Gruppo: Ennessepi
Brano: L.M.A.
Anno: 2012
Album: Amore e coraggio
Gruppo: Ennessepi
Brano: L.M.A.
Anno: 2012
Album: Amore e coraggio
Antonella Ferrera - già autrice de Il Fiore e la Spada - vi condurrà in un percorso che parte dal mondo islamico per proseguire all'India, alla Cina, fino al Giappone, per scoprirne i segreti legati anche ai luoghi del desiderio come gli hammam, gli harem, i mercati dell'amore: veri imperi dei sensi emersi da tempi e luoghi lontani dove anche gli odori, i suoni, i colori, i gesti, riescono ad attirare e sedurre persino il visitatore più distratto.
Ma è anche un amore molto carnale e trasgressivo quello che si consuma nell'antico Oriente: posizioni, baci, abbracci ed anche morsi e graffi trasformano l'incontro nella camera da letto in un erotico duello.
Gli incontri più intimi di uomini con uomini e di donne con donne trovano esaltazione in poemi e romanzi. Rapporti proibiti, spesso osteggiati da società che vogliono l'uomo, eterosessuale, sposato, attorniato da numerose cortigiane e concubine.
Per dire la Vostra, contattateci all'indirizzo di posta elettronica caudiumpatrianostra@gmail.com oppure tramite Twitter @SchiaffoLo
Il botta e risposta sulla stampa locale apre ufficialmente la crisi all'interno della maggioranza dell'orrendo palazzo comunale di Piazza Trescine. Cavalcano l'onda la Lega Salvini di Dimitri Monetti, l'Associazione Cervinara.Com di Alessandro Carofano e il gruppo consiliare d'opposizione Uniti per Cervinara.
Ieri in serata è stata emanata una nuova pesantissima nota della coppia Tangredi-Cioffi in risposta al comunicato del Sindaco Lengua, a sua volta appoggiata dal presidente del consiglio comunale Paola Pallotta, dal capogruppo Giovanni Bizzarro, dagli assessori Dolores Perrotta, Lorenzo Valente e dal consigliere delegato Carmelo Todino, detto Lello.
La Lega
«Come per magia l’aumento della Tari non è più necessario e opportuno - dichiara Dimitri Monetti in un comunicato stampa. L’attacco di tutti, partiti, opposizione consiliare, i due assessori e le associazioni, (nessuno escluso) alla scellerata decisione dell’aumento del caro sulla spazzatura, ha dato i suoi frutti. Almeno nelle dichiarazioni. Speriamo bene. Ora c’è la copertura finanziaria, prima no? E gli studi legali, come partite IVA, non hanno subito perdite come le attività commerciali a causa della Covidc 19? È un atto gravissimo! Incompetenza oppure timore della piazza? La debolezza del sindaco e dell’amministrazione è nei fatti. Ha perso quasi 2000 voti dopo la tentata e reiterata sfiducia. La logica politica la inviterebbe a dimettersi. Tanto non cambierebbe nulla».
«La decisione odierna fa comprendere che siamo nelle mani di incapaci e improvvisati, che diventano con le loro azioni - attacca la Lega Salvini - un pericolo per la cittadinanza. L’allieva supera il maestro. Negli anni passati era una tecnica diffusa quella di costruire problemi per poi risolverli. Ma almeno si faceva con più mestiere. Ora siamo alla frutta. Un sindaco e un’amministrazione monca, debilitata, litigiosa e miope. I cittadini non possono sopportare queste fibrillazioni sulla loro pelle, senza capire i giochi di palazzo. Il Comune dev’essere la casa di vetro di tutti. Oggi non appare così».
uniti per cervinara
«Ad un anno dalle elezioni a Cervinara - bacchetta Uniti per Cervinara - è oramai evidente che l’Amministrazione Lengua è il peggio che potesse capitare al nostro paese. Le lotte interne tra assessori, consiglieri, delegati, amici degli amici stanno strangolando la nostra comunità nel nulla più assoluto. Giostrine, Tari, campo sportivo: non c’è un solo argomento che si salvi. Prendiamo il caso del parco giochi della Villa comunale. Si va avanti a rattoppi continui, senza alcuna idea di cosa fare di quell’area che sarebbe molto utile ai nostri ragazzi».
«L’ultimo esempio: il Comune spende 23.363 euro per sistemare alcune giostrine, una spesa di cui nessuno conosce gli effetti visto che ancora oggi il parco è chiuso. Perché non fare un intervento complessivo anziché mille inutili aggiusti? E vogliamo parlare del caso Tari? In questi giorni, i cervinaresi stanno avendo la sorpresa: stangate mai viste.
La cosa più drammatica, però, è che all’interno della maggioranza non sanno chi ha preso questa decisione. Come è possibile che vice sindaco e assessore prendano le distanze? Chi ha deciso gli aumenti? E a cosa serviranno? Per l’ennesima ridicola festa o inaugurazione che servirà al sindaco solo per mettersi la fascia tricolore? Stendiamo un velo pietoso sullo stadio comunale. Oramai di annuncio in annuncio, si arriverà al prossimo anno se tutto va bene. Poi ci meravigliamo se la Tari viene aumentata: chi paga queste spese che non mostrano mai alcun risultato?».
