortemente industrializzata e negli stabilimenti di Mongiana, di Pazzano, di Fuscaldo, di Cardinale e di Bigonci vi lavoravano circa 2.500 operai, numero veramente notevole per quell’epoca. Altre attività importanti in Calabria, per antica tradizione, oltre alla produzione agricola, erano quelle tessili, in cui primeggiava la produzione della seta, gli arsenali ed i numerosi cantieri navali. I calabresi impiegati nelle industrie importanti erano allora poco più di 31.000. 

Nelle Puglie ed in Basilicata vi erano importantissimi opifici di lana, di cotone e di lino, la cui produzione veniva esportata in tutto il mondo. Vi erano anche centinaia di filande di cui molte motorizzate. Famose anche le fabbriche di presse olearie e di macchine agricole di Foggia e di Bari. Non meno importanti erano le aziende agricole e chimiche, le numerosissime flottiglie per la pesca ed i cantieri navali. A Barletta vi era un’efficientissima salina che riforniva tutta l’Europa. Centro di riferimento, per tutto il Regno, era l’attivissima Borsa di Commercio di Bari. 

Negli Abruzzi e nel Molise era eccellente e notissima la produzione di utensili, di lame di acciaio, rasoi e forbici. Vi erano anche molti opifici tessili e per la produzione della carta. Notevoli, infine, erano gli allevamenti bovini e caprini. La Campania del 1860 era la regione più industrializzata d’Europa, particolarmente l’area napoletana, lungo l’asse Caserta - Salerno. 

Opificio di Pietrarsa

In essa vi erano sia il grandioso Opificio di Pietrarsa dove si producevano motori a vapore, locomotive, carrozze ferroviarie e binari, sia i famosi cantieri navali tra i migliori d’Europa, fabbriche d’armi e di utensileria, aziende chimiche - farmaceutiche e per la produzione della carta, del vetro, concia e pelli, alimentari, ceramiche e materiali per edilizia. Prestigiosa era la produzione della seta di S. Leucio. Numerose anche le fabbriche di strumenti tecnici, orologi, bilance, e insomma tutta una miriade di fabbriche minori, nei più svariati campi di attività, diffuse geograficamente in tutto il territorio. 

In Sicilia, infine, il reddito si basava, oltre che sulla pesca e sui cantieri navali, sull’esportazione di zolfo, olio d’oliva, agrumi, sale marino e vino.  Le principali correnti di traffico erano dirette verso l’Inghilterra (40%), verso gli Stati Uniti (con un terzo della produzione di agrumi) e verso gli altri paesi europei. La Sicilia per questi suoi commerci aveva costantemente un saldo attivo.

Scritto da Antonio Pagano

Quelle espresse in questo articolo sono le opinioni dell’autore, che non corrispondono necessariamente a quelle de "Lo Schiaffo 321". Immagini tratte dalla rete. Fonte: Sociale (Pocobello)

mercoledì 20 dicembre 2023

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VALLE CAUDINA - Airola dice "no ai botti di Natale e Capodanno". Esplode il caso in tutta Caudium? | CAUDIUM

VALLE CAUDINA - Airola dice "no ai botti di Natale e Capodanno". Esplode il caso in tutta Caudium?
La Città di Airola ha vietato, con effetto immediato, l'accensione ed il lancio di tutti i fuochi definiti d'artificio, mortaretti, artifizi pirotecnici e razzi. Tutto il materiale che provoca disturbo o molestia a soggetti deboli e/o animali non è tollerato. 

Il divieto assoluto resterà in piedi sino alle ore 23.59 del 7 Gennaio 2024. è stato ufficializzato ieri dall'amministrazione Airolana per tutelare la sicurezza e la pubblica incolumità della cittadinanza. Almeno sulla carta il divieto è esteso anche ai luoghi privati chiusi o aperti fatto salvo ove vi siano regolari autorizzazioni ai sensi e per gli effetti delle norme vigenti. L’eventuale sanzione in violazione del divieto è da ritenersi doppia qualora l’infrazione avvenga in luoghi affollati e in presenza di bambini e animali. I trasgressori dovranno versare un importo compreso tra 25,00 a 500,00 euro, oltre  al sequestro del materiale pirotecnico utilizzato e illecitamente detenuto.

La scelta è mirata alla difesa degli animali d’affezione che soffrono oltremodo le classiche deflagrazioni che da sempre accompagnano le festività natalizie, ma soprattutto l'attesa mezzanotte dell'ultimo dell'anno. 

La prima vera istanza contro botti e affini porta la firma del Comitato Salute & Ambiente Airola e Valle Caudina. Nell'estate del 2022, in effetti, una richiesta simile cadde nel nulla assoluto. Fecero orecchie da mercante tutti ai Sindaci della Valle Caudina, i Prefetti di Avellino e Benevento, i Vescovi di Benevento e di Cerreto/Sant’Agata de' Goti /Telese. L'adozione di misure idonee a vietare l’utilizzo dei fuochi artificiali durante le ricorrenze religiose e le feste private non venne presa in considerazione. Con questo cambio di rotta la Giunta Falzarano ha spaccato la piazza di Airola in tre blocchi, la frangia animalista Pro divieto, la fazione libertaria del No al Capodanno silenzioso ed i tradizionali "distratti e distaccati".

Il Sindaco Falzarano

La violazione alla prima ordinanza Caudina per un Capodanno silenzioso comporta l’applicazione delle sanzioni amministrative previste dall’articolo 7 bis del Decreto legislativo del 18 agosto 2000, numero 267. Airola è il primo Comune Caudino a cancellare l’usanza di celebrare l’arrivo del nuovo anno con il “botto”. Secondo la Tradizione il chiasso ed i boati forti servivano per spaventare gli spiriti maligni e scacciare via tutte le negatività. 

Intanto, il Fronte Animalista e gli amanti dei festeggiamenti più sobri - si legge su diritto.net -  saranno felici di sapere che, indipendentemente dal fatto che il Sindaco del proprio Comune abbia emesso o meno un’Ordinanza contro i botti della notte del 31 dicembre, sono comunque vietati i botti di Capodanno, in tutta Italia! Con buona pace di chi, non arrendendosi all’evidenza degli anni passati, ancora spera nella tradizione con cui si vorrebbero scacciare spiriti maligni e sfortuna a suon di petardi.

