giovedì 6 aprile 2023

René Guénon - La crisi del mondo moderno | Cap. 6 parte VII - Il caos sociale

 

La crisi del mondo moderno

Cap. 6 - Il caos sociale

A questo punto occorre fermarci un istante per dissipare una possibile confusione: parlando dell’individualismo moderno, noi abbiamo considerato quasi esclusivamente le sue manifestazioni nell’ordine intellettuale; si potrebbe allora pensare che, per quanto attiene all’ordine sociale, le cose stiano diversamente.

In effetti, se si assumesse il termine «individualismo» secondo la sua accezione più ristretta, si potrebbe essere tentati di opporre la collettività all’individuo e di pensare che dei fatti come il ruolo sempre più invadente dello Stato e la crescente complessità delle istituzioni sociali, siano indice di una tendenza contraria all’individualismo. 

In realtà non è così, perché la collettività, essendo solo la somma degli individui, non può essere opposta a questi ultimi, al pari dello stesso Stato concepito alla maniera moderna, e cioè come semplice rappresentanza della massa, in cui non si riflette alcun principio superiore; ora, è precisamente nella negazione di ogni principio sopra-individuale che consiste veramente l’individualismo come noi lo abbiamo definito. 

Dunque, se nel dominio sociale vi sono dei conflitti fra tendenze diverse che appartengono tutte allo spirito moderno, tali conflitti non interessano l’individualismo da una parte e qualcos’altro dall’altra, ma riguardano semplicemente le molteplici varietà di cui è suscettibile l’individualismo stesso; ed è facile rendersi conto che, in assenza di ogni principio capace di unificare realmente la molteplicità, conflitti come questi devono essere molto più numerosi e più gravi nella nostra epoca di quanto non lo siano mai stati, poiché chi dice individualismo dice necessariamente divisione, e questa divisione, con lo stato caotico che essa genera, è la conseguenza fatale di una civiltà tutta materiale, in quanto che è la materia stessa ad essere propriamente la radice della divisione e della molteplicità.

Detto questo, bisogna ancora insistere su una conseguenza immediata dell’idea «democratica», che consiste nella negazione dell’élite intesa nella sua sola accezione legittima; non a caso «democrazia» si oppone ad «aristocrazia», visto che quest’ultima designa precisamente, almeno in base al suo significato etimologico, il potere dell’élite

Quest’ultima, in qualche modo per definizione, non può essere che la minoranza, ed il suo potere, o piuttosto la sua autorità, la quale deriva solo dalla sua superiorità intellettuale, non ha niente in comune con la forza numerica su cui poggia la «democrazia», la cui caratteristica essenziale è quella di sacrificare la minoranza alla maggioranza, ed anche, per ciò stesso, come abbiamo detto in precedenza, la qualità alla quantità, dunque l’élite alla massa. 

Ne consegue che il ruolo direttivo di una vera élite e la sua stessa esistenza, visto che essa svolge necessariamente un tale ruolo per il semplice fatto che esiste, sono radicalmente incompatibili con la «democrazia», la quale è intimamente legata alla concezione «egualitaria» e cioè alla negazione di ogni gerarchia; la base stessa dell’idea «democratica» è che un individuo qualunque ne vale un altro, in quanto sono uguali numericamente e nonostante possano esserlo solo numericamente.

Una vera élite, lo abbiamo già detto, non può essere che intellettuale; ed è per questo che la «democrazia» può instaurarsi solo laddove non esiste più la vera intellettualità, il che corrisponde perfettamente al caso del mondo moderno. Solo che, visto che l’uguaglianza di fatto è impossibile e visto che praticamente non si possono sopprimere tutte le differenze fra gli uomini, a dispetto di tutti gli sforzi di livellamento, si finisce, per un curioso sillogismo, con l’inventare delle false élite, peraltro molteplici, che pretendono di sostituirsi alla sola élite reale; e queste false élite sono basate sulla considerazione di superiorità qualsiasi, eminentemente relative e contingenti, e sempre d’ordine puramente materiale. 