«Ricordiamo le inaugurazioni, le conferenze stampa trionfali: dove sono quelle promesse? Le verità è che Lengua, con tutti i suoi sodali, è la peggiore sciagura amministrativa che potesse capitare al nostro paese».
cervinara.com
Cervinara.com, invece, ha scelto l'arma del classico manifesto affisso in ogni angolo della cittadina: «Una sola cosa è certa l’amministrazione Lengua è finita. La maggioranza non c’è più, tutto era già stato previsto e detto un anno fa, in campagna elettorale. Oggi tutti sanno, e per loro stessa ammissione, che non c’è fiducia tra gli amministratori, ognuno dice che l’altro mente. Solo uno ha ragione, solo una delle parti dice la verità. La politica è fatta di scelte e quindi o il sindaco revoca, o vicesindaco e assessore si dimettono! Il Sindaco Lengua si è ripetuta? Ha compiuto le stesse gesta che la hanno vista protagonista negli ultimi venti anni? Ha tradito, ancora una volta, i patti ed opera, dimenticando perché è sindaco, indicata e sopportata, senza alcuna regola politica?».
«A pagare è solo la Comunità, rimasta senza rappresentanza e offesa - ha dichiarato l'associazione nata da una scissione interna ad Uniti per Cervinara - ogni giorno da chi è al vertice della compagine amministrativa resta silente e consenziente, sempre e comunque, nell’attesa della benedizione di turno. Tutto preannunciato. La politica ha una regola: Lengua deve dimettersi. Se dovesse restare tutto fermo, questo stallo si ripercuoterà sulla azione amministrativa, a danno della comunità».
lengua replica
«La vicenda Tari merita ulteriori chiarimenti - chiosa l'avvocato Lengua - al fine di dissipare dubbi e perplessità che sono sorti nei giorni scorsi. E’ opportuno, pertanto, informare i cittadini che la scelta fatta con il voto unanime della maggioranza nel consiglio comunale del 30/06 u.s. è stata quella di aiutare le attività commerciali che, a causa dell’emergenza sanitaria, avevano subito una drastica riduzione dei ricavi, senza tuttavia trascurare una consistente fascia dei cittadini. Difatti, sono circa 500 le attività commerciali di Cervinara che hanno beneficiato di una riduzione della Tari che, in alcuni casi, supera il 30%. Parimenti va segnalato che sono circa 2.000 i contribuenti che si sono giovati della scelta fatta, non avendo non solo subito alcun aumento ma, al contrario, avendo ottenuto una sensibile riduzione dell’importo dovuto. Per cui, parlare di aumento della Tari in maniera generalizzata non corrisponde assolutamente al vero!».
«Chiarito quanto innanzi, si informa che, come anticipato già a luglio con pubblico comunicato e confermato dal Sindaco nel consiglio comunale del 28/09 u.s., la giunta comunale (n.d.r. assenti il vicensindaco Filuccio Tangredi e l’assessora Raffaella Cioffi), riunita in data odierna, ha approvato una delibera con la quale, verificata la copertura economica con gli uffici competenti, ha dato mandato agli stessi di adottare ogni atto utile a venire incontro a tutti i contribuenti che hanno subito aumenti della tassa per l’anno 2021 garantendo, ove possibile, l’azzeramento degli aumenti medesimi. Nel contempo si è deliberato di riconoscere agevolazioni sulla tassa dei rifiuti anche a tutti i contribuenti che versano in stato di bisogno. Non si abbia a dubitare che i cittadini troveranno sempre l’ascolto che meritano e le loro esigenze resteranno il vento che alimenterà la vela della nostra azione politica».
tangredi e cioffi
In serata arriva l'ennesimo comunicato stampa firmato dalla coppia Tangredi - Cioffi. entrambi lamentano la mancata convocazione in giunta, un fatto gravissimo che apre la crisi e la possibile sfiducia. «Carissimi concittadini, tenuto conto dei comunicati apparsi sulla stampa locale, dai quali si evince che i sottoscritti sono risultati assenti all’ultima giunta nella quale è stato deliberato l’azzeramento degli aumenti tari”, riteniamo necessario e doveroso chiarire quanto accaduto, e questo per un dovere di lealtà e trasparenza che ha sempre ispirato e sempre ispirerà il nostro agire e affinché tutti voi possiate meglio comprendere l’accaduto. Nel prendere atto del comunicato del Sindaco di Cervinara che, anche attraverso un manifesto pubblico, ribadisce che per le tariffe TARI saranno Azzerati tutti gli aumenti, prendiamo atto insieme a tutti voi che quanto avevamo evidenziato è vero. E cioè che gli aumenti TARI erano evitabili».