A decretare come vietati i botti di Capodanno è infatti l’articolo 703 del Codice penale che, a proposito di accensioni ed esplosioni pericolose, così recita: ‘Chiunque, senza la licenza dell’Autorità, in un luogo abitato o nelle sue adiacenze, o lungo una pubblica via o in direzione di essa spara armi da fuoco, accende fuochi d’artificio, o lancia razzi, o innalza aerostati con fiamme, o, in genere, fa accensioni o esplosioni pericolose, è punito con l’ammenda fino a [€ 103,00]. Se il fatto è commesso in un luogo ove sia adunanza o concorso di persone, la pena è dell’arresto fino a un mese.’.

Non solo sono vietati i botti di Capodanno quindi, ma il divieto rientra tra le contravvenzioni a tutela dell’ordine pubblico e la tranquillità pubblica previste dal Codice penale con la conseguenza che, oltre ad essere di per sé un reato punibile con l’arresto fino a un mese, non sono escluse né una pena più grave se il fatto dovesse costituire un più grave reato, né l’obbligo risarcitorio in sede civile dei danni conseguenti la condotta proibita.

Riflessioni
Vedremo come saranno organizzati gli ipotetici controlli, ma appare irreale che tale divieto possa essere rispettato. La Valle Caudina potrebbe informare e formare i futuri cittadini con una campagna nelle scuole mirata ad educare le nuove generazioni. Reprimere le vecchie usanze, in un legittimo momento di festa, potrebbe essere un azzardo. Solo dopo i saluti della Befana potremmo tirare le somme sulla delicata questione "Botti sì, botti no", che tra l'altro potrebbe aprire un filone di discussione ed animare le tavolate in famiglia della Nuova Caudium. Il dialogo è la migliore forma di crescita, soprattutto quando le problematiche appaiono irrisolvibili.
Restano da chiarire le posizioni del resto della Valle. 
Pro, contro o indifferenza?

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ITALO SVEVO - Senilità - Capitolo 2 (Audiolibro)

Italo Svevo - Senilità - Capitolo 2

Senilità è il secondo romanzo di Italo Svevo, pubblicato nel 1898. Il protagonista del romanzo è Emilio Brentani, uomo inetto, diviso tra la brama di amore e piacere e il rimpianto per non averli goduti. Nel romanzo Svevo affronta il problema dell'inettitudine, dell'incapacità da parte del protagonista di gestire la propria vita interiore e sentimentale. L'indecisione e l'inerzia con cui Emilio affronta le vicende della sua vita lo portano a chiudersi nei suoi ricordi, in uno stato di vecchiaia spirituale (da cui il titolo "Senilità"). (SNAudiolibri)

martedì 19 dicembre 2023

101 Storie Zen - 14. La strada fangosa. | SAGGEZZA

101 Storie Zen 

14. La strada fangosa.

Una volta Tanzan ed Ekido camminavano insieme per una strada fangosa. Pioveva ancora a dirotto. Dopo una curva, incontrarono una bella ragazza, in chimono e sciarpa di seta, che non poteva attraversare la strada.

«Vieni, ragazza,» disse subito Tanzan. Poi la prese in braccio e la portò oltre le pozzanghere.

Ekido non disse nulla finché quella sera non ebbero raggiunto un tempio dove passare la notte. Allora non poté più trattenersi. «Noi monaci non avviciniamo le donne» disse a Tanzan «e meno che meno quelle giovani e carine. E' pericoloso. Perché l'hai fatto?». «Io quella ragazza l'ho lasciata laggiù» disse Tanzan. «Tu la stai ancora portando con te?»

A cura di Nyogen Senzaki e Paolo Reps

101 Storie Zen

Con il termine zen (禅) ci si riferisce a un insieme di scuole buddhiste giapponesi che derivano per dottrine e lignaggi dalle scuole cinesi del buddhismo Chán a loro volta fondate, secondo la tradizione, dal leggendario monaco indiano Bodhidharma. Per questa ragione talvolta si definisce zen anche la tradizione cinese Chán, ma anche le tradizioni Sòn coreana e Thiền vietnamita. Immagini tratte dalla rete. Fonte: Scienza Sacra

VALLE CAUDINA - PRIMATO PER LA D'ANTONIO: ALLE PROVINCIALI NON SI VOTA NEPPURE LEI, MA... | POLITICA

VALLE CAUDINA - PRIMATO PER LA D'ANTONIO: ALLE PROVINCIALI NON SI VOTA NEPPURE LEI, MA...

Dopo un quarto di secolo la Valle Caudina non sarà rappresentata presso Palazzo Caracciolo, sede della Provincia Irpina e residenza gentilizia dei feudatari di Avellino di ieri e di oggi. I paesi della fascia del Partenio sono stati stati sacrificati dai burattinai Avellinesi con la complicità dei burattini locali. Ripercorriamola di nuovo insieme questa parabola grottesca dell'Agnello sacrificale Caudino.

Le liti Avellinesi tra Patacca e Malopane spaccano i PiDuini che si presentano divisi alle Provinciali. Patacca spinge per una lista di Partito, mentre Malopane mette i suoi uomini in una lista di Centro Destra (e già fa ridere così). 

il Vittorioso

La fazione Pataccara, però, per chiudere la lista Dem dello Schlein, doveva trovare un'ultima figura istituzionale e non si sapeva dove pescare il capitone di Natale, da friggere in olio caldo a fuoco moderato o mettere sott'aceto. A questo punto il fine stratega si ricorda che la Valle Caudina non ha candidati e che come tappabuchi disinteressati, in piena zona Kutuzov, potremmo essere perfetti.

Inizia la lunga maratona delle telefonate politiche, ma Patacca si accorge che qualcuno ha ancora un briciolo di dignità. Riceve solo risposte negative. Eppure, la lista dei PiDuini ci deve essere per forza e il Consigliere Regionale (celebre per essere stato il promotore dei tesseramenti ai morti dei cimiteri, tanto a cuore a Striscia la Notizia) ha un'illuminazione mistica. L'Arcangelo Gabriele gli illumina il cammino. Solo un suo fedelissimo, più volte premiato dalla politica, può salvare la faccia al partito di Bruto. Questa persona è Re Pisano, meglio conosciuto come "Asso Pigliatutto", divenuto famoso grazie alle TV nazionali come l'uomo del Concorsone magico. 