Ci se ne può accorgere facilmente osservando che la distinzione sociale che vale di più, nel presente stato di cose, è quella che si fonda sulla ricchezza, vale a dire su una superiorità tutta esteriore e d’ordine esclusivamente quantitativo, la sola insomma che sia conciliabile con la «democrazia», poiché entrambe derivano dallo stesso punto di vista. 

Del resto, possiamo aggiungere che coloro stessi che si atteggiano ad avversari di questo stato di cose, non facendo intervenire neanche loro alcun principio di ordine superiore, sono incapaci di rimediare efficacemente ad un tale disordine, se addirittura non rischiano di aggravarlo ulteriormente spingendosi sempre più lontano nella stessa direzione; la lotta è solamente fra diverse varietà della «democrazia», che accentuano più o meno la tendenza «egualitaria», esattamente come accade, lo dicevamo prima, fra le varietà dell’«individualismo», tutte cose queste che in realtà sono una cosa sola.

Queste poche riflessioni ci sembrano sufficienti per caratterizzare lo stato sociale del mondo contemporaneo e per mostrare, al tempo stesso, che in questo ambito, come in tutti gli altri, non può esistere che un solo mezzo per venir fuori dal caos: la restaurazione dell’intellettualità e quindi la ricostituzione di un’élite, che in Occidente, attualmente, può essere considerata come inesistente, visto che non si può dare questo nome ad alcuni elementi isolati e senza coesione, i quali rappresentano in qualche modo solo delle possibilità non sviluppate. 

In effetti, questi elementi hanno, in genere, solo delle tendenze o delle aspirazioni, che li inducono indubbiamente a reagire contro lo spirito moderno, ma senza che la loro influenza possa esercitarsi in maniera effettiva; ciò che manca loro è la vera conoscenza, i dati tradizionali, che non si possono improvvisare, e ai quali un’intelligenza lasciata a se stessa, soprattutto in circostanze tanto sfavorevoli sotto molti aspetti, non può supplire che in maniera assai imperfetta e in misura assai debole. 

Si hanno dunque degli sforzi dispersi e che spesso si smarriscono, mancando di principi e di direzione dottrinale: si potrebbe dire che il mondo moderno si difende con la sua propria dispersione, alla quale i suoi stessi avversari non riescono a sottrarsi. E sarà così fintanto che costoro si atterranno al livello «profano», in cui lo spirito moderno ha un evidente vantaggio, visto che quello è il suo dominio proprio ed esclusivo; d’altronde, se costoro vi si attengono è perché tale spirito esercita ancora su di essi, malgrado tutto, una presa molto forte. 

È per questo che molte persone, pur animate da una incontestabile buona volontà, sono incapaci di comprendere che occorre necessariamente incominciare dai principi, e si ostinano a sperperare le loro forze in questo o in quel dominio relativo, sociale o di altro genere, in cui non può essere compiuto nulla di reale e di durevole viste le condizioni attuali. 

La vera élite, al contrario, non dovrebbe intervenire direttamente in questi domini né dovrebbe lasciarsi coinvolgere nell’azione esteriore; essa dirigerebbe tutto tramite un’influenza impercettibile per il volgo, e tanto più profonda per quanto meno apparente. 

Se si pensa alla potenza delle suggestioni di cui parlavamo prima, che fra l’altro non suppongono alcuna vera intellettualità, si può concepire che cosa sarebbe, a maggior ragione, la potenza di un’influenza che si esercitasse in maniera ancora più nascosta in ragione della sua natura e che avesse come fonte la pura intellettualità; potenza che, peraltro, non essendo sminuita dalla divisione inerente alla molteplicità e dalla debolezza che comporta tutto ciò che è menzogna o illusione, sarebbe intensificata per la concentrazione nell’unità principiale e si identificherebbe con la forza stessa della verità.