«Il primo cittadino dichiara, altresì, che “l’azzeramento degli aumenti ” è stato approvato con delibera nella giunta del 1 ottobre 2021, per la quale I sottoscritti non sono stati convocati in alcun modo. E’ questa la dimostrazione plastica, dicono il già sindaco e l’avvocato Cioffi. Ammesso che ce ne fosse bisogno, di come i nostri tentativi di far rilevare le cose che non andavano circa l’applicazione della TARI e le nostre proposte non erano degnate di alcuna risposta e/o dialogo, ma probabilmente si vuole lo scontro per raggiungere altri obiettivi».
«Saranno poi in merito all’accaduto le autorità competenti a verificare la legittimità della mancata convocazione di due assessori per la giunta comunale; certamente il fatto costituisce un atto grave politicamente e democraticamente. E’ sotto gli occhi di tutti la finalità maliziosa di far passare la nostra assenza come un disinteresse sulla tematica, mentre invece è stata la privazione di un nostro diritto di partecipazione democratica».
«Gli scriventi alcuni giorni fa hanno sommessamente fatto rilevare che gli avvenuti aumenti si ponevano in pieno contrasto con la delibera n29 (manovra tributaria 2021) del 6.4.2021, con la quale la giunta aveva previsto per tutte le tasse comunali (Imu, IRPEF, tari) nessun tipo di aumento. Questo chiarisce anche le considerazioni di chi critica il nostro operato, sostenendo "prima hanno approvato e poi contestato gli aumenti"».
«In merito ribadiamo di non aver approvato nella manovra tributaria alcun aumento delle tasse. Precisiamo ancora una volta che è stato caricato alle utenze domestiche il 63% del costo totale della TARI, con un incremento del 7% rispetto all’anno precedente., in aperto contrasto con la manovra tributaria di Aprile, da noi approvata in giunta. E’ vero che per le piccole abitazioni non si registrano aumenti, ma è anche vero che se la tassa veniva applicata correttamente con i parametri dello scorso anno, sarebbe dovuto scattare per le stesse la diminuzione per effetto della lotta all’evasione».
«Per quanto riguarda la diminuzione della tassa per le attività commerciali, poi, grazie ai fondi trasferiti dallo Stato al comune per il ristoro, calcolando i periodi di chiusura delle stesse, non vi era alcuna necessità di caricare, a fronte di tale diminuzione, ingenti somme a carico dei cittadini. Infine, prendiamo atto che si corre ai ripari, anche se esprimiamo ancora una volta le nostre perplessità anche sulle nuove misure che saranno adottate, e che a nostro avviso non risolveranno nel modo migliore il problema».
«Si mira a portare lo scontro alle estreme conseguenze, dimenticando che il ruolo del Sindaco è quello di ascoltare tutte le considerazioni utili alla collettività e non di ergersi a “bastian contrario” a prescindere, e soprattutto a personalizzare i problemi. Ci auguriamo che questo comunicato di chiarimento debba essere l’ultimo, nella speranza di non vederci più costretti a doverci giustificare per aver chiesto di svolgere con serenità e liberamente il nostro ruolo di consiglieri e nell’interesse dei cittadini, concludono Filuccio Tangredi e Raffaella Cioffi».
L'ultimo chiarimento è apparso da pochi minuti su tutta la stampa Caudina:
Cervinara Tari. Mancata convocazione in giunta di Tangredi e Cioffi. Ancora un chiarimento.
«Se convocati in giunta? Avremmo fatto rilevare un'altra inesattezza riportata nel comunicato del Sindaco, quella di aver dato mandato agli uffici nel reperire risorse dal bilancio per azzerare gli aumenti, non si può sentire. Il Comune non può intervenire con proprie risorse, in quanto la legge prevede la copertura del costo Tari pari al 100 % , e sorprende non poco il fatto che non lo si sappia. Infatti è proprio per questo motivo che il Ministero ha trasferito risorse che vanno riconosciute esclusivamente alle attività che a seguito delle ordinanze Covid hanno dovuto chiudere le attività, peraltro queste spese vanno rendicontate. Come si può vedere la mancanza di pluralità democratica comporta anche questo».
Riflessioni
Il futuro di Cervinara ancora una volta viene ostacolato dal presente, pieno zeppo di spaccature, congetture, fatture e polemiche senza mezze misure. In ogni caso le schermaglie interne alla maggioranza politica scimmiottano quelle del governo tecnico di Roma.
Il divario tra classe politica e popolazione appare sempre più profondo sia in ambito nazionale, sia in quello locale. Attenzione, però, perché queste scaramucce potrebbero essere utili anche per chiarire la situazione, una volta per tutte e per tutti.
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#3 FRECCIATINECAUDINE
La Valle Caudina tra domenica e lunedì sceglierà i nuovi Sindaci in cinque comuni: Rotondi, Bonea, Roccabascerana, San Martino Valle Caudina ed Airola. Come al solito la campagna elettorale ha spaccato in acerrime opposte fazioni le comunità impegnate nel delicato ed avvincente rinnovo del Consiglio Comunale.