Nessuna Preferenza

Infatti, Il presidente dell'ASI si mette subito a lavoro per trovare l'Agnello sacrificale. L'agnello è il simbolo dell'innocenza, della semplicità e della mitezza, e destinato pertanto al ruolo di vittima sacrificale. Come tale lo ritroviamo nell'Antico e nel Nuovo Testamento; in seguito rappresentò il Cristo, raffigurato come un agnello che porta la croce. 

In questo caso la toppa politica doveva avere delle caratteristiche ben precise: possibilmente Donna, premiata più volte con chiare scelte di cortesia politica, abile canguro tra aree politiche o movimenti, spigliata, intraprendente e soprattutto con un'innata predisposizione alla carriera diretta e indiretta. 

Il Sogno

Le caratteristiche sono chiare e l'Agnello sacrificale si trova subito. Si chiama Annamaria D'antonio, l'assessore alla quasi normalità del Comune di San Martino Valle Caudina. Ovviamente i nominativi da votare sono altri, tanto è vero che da brava soldatessa, di nuova leva, riesce a non votarsi nemmeno lei. A dire il vero non c'è stato un solo Consigliere comunale, dei quattro paesi della fascia del Partenio, a cui gli sia venuto in mente di votare per la Caudina. Questa la dice lunga su come i burattini locali siano peggio dei burattinai Avellinesi. 

L'unica che potrebbe farsi una risatina potrebbe essere la Sindaca di Cervinara, l'avvocato Caterina Lengua, ma anche su questo emergono dubbi. Nei dieci anni in cui ha occupato il posto da Consigliera Provinciale non sembra aver fatto più di tanto per il versante Irpino. Ha intercettato qualche fondo importante, però non l'ha sicuramente inserito in un progetto ad ampio respiro. A questo punto qualcuno potrebbe vedere quest'articolo come un attacco ad una forza politica a noi avversa. Macché, siamo costretti a dirVi: siete fuori strada!

Noi siamo felici per questa parabola grottesca. Conoscendo Re Pisano sappiamo che niente si fa per niente e conoscendo pure l'assessore D'antonio dubitiamo fortemente che la stessa abbia accettato di fare l'Agnellino sacrificale di turno per nulla. Qualcosa dovrà pur arrivare e speriamo che non sia come il piatto povero Veronese, quello fatto solo da frattaglie di anatra, ossia trippe, pelle, grasso, lardo. Preghiamo gli Dei che possa arrivare benessere per tutta la comunità, oltre le etichette e le bandierine di partito. Ricordiamo a tutt* che a breve bisognerà nominare il/la nuovo/a Presidente del Parco del Partenio. 

Penso che sia arrivata l'ora per una figura targata Nuova Caudium. Qualcuno vorrebbe obiettare che già abbiamo un Caudino ai vertici dell'ASI? Beh, in effetti potremo invitare Re Pisano a lasciare quella "corona" che non porta utile alla zona. Tanto ora "Asso Pigliatutto" ha vinto pure il Concorsone. Magnifico Re, molla tutto e portaci il/la Presidente del Parco del Partenio. Tenerci entrambe le cariche? Meglio ancora!

Ecco, io l'assessore D'antonio la vedrei bene come Presidente. In fondo ha iniziato i suoi movimenti politici all'ombra del Mafariello. Perché non continuare tra i sentieri del Parco?

I Caudini non meritano queste figuracce politiche a livello provinciale. Zero autonomia territoriale, zero voti e perenne divisione intestina. Una combinazione che non favorisce lo sviluppo organico per un'area ricca di potenziale. Ora, care e cari esponenti politici locali, rimediate immediatamente a questo disastro delle provinciali e provvedete ad un ruolo di primo ordine per i paesi del Partenio Caudino. Abbiamo tutte le carte in regola per scrivere un futuro degno della bellezza di questa Terra. Noi la amiamo, visceralmente. A Cuor Caudino non si comanda. Il tempo stringe ed in Valle avanza, senza soste, senza se e senza ma, il Regime del Nulla.

Scritto da Giovanni Mauriello

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SKÖLL - Il sogno di Mishima (2016)

Sköll - Il sogno di Mishima

Artista: Sköll

Brano: Il sogno di Mishima

Anno: 2016

Cretini ma presuntuosi, ignoranti ma arroganti | POLITICA

Cretini ma presuntuosi, ignoranti ma arroganti

I cretini sono sempre stati tanti al mondo. Gli ignoranti sono stati anch’essi una forza gigantesca nella storia dell’umanità. Gli arroganti pieni di sé sono stati una forza considerevole seppure non paragonabile alle prime due. 

Il mondo in fondo ha retto sulla separazione delle loro carriere. Ovvero la folla dei cretini e la massa degli ignoranti in fondo non avevano la pretesa di guidare e giudicare il mondo, magari erano consapevoli dei loro limiti, tiravano a campare, non si mostravano arroganti. Il più delle volte avevano l’umiltà di chi non sa o non capisce e ne è in fondo cosciente; non si azzardavano a erigersi a giudici, a trinciare giudizi su tutto ciò che non sapevano o non capivano, o che non era semplicemente alla loro portata e alla loro comprensione.

La novità perversa dei nostri anni è invece che l’ignoranza si è fatta presuntuosa, come la stupidità, e non solo: si compiace di sé, si esibisce, è pure vanitosa. E’ salita in cattedra, sul ponte di comando, emette sentenze. 

La distorsione del cittadino sovrano e del diritto di voto universale, l’avvento della società dei consumi di massa e del regno della quantità che prevale sulla qualità, a ogni livello, unita all’uso recente dei mezzi di comunicazione come i social e gli smartphone, ha permesso la sciagurata fusione delle carriere: nasce così il cretino presuntuoso e l’ignorante-arrogante, a loro volta fusi in una sola persona, col disvalore aggiunto della vanità, della pretesa di celebrità e riconoscibilità. 