Scritto da René Guénon

La crisi del mondo moderno

mercoledì 5 aprile 2023

Dott.ssa Coccia: Dal sovranismo alimentare al calo demografico. Che futuro ci aspetta | SALUTE

Dal sovranismo alimentare al calo demografico. 
Che futuro ci aspetta.
 Dott.ssa Cristina Coccia, biologa nutrizionista. Autrice di saggi sulla demografia e la salute della popolazione italiana e di articoli divulgativi per siti web e riviste.

martedì 4 aprile 2023

La famiglia Benvenuti - Puntata 12 (1969)

La famiglia Benvenuti 
Puntata 12 (1969)

Enrico Maria Salerno, Guardia Nazionale Repubblicana della Repubblica Sociale Italiana e Valerio Giusva Fioravanti, Nuclei Armati Rivoluzionari, furono i protagonisti de La famiglia Benvenuti, ossia la madre di tutte le serie televisive in Italia.

lunedì 3 aprile 2023

Avvistamenti e rapimenti alieni tra Cervinara, Rotondi e Paolisi #perle

Avvistamenti e rapimenti alieni tra Cervinara, Rotondi e Paolisi

Il 30 luglio del 2010 accadde qualcosa di molto strano nel cielo della Valle Caudina. Un oggetto volante non identificato scorrazzò sulle nostre teste. Tra l'altro venne avvistato e fotografato tra Cervinara, Rotondi e Paolisi. La rara immagine, che pubblichiamo in copertina, è tratta dal sito del Centro Ufologico Mediterraneo, ma la notizia apparve nel 2016 addirittura su L'Avvenire, il quotidiano Cattolico molto attento agli avvenimenti celesti.

Infatti, tra i 56 avvistamenti registrati, tra il 2010 e il 2013, c'è la nostra Nuova Caudium. Quelle le segnalazioni, finora inedite, di oggetti volanti non identificati registrate dall’Aeronautica Militare rappresentano l'ennesimo mistero Caudino legato a presunte forme di intelligenza aliene. Il disco volante incandescente venne avvistato dal basso verso l’alto. I testimoni sostennero di averlo visto raggiungere quota 1.500 metri. Cosa accadde quel 30 luglio di tredici anni fa su Rotondi, Cervinara e Paolisi? L'unica certezza è che l'incredibile oggetto di forma sferica era di colore arancione, come si evince dalla foto misteriosa. 

RAPIMENTO

Proprio Paolisi torna alla ribalta grazie alla testimonianza di un Caudino che afferma di essere stato, addirittura, rapito dagli alieni.

Molto suggestivo il racconto - su Blastingnews - di Adamo Fucci, originario di Paolisi, cittadina campana in provincia di Benevento. L'uomo racconta di aver visto da bambino degli esseri molto piccoli muoversi intorno al suo letto e di essersi poi risvegliato con una piccola cicatrice sul dito. Diventato adulto Adamo un giorno sentì l'esigenza di andare su una montagna, dove assistette ad un avvistamento Ufo simile a quello famoso che si verificò a Phoenix. Questi sono solo alcuni racconti, ma in realtà si tratta di un fenomeno sempre più diffuso. Gli avvistamenti di anno in anno si moltiplicano, come testimoniano gli organizzatori del convegno. Molti di questi però trovano quasi subito una spiegazione razionale. 

PAOLISI

Questa griglia è un documento semplificato estratto dal catalogo campano della casistica ufologica relativa al biennio 2015-2016 (aggiornato alla data di questa pubblicazione). I casi raccolti sono ordinati in ordine cronologico e per ben tre volte si fa riferimento alla Valle Caudina. Tre episodi tutti con epicentro Paolisi, la stessa città che avrebbe pagato con un rapimento l'incontro ravvicinato del terzo tipo, con tanto di testimone lucido e vivente

TRIPLICE

La notte del 13 gennaio 2015 alle ore 1.06 un oggetto volante non identificato apre le danze. Replica il 27 gennaio, secondo i dati ufficiali. La seconda segnalazione potrebbe essere riferita ad una meteora e non ad un OVNI. Eppure, c'è un terzo mistero sorprendente. A Paolisi poco dopo la mezzanotte del 20 febbraio 2015 qualcuno vide qualcosa. Una presenza fuori dal normale, come riportato sul bollettino ufficiale degli avvistamenti in Campania o un abbaglio frutto dell'immaginazione?