Invitiamo le lettrici ed i lettori de Lo Schiaffo 321 a votare con calma e freddezza, mettendo da parte rancori personali.
A Rotondi sono scese in campo due liste, Rotondi unita con Giuseppe Ilario detto Peppino candidato sindaco, contro Giuseppe Gallo detto Pino della civica Viviamo Rotondi.
A Bonea la sfida per le prossime amministrative del 3 e 4 ottobre è tra il sindaco uscente Giampietro Roviezzo, con la lista Liberamente per Bonea e Raffaele Perone a capo della lista Bonea Insieme.
Ad Airola, invece, sboccia un vero e proprio menage a trois, con tre gruppi in corsa per occupare le poltrone di Palazzo Montevergine. Airola Protagonista punta tutto su Biagio Supino Sindaco, Dovere Civico è guidata da Giuseppe Maltese, mentre Vincenzo Falzarano è il cavallo vincente della lista Per Airola 2026.
San Martino Valle Caudina si prepara alla resa dei conti tra Pasquale Pisano, Insieme per San Martino, nelle vesti di sindaco uscente contro Aniello Troiano spinto da Alternativa per San Martino. Chiude Roccabascerana con la partita politica tra Insieme si può di Amabile Caporaso e Roberto Del Grosso di Avanti Uniti.
Invitiamo i futuri cinque Sindaci e i prossimi capi delle opposizioni a fare politica reale e non virtuale per le proprie terre, dando risalto ed attenzione ad un percorso unitario in ottica Caudina. Tutto qui.
Le decine e decine di Donne e Uomini candidate alla carica di consigliere, invece, spesso sono delle timide comparse, soprattutto in aree dove la politica è scomparsa o non c'è mai stata. Tanti sorrisi, poche idee, molte urla e pioggia di sterili accuse per poi strappare applausi ipocriti e preferenze vergate con il veleno.
LA VALLE CAUDINA MERITA UNA CLASSE POLITICA DEGNA.
BASTA MANFRINE ANTICAUDINE!
Manfrina: Messinscena fatta allo scopo di ottenere qualcosa, di convincere o comunque coinvolgere qualcuno, e sim.: fare la m.; non fidarti, è tutta una m., è solo una m.; ormai conosco bene le sue manfrine; Le si erano messe intorno, facendo tutta una m., per avere qualcosa (Pasolini).
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Nell’autunno del 1922 Marinetti pubblica Gli Amori Futuristi. Programmi di vita con varianti a scelta (Cremona, Casa Editrice Ghelfi).
Se ne conoscono tre differenti versioni della copertina: la prima con un ritratto fotografico di Marinetti, le altre due senza immagine ma con titoli inquadrati in una cornice di due filetti in nero e rosso. Una di esse reca il sottotitolo «Romanzo», errato, e disconosciuto da Marinetti. Errato e disconosciuto perché questo non è affatto un romanzo e nemmeno una normale raccolta di racconti ma un modo nuovo di raccontare storie:
“Tutte le forme di romanzo e di novella rimpiangono ciò che fu. Da Omero a D’Annunzio tutta la letteratura può ridursi a questo ritmo di racconto sconsolato: C’era una volta… Noi vogliamo invece una letteratura che dica al lettore: infischiati di ciò che fu! Ciò che fu ha sempre torto! Colla mia solita fecondità inesauribile e geniale io invento un nuovo genere letterario, un nuovo divertimento spirituale: il Programma di Vita, proposta allegra, multiforme, drammatica e balzante di fatti da compiere, di emozioni da provare e di spasimi da godere giocondamente con una centuplicata fede nella bellezza della vita” (pp. 5-6)”.
E così i racconti non hanno un finale ma molti e diversi, ciascuno poi potrebbe scriversene uno da sé, niente è stabilito tutto è possibile. A questa innovazione della scrittura non ne corrisponde altrettanta nell’eros: a parte una scena d’amore con animali non sembra esserci altro di destabilizzante e Marinetti prosegue sulla strada dell’erotismo ottimista ed espressione di vitalità, tanto più coerentemente quanto più affronta e utilizza anziché evitare le risorse del macabro e il pensiero della morte, sempre attento a fustigare l’ipocrisia ma ben arroccato sul sesso come essenziale e naturale completamento dell’unità famigliare.
Forse a causa di questa posizione apparentemente rassicurante viene lasciata passare la provocazione più incredibile per l’Italia cattolica e perbene: la prima bestemmia a stampa nella storia della letteratura italiana.
La troviamo a pagina 108 nel racconto macabro La carne congelata, come una perla tra le altre parole, in bella evidenza. Quando l’ho vista la prima volta non ci credevo. Nessuno sembra ne scrisse né allora né ora, nemmeno la censura. D’altra parte la bestemmia fa parte della vita quotidiana in ogni tempo e luogo, è il corrispettivo del duro lavoro, della sfiga che ci vede benissimo al contrario della fortuna e di tante situazioni che ci obbligano a vivere una vita che non è la nostra:
l’ira dei titani contro l’Olimpo, la maledizione delle regioni oscure, dell’inferno e degli emarginati contro la terra dei beati e la luce del sole. Anche questo è un aspetto dell’erotismo, dove protagonista è l’essere nudo, così com’è del corpo e dei fatti, delle storie: verità e libertà forse sta tutto qui l’eros marinettiano.