L’ignorante e il cretino si sentono in diritto di giudicare il mondo e di pensare e agire come la loro testa, o quel che credono partorito dalla loro testa, decide di dire e di fare. Si illudono di giudicare con la loro testa perché non hanno nemmeno il minimo spirito critico di capire che aderiscono a giudizi prefabbricati e modi, mode e modelli prestampati. Senza sapere nulla di ciò di cui parlano, senza conoscere l’interlocutore se non attraverso un’etichetta, un dettaglio o un pregiudizio, esercitano così la loro supponente idiozia e la caricano pure d’ironia e di sarcasmo perché hanno capito che la ridicolizzazione dell’altro certifica la loro superiorità etnica, etica, intellettiva.

E’ comprensibile che di fronte a questo avvento barbarico di massa, si rimpianga la beata ignoranza o ingenuità della società contadina premoderna, che si accompagnava all’umiltà, a volte perfino alla vergogna, al pudore della propria insipienza e che poteva almeno aspirare a una minima estrema forma di saggezza, che ben espressero in epoche diverse Socrate e Nicola Cusano: so di non sapere e capisco di non capire, aspiro al più alla “dotta ignoranza” e al senso dei propri limiti. E di fronte al baconiano principio “Sapere è potere”, poteva obiettare, abbassando la cresta, che da un verso so di non sapere e dall’altro so di non potere; ossia non tutto è possibile, accessibile e a disposizione della mia volontà.  

José Ortega y Gasset.

Chi intuì quasi un secolo fa questa fatale involuzione della specie in atto nella società di massa, fu un pensatore e sociologo famoso, José Ortega y Gasset. Ne La ribellione della masse del 1930, osservando i regimi totalitari di massa ma soprattutto l’americanizzazione in corso, il filosofo osservò: “l’anima volgare, riconoscendosi volgare, ha l’audacia di affermare il diritto alla volgarità e lo impone dappertutto”. Non è la volgarità il male, trattandosi di un limite inevitabile, diffuso e perenne; ma la pretesa di rendere sovrana la volgarità, le idee volgari, i gusti volgari, con la forza del numero e l’arroganza dell’ideologia che si fa spirito del tempo, forza storica.

Questo tipo umano non ha una definita collocazione politica e ideologica, anzi nasce dal collasso delle categorie ideologiche e politiche. Se vogliamo, si profilò sull’onda del Sessantotto ma diventò presto fenomeno trasversale. A voler essere più analitici potremmo dire che a sinistra è più facile trovare il mix tra arroganza, ignoranza e stupidità, per via della loro pretesa superiorità; mentre a destra l’ignoranza e la stupidità, seppur diffuse, sono ancora sfuse dalla pretesa di interpretare lo spirito del mondo e si arrogano meno il presuntuoso diritto di ritenersi i depositari del vero; parlano a titolo personale e non nel nome della storia. O si affidano ad autorità venute dall’esperienza, dalla tradizione, dal sentire comune, da ciò che si è sempre fatto, detto e ripetuto. 

A volte i due versanti sono uniti da una specie di disprezzo verso il mondo, quel rancore che inverte un originario complesso d’inferiorità in un complesso di superiorità, derivato dalla loro pretesa estraneità a quel contesto. Il canone vigente ha rifornito questa pretesa superiorità e questa tendenza a disprezzare il prossimo di potenti pregiudizi che sono divenuti lessico comune in ordine alle varie, presunte fobie (omofobia, sessuofobia, xenofobia, islamofobia), e all’accusa onnicomprensiva e onnivalente di fascismo.

Ma al di là di questa tendenza, il vero problema è la corsa sempre più veloce della società in cui noi viviamo verso la deculturazione radicale di massa. Attenzione, pericolo caduta masse. Stiamo procedendo con una rapidità impressionante verso una cancellazione radicale dell’habitat di saperi, concezioni, visioni, modelli di comportamento stratificati nel tempo. L’arroganza degli ignoranti si alimenta di questa desertificazione della cultura ma per altri versi la alimenta, la produce. L’irrilevanza del sapere, o quantomeno di porsi domande e conoscere i propri limiti, è alle origini di questa tendenza, su cui torneremo più ampiamente in seguito. 

Quel che si può dire è che di fronte a questa tendenza sono praticamente ininfluenti i governi, siano essi pseudodestrorsi che sinistrorsi. Non incidono, non ne hanno le capacità, forse la volontà e la possibilità di farlo. Scivolano come acqua o liquame sulle superfici lisce o porose della società e non producono cambiamenti, inversioni di rotta, segni di mutazione… 

L’intelligenza è in pericolo di vita e non sai a chi lanciare l’allarme.

Scritto da Marcello Veneziani 

Quelle espresse in questo articolo sono le opinioni dell’autore, che non corrispondono necessariamente a quelle de "Lo Schiaffo 321".

 Immagini tratte dalla rete. Fonte: Arianna Editrice


Dottoressa Eleonora Sellitto: «HPV - infezioni sessualmente trasmesse» | SALUTE

HPV - infezioni sessualmente trasmesse

 L'HPV è la malattia sessualmente trasmessa più comune al mondo e può degenerare in tumore.

Racconti di una psicologa è il canale dove si parla di psicologia, di crescita personale, di coppia, relazioni, sensualità e sessualità tramite messaggi semplici, fruibili da tutti. (Eleonora Sellitto)

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lunedì 18 dicembre 2023

PATRIARKATO! #GOLIARDIA

PATRIARKATO! #GOLIARDIA


 

Gli Esperimenti Nucleari USA sulle Isole Marshall | DOCUMENTARIO

Gli Esperimenti Nucleari USA sulle Isole Marshall
Facciamo una piccola ripassata su ciò che gli USA attuarono su alcuni atolli delle Isole Marshall per progredire nella corsa al nucleare, perennemente in competizione con L'Unione Sovietica. Alcuni di questi luoghi, a distanza di 60 anni, superano bellamente la radioattività di luoghi più conosciuti come Chernobyl e Fukushima. (GSTV)

MISTERO CAUDINO - Nel 1943 scomparvero nel nulla 115 paracadutisti Anglo-americani del 509° battaglione. Uccisi, catturati o dispersi in Valle Caudina? #perle

MISTERO CAUDINO -  Nel 1943 scomparvero nel nulla 115 paracadutisti anglo-americani del 509° battaglione. Uccisi, catturati o dispersi anche in Valle Caudina? 
Dopo alterne vicende, che videro le unità alleate sull'orlo del disastro, a causa dell'accanita resistenza dell'Asse e del rapido afflusso sulla testa di ponte di divisioni di riserva che contrattaccarono decisamente i reparti Anglo-americani fu deciso un aviolancio della 82° div. Airborne a sostegno delle unità di terra fra Salerno e Avellino. 