La carne congelata, il racconto blasfemo, diventa Come si nutriva l’Ardito e della bestemmia non resta traccia, fu debitamente cancellata: Marinetti era diventato Accademico d’Italia nel 1929, è comprensibile che tirasse un po’ il fiato, aveva già fatto parecchio e ancora c’era da fare.
Brano: Al Maestrale
Anno: 1978
ALL’ISOLA DI PONZA SI È FERMATA
Lo squallido polverone mediatico di questi ultimi giorni ha dato il via ad una serie di polemiche legate ad una statua in memoria della celebre Spigolatrice di Sapri. Un discreto lavoro scultoreo in bronzo è piombato nelle case della gente a causa di un sedere fin troppo accattivante e preso a schiaffi dai moralisti dell'ultima ora. Secondo il nuovo filone del momento, schierato contro statue e lapidi del passato, la Spigolatrice è da censurare, senza se e senza ma. La vicenda, alquanto grottesca, finita sulle prime pagine di tutti i giornali nazionali, ci permette di affrontare un aspetto storico mistificato e oscuro:
il fallimento della famigerata spedizione dei trecento giovani e forti guidati da Carlo Pisacane.
Per le lettrici ed i lettori de Lo Schiaffo 321 pubblichiamo la vera storia di Carlo Pisacane, quella che i libri di scuola non hanno mai voluto raccontare.
Buona lettura.
Conosciamo tutti la storia di Carlo Pisacane che, partito da Genova con 26 uomini, raggiunse prima la colonia penale di Ponza per imbarcare 323 galeotti e, quindi, proseguire per Sapri dove, scontratosi più volte con la popolazione, fallì nel suo intento di innescare la rivoluzione nel sud Italia.
Altrettanto conosciamo la famosa “Spigolatrice di Sapri”, patetica poesia di Luigi Mercantini che, insieme alla storiografia ufficiale, contribuì ad infondere alla piratesca impresa un alone di misticismo teso a sfruttare, per fini risorgimentali liberal-monarchici, tra l’altro ben lontani dalle teorie politiche del Pisacane, il fallimento della spedizione.
Al di là delle controversie ideologiche che sono tuttora oggetto di accesi dibattiti, appare invece interessante soffermarsi su un aspetto trascurato ma sicuramente importante dell’intera impresa: lo sbarco a Ponza.
Negli stessi versi del Mercantini troviamo che la nave a vapore
“all’isola di Ponza si è fermata, è stata un poco poi è ritornata”.
Cosa esattamente accadde nell’Isola in quel “poco” né il poeta né la storiografia ufficiale lo dicono.
Invece un’analisi dei fatti isolani risulta fondamentale per comprendere i veri motivi del fallimento politico e “militare” della “storica spedizione” e le reali cause della reazione violenta delle popolazioni meridionali contro chi andava “…a morir per la Patria bella”.
Il 27 giugno del 1857 a Ponza vi era una gran calura, il mare era calmo e nel cielo splendeva un sole estivo senza precedenti. Alle ore 15 tutta l’isola era impegnata nella quotidiana siesta:
i Ponzesi, i detenuti del bagno penale, i militari addetti alla loro sorveglianza, i relegati in semilibertà: tutti dormivano.
Nella rada del porto, di fronte alla batteria “Lanternino”, apparve ed accostò lentamente una enorme e bella nave a vapore dal nome in oro: “Cagliari”. Non issava la bandiera Tricolore, come dice il Mercantini, bensì la “bandiera rossa” di avaria alle macchine. Stancamente dal porto mosse una lancia che accostò all’inconsueta nave per parlamentare ed offrire assistenza secondo le regole marinare. Quella dell’avaria fu solo uno stratagemma per prendere degli ostaggi. E funzionò.
Il Pisacane, accompagnato dai compagni armati di fucili e pistole, sbarcò con la stessa lancia aggredendo la guarnigione portuale ed intimando la resa, pena la morte degli ostaggi trattenuti sulla nave. Nonostante le minacce, alcuni militari del presidio reagirono prima di arrendersi generando un vivace conflitto a fuoco che causò morti e feriti.
Gli echi dello scontro ruppero il silenzio pomeridiano e la gente, destata di soprassalto, raggiunse incuriosita le finestre, i balconi ed i tetti per osservare cosa stesse accadendo al porto. Il gran trambusto, gli spari, il fermento di uomini, divise e bandiere mai viste prima di allora fecero emergere nella mente dei Ponzesi un ricordo antico e tremendo: i pirati.
Terrorizzati, cominciò un fuggi fuggi generale in un crescente panico che, in breve, fece perdere la calma anche a chi non sapeva cosa stesse esattamente accadendo. Isolani, militari e relegati in regime di semilibertà scappavano per ogni dove a cercare un nascondiglio sicuro. Mentre il Pisacane raggiungeva il quartier generale presso la Torre di Ponza, ponendolo in assedio ed intimandone la resa, i suoi compagni, Giovanni Battista Falcone e Giovanni Nicotera, issarono una bandiera rossa nella piazza principale e quindi, a gran voce, cominciarono a dar spiegazioni di quanto stava accadendo. Ripresosi dallo spavento si affacciarono timidamente dapprima i relegati in semilibertà e quindi i residenti che, comunque diffidenti, si mantennero a distanza di sicurezza.
Ma quelle teorie politiche così lontane dalla realtà del popolo non attecchirono anzi causarono sgomento e maggior timore. Addirittura reazione quando il Falcone, con dire sicuro e sprezzante, inveì contro la religione, il re e le terre demaniali.
I Ponzesi solo sette giorni prima avevano celebrato solennemente il Santo Patrono Silverio e le parole dissacranti del Falcone non piacquero affatto. Inoltre a Ponza, così come in tutte le regioni del sud, i contadini coltivavano le terre demaniali quali usi civici loro assegnati gratuitamente come beni provenienti dallo smantellamento graduale degli antichi feudi.
Essi sfruttavano terreni dello Stato in “enfiteusi perenne” tuttavia senza divenirne mai veri proprietari. Una specie di “sistema comunista” ante litteram. Sconvolgere quel delicato equilibrio, che comunque assicurava la vita, la pace e la giustizia sociale, spaventò i Ponzesi ancor più dei pirati tanto che, alla chetichella, lasciarono il luogo della riunione per vedere il da farsi.
Intanto i rivoluzionari infervorati dai loro stessi discorsi parlavano di repubblica e di fantomatiche rivolte a Napoli, Roma, Genova, Livorno e Reggio Calabria ed alcuni militi della “compagnia disciplina” relegati a Ponza sembravano dar credito a quelle parole.
Ma ciò non bastava a Pisacane: egli aveva bisogno di far scattare sul serio la scintilla della rivolta generale, non limitarsi a fare un comizio in quella semideserta ed ambigua piazza isolana. Avrebbe voluto cominciare proprio da Ponza la sua rivoluzione coinvolgendo la popolazione di quella sperduta isola, estremo confine dello Stato Napoletano, per poi sbarcare lungo le coste e propagare i moti.
Pisacane ben presto si rese conto però che nonostante i suoi incitamenti proprio la popolazione non c’era. Ignorando i veri motivi di quella defezione, pensò di riuscire a coinvolgere tutti con l’azione e l’esempio innescando lui stesso la scintilla della rivolta. Per rendere la cosa più coinvolgente la scintilla la fece partire proprio da dove si governava la popolazione: gli uffici del Comune.
Qui Giovanni Nicotera, futuro Ministro dell’Interno dello Stato Unitario, dopo essersi impossessato della cassa del Comune appiccò il fuoco agli archivi ed all’antica biblioteca dei monaci Cistercensi quindi, guidato dai relegati in semilibertà, fece il resto assaltando il dazio ed il giudicato (la pretura). Ma, com’era prevedibile, fu peggio: i Ponzesi presi da maggior sgomento si rinchiusero a doppia mandata nelle case e nelle caverne poste sulla sommità del Monte Guardia.
Il Pisacane, innervosito, deluso e disperato dall’atteggiamento di quella “strana popolazione a cui non andava di rivoltarsi contro il tiranno”, aprì i cancelli del bagno penale della “Parata” che allora accoglieva circa 1800 delinquenti comuni.
Una minacciosa turpe di individui invase vicoli e strade come un torrente in piena. I loro zoccoli crepitavano sul lastricato ed il brusio iniziale diventò man mano un vociare sguaiato e terrificante. Anni di lavori forzati, rabbia repressa mista ai più profondi e bestiali istinti avevano trasformato quegli uomini in belve dai lineamenti vagamente umani.
Il paese fu messo a ferro e a fuoco da quei forsennati: gli spari, le violenze, le urla, i lamenti echeggiarono per molte ore. Il fumo soffocante degli incendi propagatisi fino ai vigneti ed agli uliveti delle colline, contribuì a rendere ancora più tremendamente infernale quella notte di anarchia.
Il Pisacane, per inibire ogni reazione contro la sua operazione, si era preoccupato sin dallo sbarco di prendere in ostaggio il comandante della guarnigione Magg. Antonio Astorino ed i suoi ufficiali ma non pensò al prete: Don Giuseppe Vitiello. Questi, di fattezze minute ma di una furbizia ed un temperamento fuori da ogni immaginazione, comprese immediatamente la natura e gli intenti di quegli uomini. Già dallo sbarco, senza perdere tempo e, soprattutto, senza perdersi d’animo, si era dato da fare per creare una vera e propria linea difensiva a metà isola, raggruppando gendarmi e civili, impedendo così che il Pisacane ed i detenuti del bagno penale ormai liberi dilagassero su tutto il territorio isolano causando ben maggiori danni.