L'azione di aviolancio fu iniziata alle ore 23.15 del 13 settembre, con il lancio di un grosso reparto di genieri col compito di approntare la prevista zona di lancio e di segnalarla opportunamente; 25 minuti più tardi novanta C47 da trasporto scaraventavano in una ristretta zona pianeggiante 1.300 paracadutisti del 504° Rgt. USA. Il giorno successivo 121 Dakota lanciavano altri 1.900 uomini del 505°, e contemporaneamente 40 aerei bimotori lanciavano alle spalle dei Tedeschi nella zona di Avellino, il 509° Battaglione di fanteria aviotrasportata e una compagnia di pionieri. 
Quest'ultima non ben coordinata non sortì alcun effetto psicologico, soprattutto per l'errore di lancio previsto su altra zona e in buona parte per la insufficiente preparazione dei parà Americani alla loro prima azione di guerra unita ad una scarsa esperienza combattiva. 

Irpinia?
L'intero reparto venne catturato dopo scarsa resistenza ed alle operazioni di rastrellamento parteciparono anche i Paracadutisti del III btg del Cap. Sala che in ripiegamento dalla Calabria erano stati inviati unitamente alla 29° Panzer Grenadier a partecipare alle operazioni di antisbarco nella testa di ponte di Salerno.

L'area maggiormente interessata fu quella dei Monti Picentini, con Montella, Lioni e l'Alta Irpinia invase dall'alto da Paracadutisti nemici. Eppure, secondo gli studi di settore l'area di atterraggio è sarebbe ben più vasta e toccherebbe in pieno la nostra Valle Caudina. Lo speciale di N. N. Prefer apre la strada a nuove interessanti ricerche sulle vicende legate al lento sbarco a valanga del 1943.
Cosa accadde, ottanta anni fa, ai 115 dispersi e come si svolsero davvero i fatti? Quale ruolo giocarono i servizi segreti delle opposte fazioni in campo, in special modo quelli o quelle dislocati in Campania. L'ostilità popolare contro gli invasori Anglo-Americani fu una reazione legittima oppure c'era una rete segreta pronta a difendere le retrovie?
Riportiamo per le lettrici ed i lettori de Lo Schiaffo 321 un articolo molto approfondito tratto da Warfare History Network. Sulla piattaforma storica internazionale si presentano resoconti dettagliati delle battaglie, dei soldati, delle armi e molto altro. Inoltre, i loro articoli sono illustrati con foto storiche, dipinti, disegni e mappe provenienti da musei e collezioni storiche di tutto il mondo. In una mappa in particolare, quella in copertina, spiccano l'Irpinia e la Valle Caudina come impervia e fatale zona di guerra in questa storia misteriosa e quasi dimenticata.

Buona lettura.

IMPRESA DISPERATA AD AVELLINO

Una frettolosa missione per sganciare il 509° battaglione di fanteria paracadutisti su Avellino difesa dai tedeschi durante la battaglia per Salerno lasciò 600 uomini dispersi e bloccati dietro le linee nemiche per due settimane mentre gli Alleati combattevano per un punto d'appoggio sulla terraferma italiana.

La Quinta Armata americana era in difficoltà e lanciare 600 paracadutisti ad Avellino sembrava una valida soluzione per interrompere le comunicazioni della 16a Divisione Panzer. Il comando del tenente generale Marco W. Clark era sbarcato in Italia nella baia di Salerno aspettandosi di trovare poca o nessuna opposizione. Dopotutto, le Forze Armate italiane si erano appena arrese e nel Sud Italia erano attese poche unità militari tedesche. I piani alleati come “Gangway” e “Barracuda” erano previsti come facili sbarchi con una marcia via terra direttamente a Napoli, dove le forze successive sarebbero sbarcate in quel porto a piedi asciutti. Sarà “vino, donne e canto” fino a Roma, ma le cose non andarono come previsto. 

16a Divisione Panzer

All'insaputa degli Alleati, i Nazionalsocialisti avevano pianificato di prendere il controllo delle difese costiere - Plan Asche - dopo la resa italiana. Quando arrivò, i Tedeschi si mossero rapidamente. La forza tedesca assegnata a Salerno era il LXXVI Corpo Panzer con al comando la ricostituita 16a Divisione Panzer. Formata dalla 16a divisione di fanteria nel 1940, questa unità di veterani aveva combattuto sul fronte orientale a Lvov, Taganrog e in altre battaglie prima di essere distrutta a Stalingrado. Ricostruita con sopravvissuti, veterani e reclute, si era addestrata in Francia prima di trasferirsi in Italia dove era stato assegnata alla difesa della zona del Golfo di Salerno. Le sue unità principali erano il 2° Reggimento Panzer, il 64° e il 79° Reggimento Panzergrenadier e il 16° Reggimento di artiglieria Panzer. Il generale maggiore Rodolfo Sieckenius comandava la Divisione al momento della battaglia di Salerno. 

Riccardo L. McCreery

La 16a Divisione Panzer si era appena insediata nelle difese italiane sopra la Baia di Salerno quando arrivò la Quinta Armata americana. Le forze del generale Clark erano costituite dal VI Corpo degli Stati Uniti sotto il maggiore generale Ernesto J. Dawley e dal X Corpo britannico sotto il tenente generale Riccardo L. McCreery. Una divisione americana e due britanniche, rinforzate con battaglioni Ranger e Commandos, costituivano la forza d'assalto. L'attacco iniziò il 9 settembre 1943.

Lo sbarco a Salerno aveva lo scopo di accelerare la conquista dell'Italia Meridionale, già iniziata quando l'Ottava Armata britannica del feldmaresciallo Bernardo L. Montgomery era sbarcata sulla “punta” italiana il 3 settembre 1943. Ma i Tedeschi riuscirono a fermare l'Ottava Armata britannica con demolizioni e imboscate. Uno sbarco dietro le loro linee, a Salerno, avrebbe potuto forzare una ritirata più rapida. La resa delle Forze Armate italiane suscitò anche le speranze degli Alleati in una rapida mossa su Roma.

Baia di Salerno

I Tedeschi contrastarono vigorosamente lo sbarco a Salerno, spingendo i comandanti alleati a ordinare all'82a divisione aviotrasportata (504a PIR e 505a PIR) di intervenire come rinforzo. Elementi del 509° Battaglione di Fanteria Paracadutisti furono lanciati dietro le linee nemiche per interrompere i movimenti e le comunicazioni delle truppe.

Ma fin dai primi sbarchi a Salerno fu chiaro che la 16ª Divisione Panzer non aveva alcuna intenzione di ritirarsi. Le loro difese rimasero salde contro i novizi americani della 36a divisione di fanteria “Texas”, i veterani britannici della 46a divisione di fanteria West Riding e della 56a divisione di fanteria City of London. La battaglia di Salerno divenne presto una lotta feroce e sanguinosa per restare a terra o essere respinti in mare. 

I “texani” del Maggiore Generale F.L. Walker combatterono disperatamente ad Altavilla, dove furono assegnate tre Medaglie d'Onore e il 1° Battaglione, 142° Fanteria, fu ridotto a soli sessanta soldati rimasti. I tedeschi effettuarono anche un pericoloso attacco lungo il corridoio del fiume Sele, minacciando di dividere in due la testa di ponte alleata. Dall'altra parte del fiume, le divisioni West Riding del maggiore generale Hawkesworth e City of London del maggiore generale Lyne erano ugualmente sotto pressione. 

Il generale Enrico von Vietinghoff, comandante della Decima Armata Tedesca, era determinato a gettare gli Alleati in mare o a distruggerli sulle spiagge salernitane. Sapendo che la 16a Divisione Panzer da sola non poteva né mantenere il perimetro della testa di ponte, né contrattaccare con successo, chiamò le sue riserve, tra cui la 15a Divisione Panzergrenadier, la 29a Divisione Panzergrenadier e successivamente la 26a Divisione Panzer.

Invasione d'Italia

Il 13 settembre la situazione della Quinta Armata a Salerno era sempre più disperata. Le ultime riserve, il 36° Reggimento da combattimento del Genio ed il 531° Reggimento del Genio Shore, furono lanciate in battaglia come fanteria. Perfino lo sbarco della maggior parte della 45a divisione di fanteria “Thunderbirds” sotto il maggiore generale Middleton non riuscì a cambiare la situazione. Fu ordinato un ritiro su un'ultima linea di testa di ponte e il generale Clark cercò ulteriore assistenza al di là delle risorse della Quinta Armata. 

L'Ottava Armata britannica del feldmaresciallo Montgomery si era fermata per riorganizzarsi ed era ancora troppo a sud per essere di aiuto. Il generale Clark ed il suo esecutivo avevano già discusso con il contrammiraglio Hewitt i piani preliminari per l'evacuazione delle spiagge americane o britanniche, a seconda degli sviluppi. L'ammiraglio Hewitt obiettò che un'operazione del genere era tecnicamente impossibile. Ha sottolineato che è facile ritirare un mezzo da sbarco dalla spiaggia dopo che è stato svuotato, ma tutta un'altra cosa una volta che è stato completamente carico. 

Nonostante le sue preoccupazioni, l'ammiraglio Hewitt ha incontrato l'Ammiraglio britannico Oliver che ha sollevato le stesse preoccupazioni. Tuttavia, le navi e i mezzi da sbarco furono posti in allerta di mezz'ora per movimento verso il mare al di fuori della portata dell'artiglieria costiera in preparazione all'evacuazione. Successivamente, anche il generale McCreery si oppose all'evacuazione del suo X Corpo Britannico.

Il generale D.D. Eisenhower, il comandante del teatro del Mediterraneo, aveva offerto al generale Clark i due reggimenti di paracadutisti dell'82a divisione aviotrasportata come rinforzo immediato. Altri avrebbero dovuto arrivare via mare, impiegando giorni per arrivare: tempo che la Quinta Armata americana non aveva da perdere. Clark accettò e chiese che i reggimenti venissero sganciati all'interno della testa di ponte il prima possibile. Il calo avverrebbe quella sera stessa, il 13 settembre. 

I paracadutisti dell'82a divisione aviotrasportata raccolgono il loro equipaggiamento e caricano a bordo degli aerei in preparazione al lancio in Italia vicino a Salerno il 13-14 settembre 1943. Le truppe aviotrasportate furono inserite per rafforzare l'invasione della Quinta Armata alleata della terraferma italiana.

Il generale Matteo B. Ridgeway, comandante dell'82a divisione aviotrasportata, si rivolse al colonnello R. H. Tucker, comandante del 504esimo reggimento di fanteria paracadutisti (PIR), per il lancio. In primo luogo, il generale Ridgway si assicurò che non si sarebbe ripetuta la tragedia avvenuta durante l’invasione della Sicilia, dove le navi alleate al largo della testa di ponte avevano scambiato i suoi paracadutisti per nemici e avevano aperto il fuoco sui loro aerei, uccidendo e annegando molti. Una volta assicurato che ogni nave avesse riconosciuto l'imminente lancio in volo, si preparò per l'operazione vera e propria, assegnando una zona di lancio cinque miglia a nord di Agropoli, un'area pianeggiante lunga circa 1.200 iarde e larga 800 iarde tra il mare e l'autostrada costiera. 

Generale Clark

Quindi il 2° Battaglione, 504° (PIR), salì a bordo dei suoi aerei e iniziò il suo volo verso la testa di ponte di Salerno. Quarantuno aerei sganciarono il battaglione alle 1:30 del 14 settembre. Il 1 ° battaglione seguì e alle 3:00 del 14 settembre il colonnello Tucker riferì al quartier generale del VI Corpo che aveva 1.300 soldati disponibili per la difesa della testa di ponte. 

Non tutto è andato liscio per il 504° PIR. Una compagnia è atterrata a otto miglia dalla zona di lancio, a causa della confusione dei piloti e della scarsa navigazione. Da parte tedesca, un tenente Rocholl, al comando di tre veicoli corazzati del reggimento di ricognizione della 16a divisione Panzer, si stava godendo la prima notte di sonno ristoratore dopo molti giorni quando una guardia lo svegliò per segnalare che paracadutisti nemici stavano atterrando nelle vicinanze. Entrò nella notte e vide 50 o 60 paracadutisti alti circa 500 piedi che scendevano con i loro paracadute. Poteva sentire debolmente gli aerei in lontananza. La luminosa notte di luna mostrava ogni dettaglio delle truppe nemiche in discesa. 