Grazie alla prontezza del parroco, figura emblematica e vero eroe ponzese dimenticato, parte della popolazione poté mettersi in salvo raggiungendo anche a nuoto la zona nord dell’isola. Don Giuseppe, inoltre, ordinò un’incursione notturna per l’affondamento silenzioso delle imbarcazioni risparmiate dai rivoltosi ancora galleggianti ed all’ancora nel porto, per evitare fughe di massa ed, infine, organizzò un equipaggio che, con una lancia forte di 8 remi comandata da Ignazio Vitiello, partì alla volta di Gaeta per dare l’allarme e chiedere aiuto.
Fallita la rivolta popolare, il Pisacane si preoccupò di reclutare tra i relegati stessi quanta più gente possibile per lo scopo primario della sua missione: lo sbarco a Sapri. Ma anche questa volta la sua delusione fu tanta. Oltre alla diserzione dei ponzesi, di quelle migliaia di detenuti solo pochi si fecero avanti e nei volti di quei pochi si leggeva l’unico e vero obiettivo:
raggiungere il continente per darsela a gambe.
La maggior parte dei forzati che accettarono di seguire la spedizione erano di Sapri e dintorni, essi si erano macchiati di crimini e violenze di ogni genere e pertanto condannati ad espiare la loro pena ai lavori forzati nel bagno penale di Ponza.
Gli altri preferirono restare ed accontentarsi di quella inaspettata ed insolita festa. Infatti, molti relegati dopo aver abusato di vino, cibo, canti, balli e violenze si disseminarono lungo spiagge, grotte e campi per abbandonarsi in un profondo sonno. Molti altri, alle prime luci dell’alba, rientrarono prudentemente nel bagno penale.
Fatto giorno lo spettacolo era raccapricciante, ma Don Giuseppe, come al solito, non si perse d’animo. Assicuratosi che il Pisacane fosse effettivamente ripartito, fece liberare il comandante della guarnigione, gli ufficiali, i graduati ed il resto della gendarmeria che immediatamente si diede a riacciuffare qua e la i relegati ormai fiaccati dai bagordi notturni.
Si spensero gli incendi, si recuperarono le masserizie e le suppellettili, si risistemò alla meglio la chiesa, si recuperarono gli animali, si ritirarono su le imbarcazioni, si aprì l’infermeria ai feriti, si ripulirono le strade e le piazze, fu issata la bandiera sulla Torre. Nel frattempo arrivò una nave da guerra che sbarcò alcune centinaia di militari con il compito di completare la bonifica ed arrestare i più ostinati ancora barricati e nascosti nelle campagne e negli anfratti.
Intanto il Pisacane ed i suoi trecento sbarcavano a Sapri, ma qui la popolazione non stava facendo la siesta come a Ponza, anzi fu molto arguta a riconoscere tra quegli “eroi” gli artefici di abominevoli delitti e non esitò ad imbracciare forconi e schioppi e, come il Mercantini recita:
“eran trecento erano giovani e forti e sono morti”.
Fu una vera e propria carneficina, il preludio dell’enorme tragedia che dopo qualche anno investì il meridione d’Italia, preda della sanguinosa e devastante conquista militare del Piemonte, che vide la disperata reazione armata dei contadini del Sud che poi “scrittori salariati tentarono di infamare con nome di briganti” (Gramsci).
Per gentile concessione del cap. Alessandro Romano.
tratto da portobello
Cervinara nel Regno di Napoli. Gli abitatori dei primi Casali Cervinaresi (1132-1806)
Il Di Meo riferisce che nel 1132 Matilde de Hauteville venne in rottura con Rainulfo, rifugiandosi dal fratello a Salerno, con il quale si lagnò e protestò in quanto non voleva più unirsi al marito, dal quale rivoleva indietro la dote. La già nota contesa fra Re Ruggieri ed il conte di Avellino a questo punto si inasprì e il conte, con un esercito di 3.000 cavalieri e 40.000 fanti, si recò nei suoi Castelli della Hauteville in una Valle Caudina (non è detto Cervinara), dove aspettò l’assalto del cognato. Guerreggiò per ben tre anni, fino al 1135, quando fu sconfitto e tutte le terre e gli oppida della Valle.
Con il sopraggiungere degli Svevi, con Federico II sul trono del Regno di Sicilia, non volendosi arrendere, la Valle Caudina fu nuovamente distrutta e messa a fuoco al passaggio delle truppe del re, che ridussero in briciole Cervinara, già ricostruito per la seconda volta da Rainulfo II.