Difesa contro Albione

I Tedeschi si precipitarono verso le loro auto blindate e brandirono le canne dei loro cannoni da 20 mm e delle loro mitragliatrici per sparare al nemico in discesa. Hanno sparato finché i paracadutisti non sono stati troppo bassi per continuare senza colpire le forze amiche. La maggior parte degli Americani sbarcò più in alto sulla montagna su cui aveva bivaccato la compagnia del tenente Rocholl. I Tedeschi si mossero immediatamente per una ricognizione della zona, perquisirono le case, ma inizialmente non trovarono soldati nemici. Quando giunsero all'ultima casa, il tenente Rocholl bussò alla porta, trovandola chiusa a chiave. 

Quando non ci fu risposta, due dei suoi uomini sfondarono la porta con un calcio e si abbassarono proprio mentre dall'interno proveniva una raffica di armi automatiche. I Tedeschi risposero con due granate e le proprie armi automatiche. Quando la polvere e il fumo si diradarono, il tenente Rocholl trovò diversi paracadutisti Americani feriti che si arresero. Mentre se ne andava, notò diverse altre figure oscure che correvano più in alto sulla collina ma si rifiutò di inseguirle nell'oscurità. 

Il contrattacco tedesco continuò il 14 settembre, ma gli alti comandanti tedeschi cominciavano a rendersi conto che non potevano competere o superare i grandi vantaggi che gli Alleati avevano nel fuoco navale e nel supporto aereo. In combinazione con il crescente fuoco di artiglieria dalla testa di ponte e un altro lancio di rinforzo da parte del 505 ° PIR del colonnello J. Gavin, il comando tedesco decise presto di ritirarsi da Salerno. Ignari di questo sviluppo gli Alleati temevano ancora che il nemico avrebbe portato più forze contro la testa di ponte e così fu pianificata un'altra operazione aviotrasportata. Questa era destinata ad aiutare il X Corpo, che aveva subito il peso maggiore dei contrattacchi Tedeschi. Un battaglione separato di paracadutisti Americani, il 2° battaglione, 509° PIR, sarebbe stato sganciato ben dietro le linee nemiche per disturbare le comunicazioni Tedesche e ritardare l'arrivo dei rinforzi Nazionalsocialisti.

La strada per Roma è lunga

Le truppe aviotrasportate Statunitensi dell'82a furono utilizzate per assistere l'operazione Avalanche, lo sbarco alleato vicino al porto di Salerno quando l'invasione dell'Italia continentale iniziò il 9 settembre 1943. Il 14 settembre, i membri del 504esimo e 505esimo battaglione di fanteria paracadutisti furono sganciati vicino alla testa di ponte. 

Il 509° PIR fu sganciato dietro le linee nemiche nei pressi di Avellino. Il terreno accidentato e le zone di lancio mancate dispersero i paracadutisti del 509°, portando 115 dei 641 uomini ad essere elencati come uccisi, catturati o dispersi. I membri della "compagnia A" si rifugiarono in una grotta e alla fine riuscirono a danneggiare un ponte con TNT.

45° Uccello del Tuono

Il 2° Battaglione, il 509°, ebbe una storia insolita. Iniziò come un battaglione separato designato come 504esimo battaglione di fanteria paracadutisti. Nel febbraio 1942, fu rinominato 2° Battaglione, 503° PIR, quindi si addestrò a Fort Benning. Nel luglio di quell'anno il battaglione fu improvvisamente spedito all'estero in Scozia, per non tornare mai più al 503esimo PIR, che creò un nuovo secondo battaglione. Mentre era in Scozia il battaglione si addestrò con la 1a Divisione Aviotrasportata Britannica. In questo momento, il battaglione ricevette una nuova designazione, come 2° Battaglione, 509° PIR (Separato). Il resto di quel reggimento non fu mai formato. Successivamente, il 10 dicembre 1943, il battaglione sarebbe diventato il 509° Battaglione di Fanteria Paracadutisti. 

Il battaglione “orfano” si lanciò in Algeria e Tunisia, effettuando i primi tre lanci di combattimento nella storia del Paracadutismo Americano. Il battaglione fu quindi assegnato all'82a divisione Aviotrasportata, ma non fu utilizzato durante l'operazione in Sicilia. Il tenente colonnello D. R. Yardley sopportò duramente di essere ignorato e i suoi soldati erano ansiosi per l'operazione successiva. 

Lungometraggio

Con i due reggimenti paracadutisti dell'82a Divisione Aviotrasportata già in combattimento a Salerno, il piano per distruggere le retrovie nemiche necessitava di un'altra unità aviotrasportata. Ce n'era solo un altro disponibile nel teatro di guerra ed era il 2° Battaglione, 509° Battaglione di fanteria paracadutisti. Il generale Clark aveva chiesto che cadessero la notte del 12 settembre, ma ciò non lasciava tempo sufficiente per la preparazione. Invece, i pianificatori si spostarono alla notte successiva, e il generale Clark, quando gli fu chiesto quale operazione avesse la priorità, se lo sbarco sulla testa di ponte o quello dietro le linee nemiche, designò senza esitazione quest'ultima come operazione prioritaria. 

La zona di rilascio era un incrocio a circa tre miglia a sud-est della città di Avellino. La missione fu descritta come un'incursione di cinque giorni contro i Tedeschi, dopo di che i paracadutisti dovevano ritirarsi nelle linee alleate mediante infiltrazione, a meno che la Quinta Armata non avesse raggiunto la sua zona in quel momento, un evento improbabile data la situazione a Salerno. 

Nonostante il rinvio di un giorno, la fretta ha contraddistinto l’operazione. Non è stato possibile trovare informazioni sull'area o sulle difese tedesche. Le fotografie aeree sono diventate disponibili solo nel pomeriggio prima del lancio. Le mappe disponibili erano in scala 1/50.000, decisamente troppo grandi per essere utilizzate dai leader della compagnia e del plotone. Anche allora mostravano solo Avellino e i suoi immediati dintorni. Poiché il battaglione doveva viaggiare due ore per raggiungere l'aeroporto di partenza, gli ufficiali in comando avevano appena due ore per studiare le mappe e le foto prima del carico. Non c'era tempo per tenere una conferenza dei comandanti prima della partenza.

Gli uomini del Battaglione aspettavano una chiamata a Salerno, credendo che lì si sarebbero uniti al 504° e 505° PIR. Attendevano in Sicilia, dormendo sui paracadute. La chiamata non arrivò per Salerno, ma per un posto chiamato Avellino di cui non sapevano nulla. Fu detto loro che nella zona si sarebbero trovate solo truppe di servizio, anche se era previsto il passaggio di una Divisione Panzer Tedesca entro “pochi giorni”. Agli uomini fu detto che se qualcosa fosse andato storto, avrebbero dovuto dirigersi a sud verso le linee Britanniche. 

Il medico del battaglione, il capitano Carlos “Doc” Alden, ha scritto “Siamo tutti nervosi. Nascondendolo bene. Leggo. Il colonnello dorme. Altri parlano. Siamo pronti per qualunque cosa accada”.

I 600 uomini del battaglione salirono a bordo di 40 aerei in Sicilia e partirono alla volta di Avellino. Errori di navigazione e scarsi risultati radar, insieme al guasto delle lampade Aldis trasportate dai loro esploratori, combinati con un salto ad alta quota a 2.000 piedi per disperdere i paracadutisti fino a 25 miglia dalla zona di lancio. Due aerei carichi semplicemente scomparvero per i due mesi successivi prima di essere localizzati. Solo 15 aerei sono atterrati entro cinque miglia dal bersaglio. 

Il lancio in volo nelle vicinanze di Avellino fu ampiamente disperso e il terreno difficile contribuì alla confusione e al precoce crollo della coesione dell'unità. I parà del 509° Battaglione di Fanteria Paracadutisti trascorsero giorni dietro le linee nemiche combattendo per la propria vita contro le forze Tedesche.

Una volta a terra i paracadutisti si sono accorti di essere atterrati su un terreno accidentato, rendendo impossibile concentrarsi in grandi gruppi. Boschi fitti e vigneti rendevano l'organizzazione ancora più difficile. La maggior parte del loro equipaggiamento pesante, compresi mortai, mitragliatrici e bazooka, andò perduto o irrimediabilmente appeso agli alberi. Di fronte a queste difficoltà inaspettate, i paracadutisti si unirono in piccoli gruppi da cinque a venti uomini e fecero del loro meglio per evitare di essere scoperti mentre organizzavano incursioni su treni di rifornimento, convogli di camion e avamposti isolati. 

Il dottor Alden ha fatto un salto spaventoso. Mentre scendeva, guardò in basso e vide che si stava dirigendo direttamente verso un pozzo. Con tutta la sua attrezzatura, era sicuro di annegare se fosse caduto. Nonostante i suoi migliori sforzi per evitarlo, cadde nel pozzo e si ritrovò nell'acqua fino alla vita. Usando le bretelle del paracadute come una scala, scese e si spostò verso la zona di lancio. Mentre si muoveva, fu colpito dal silenzio. Dato che un Battaglione di Paracadutisti era appena caduto nella zona, era sorprendentemente silenzioso. Non si è sentito uno sparo. Si imbatté in un civile italiano, che lo informò che c'erano circa 250 soldati tedeschi su camion a due o tre miglia lungo la strada verso la zona di lancio. 

Il tenente colonnello Yardley aveva raggiunto la zona di lancio e aveva raccolto quanti più uomini poteva. Con forse 100 soldati, partì verso l'incrocio per compiere la sua missione, o almeno per tagliare le linee di comunicazione tedesche nella zona. Il civile italiano del dottor Alden li guidò per un miglio e poi scomparve. Il tenente colonnello Yardley fermò la sua colonna per decidere cosa fare senza guida. Decidendo che la guida se n'era andata perché spaventata, la colonna avanzò, solo per finire sotto il fuoco di diverse mitragliatrici. I razzi nemici illuminavano la notte. Iniziò un feroce scontro a fuoco. 

I combattimenti continuarono per diversi minuti, ma i Tedeschi presto aggiunsero alla mischia carri armati e cannoni anticarro da 88 mm. Puntando queste armi contro gruppi di paracadutisti, presto costrinsero il gruppo a disperdersi. Il tenente colonnello Yardley fu uno dei feriti gravemente in questa battaglia. Mentre giaceva indifeso sul campo, i soldati tedeschi gli si avvicinarono e lo colpirono con le baionette. Altri lo hanno trascinato in un punto di soccorso. La parte del tenente colonnello Yardley nella campagna d'Italia era terminata. 

Ciò che il tenente colonnello Yardley e i suoi uomini non sapevano era che pochi giorni prima del lancio un intero reggimento della 16a divisione Panzer si era mosso nella zona. Il pensiero di dover affrontare solo “truppe di servizio” era ormai cosa del passato. Ma il salto disperso aveva funzionato a loro vantaggio. Poiché erano così ampiamente sparsi, i Tedeschi non avevano un centro di gravità da attaccare e dovevano affrontare ogni piccolo gruppo di Paracadutisti man mano che si presentavano, causando una notevole perdita di tempo e fatica da parte dei Tedeschi. Ma questo non ha reso le cose più facili per i soldati. 

Il sergente maggiore W. Sullivan ricordò in seguito le sue esperienze. «Non molto tempo dopo il lancio, Cristo, sembrava che l'intero Esercito Tedesco si fosse spostato nella zona e ci stessero dando la caccia. Ci stavano dando la caccia come conigli. Questo mi ha spaventato da morire. Andavano su e giù per i filari di mais e sparavano a qualunque cosa si muovesse. L'idea di essere catturato o l'idea che qualcuno ti dia la caccia ti spaventa a morte. Non puoi fare niente, devi nasconderti." 

Il generale Marco Clark, comandante della Quinta Armata alleata a Salerno, informa i soldati dell'82a divisione aviotrasportata prima di una missione durante l'invasione della terraferma italiana alla fine del 1943. La testa di ponte di Salerno fu minacciata, ma tenuta contro ripetuti contrattacchi Tedeschi. (prima parte)

Quelle espresse in questo articolo sono le opinioni dell’autore, che non corrispondono necessariamente a quelle de "Lo Schiaffo 321". Immagini tratte dalla rete. Fonte: warfarehistorynetwork.com