Subito dopo il re ordinò, siamo nel 1240, che il Castello di Montesarchio fosse elevato a dignità imperiale, come nel caso di Pietrastornina, Avellino ed altri, e quindi ad avere giurisdizione sull’intera sotto-provincia foggiana della Valle Caudina, per essere stati, gli altri Castelli rasi completamente al suolo, ma anche per darsi un’immagine, un tono, adesso che c’era un potere diverso, c’era uno stato nuovo: il Regno di Sicilia.
Nel 1240 appunto, Cervinara, unitamente a San Martino, era tenuta alla riparazione, alla guardia e alla custodia del Castello imperiale di Montesarchio, ove c’era un fidato giureconsulto dell’imperatore, ivi insediatosi per l’amministrazione dei feudi e il controllo degli stessi signori, oramai tutti fedeli di Casa sveva. Nel 1250, milite (sempre dell’ex Castello di Cervinara) era il suffeudatario Soaldo Cappello; nel 1270, Cunsio de Morello e, nel 1273, Bartolomeo De Luciano.
A Cervinara però, anche se non c’era più una sede politica nel Castello, era nato un primo palazzo, esistente nel 1251, detto “Palazzo della Chiesa di San Matteo”, ferma restante la proprietà del monastero di San Gabriele di Airola, quantizzabile in ben 120 casalia hominun, costituiti dalle case e dai naturali di quell’ex Castello addetti a coltivare la terra della fondazione ecclesiastica di Airola.
Si tratta di case sparse, come confermato in un documento del 1273 in cui si parla di usurpazione di 15 casate di coloni, ai danni del monastero di San Gabriele, che nella zona già possedeva anche le tre chiese di San Celestino in Monte Virgilii, San Vitaliano e San Felice “ubi dicitur ad Collina” (probabilmente si tratta di San Felice a Cancello). Del monastero di San Gabriele erano anche la Chiesa di San Festo, in località Marmora, forse alle Campizze di Rotondi, presso la strada regia.
La Chiesa di San Gennaro ai Ferrari, sita di fronte al palazzo marchesale, è un’arcipretura esistente nel 1280 e forse anche anteriore al 1250, essendo già menzionato un arciprete, incarico che, nel 1343, poteva permettersi di eleggere parroci, conferire ordini e sospendere sacerdoti.
Nel 1367 comparirà Santa Maria della Valle; nel 1350 San Pietro; di un Campo San Pietro si parlerà nel 1318: i Casali erano già nati.
I Pantanari dovettero essere zona di Montevergine, il monastero che ivi possedeva il priorato di Santa Maria delle Grazie fin dagli inizi del 1334, allorquando abbiamo il primo priore. Il materiale col quale fu ricostruita, però, dovette appartenere ad una Chiesa precedente, in quanto, gli elementi lapidei ritrovati sono del 1150 circa e alcuni capitelli fanno preciso riferimento al Chiostro di Santa Sofia di Benevento. Sappiamo poi della donazione di una Cappella e di una riedificazione della Chiesa e campanile nel 1526. (Soppressa nel 1653, fu annessa al Seminario di Benevento e il convento e l’annesso giardino affittati, mentre la Chiesa andò in rovina. Ricostruita fu riconsacrata nel 1700).
Nel 1133 era di Santa Sofia anche la Chiesa di Sant’Angelo, sita fuori la Porta delle mura del Castello, detta appunto di Sant’Angelo, come da un documento del 1390 e dalla successiva specificazione di Castro, dopo il 1590. San Biagio alla Collina, anticamente di monte Tolino, esisteva invece fin dal 1127.
(La Chiesa di Sant’Angelo a Pitigliano faceva parte del distretto della parrocchia di Sant’Adiutore poco prima del 1600, ma probabilmente sita nel territorio di Rotondi, luogo dov’era anche la Chiesa di Sant’Andrea a Pitigliano che, nel 1700 apparteneva all’Università di Rotondi. Chiese minori come quella di San Paolino della parrocchia di San Nicolò e Santa Marina del Fondo appaiono più in veste di Cappelle nate per contraddistinguere la proprietà dei fondi).
In origine, gli abitanti dei Salamuni, non erano altro che dei coloni, forse inviati da Santa Sofia sui possedimenti contrassegnati dalla Chiesa di Sant’Adiutore apud Montem Virginem già nel 1120, ma difficile stabilire se si tratti di questo luogo e soprattutto la veridicità del documento.
Nel 1108, però, stranamente, il possesso è confermato, quasi fosse apocrifo, al monastero di San Gabriele di Airola. Comunque sia, Sant’Adiutore divenne parrocchia prima del 1333. Molti beni di Santa Sofia erano passati – evidentemente – da Benevento ad Airola. I monaci di San Gabriele si trovarono così a gestire un’enorme forza di uomini e terre.
Il Casale di Valle, per esempio, esisteva nel 1273, come confermato nel 1339. Di Pantanari si ha notizia a partire dal 1370; dei Ferrari invece si parla nel 1300, con l’annessa Chiesa esistente già nel gennaio del 1280.
Autore: Arturo Bascetta
Disco: 45 giri
Brano: L'ultima frontiera
Anno: 1972