RIFLESSIONI

Nella classificazione UFO redatta dal Prof. J. Allen Hynek, la casistica IR3 viene associata all'interazione tra Terrestri e soggetti Alieni, sovente con un approccio visivo molto ravvicinato ostile e/o pacifico; nel caso di Paolisi ci troviamo di fronte ad un contatto di tipo visivo non "tipico" con la classica "Nave Aliena", ove però in questo caso, si manifesta non solo come "emozionale/telepatico", ma reale ed invasivo con tanto di ferita sul dito del prescelto. L'episodio è prevalentemente positivo, a quanto pare, ed inedito per i Terrestri della Valle Caudina

Se qualche lettrice o lettore avesse notizie in merito a questi avvistamenti del 30 luglio 2010 e del gennaio-febbraio 2015  e/o fosse a conoscenza di casi analoghi, può comunicalo agli esperti del settore riportati, a grandi linee, nella sitografia finale. In attesa di sviluppi, invitiamo tutte e tutti a tenere gli occhi ben aperti, con il telefono a portata di mano. 

Se son rose fioriranno, se son Ovni atterreranno!

Per dire la Vostra, contattateci all'indirizzo di posta elettronica caudiumpatrianostra@gmail.com oppure tramite Twitter @SchiaffoLo



sitografia

domenica 2 aprile 2023

Con il sangue agli occhi. La Banda Della Magliana #documentario

Con il sangue agli occhi 
La Banda Della Magliana

La registrazione integrale del secondo appuntamento della seconda rassegna di eventi organizzata dall'assessorato alla cultura del Comune di Vasanello e il format d'informazione indipendente DarkSide - Storia Segreta d'Italia sulle vicende più misteriose della storia contemporanea e recente d'Italia. Il 10 marzo 2023 abbiamo incontrato Antonio Mancini, ex boss della Banda della Magliana che ha raccontato la sua storia. Abbiamo avuto il piacere di avere con noi, sebbene in collegamento telefonico, Federica Sciarelli autrice del libro sulla storia di Antonio "Con il sangue agli occhi" edito da Rizzoli.(https://www.youtube.com/@DarkSideStoriaSegretadItalia)

LEGGI LO SCHIAFFO 321!


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CAMPIONI PER SEMRE #goliardia

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ODIO NEOPARTIGIANO A SINISTRA, FASCIOFOBIA INCAPACITANTE A DESTRA | politica

ODIO NEOPARTIGIANO A SINISTRA,

FASCIOFOBIA INCAPACITANTE A DESTRA

La recente ripubblicazione da parte de "Il Giornale" di tre romanzi storici, scritti da coloro "che scelsero di stare dall'altra parte", ci permette di tornare a parlare di come la nostra memoria sia stata tramandata nel corso dei decenni e di come, in specie in questi ultimi anni, sia totalmente stata manipolata ad uso e consumo di una certa destra che, condannando quel passato, tenta in tutti i modi di farsi accettare dal sistema ciellenista, "per completarlo a destra", citando un certo Tatarella. Un sistema che, nonostante siano passati 76 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, continua imperterrito il suo "dominio", politico e morale, nonostante i cambi di etichette e di colori. 

I tre romanzi ripubblicati da "Il Giornale" sono quello di Carlo Mazzantini, A cercar la bella morte; di Giose Rimanelli, Tiro al piccione e di Enrico de Boccard, Donne e mitra. Se tutti conoscono - o almeno dovrebbero conoscere - il libro di Mazzantini, pubblicato dalla Mondadori nel 1986 e che ha avuto un discreto successo negli anni '90 per i tipi della Marsilio, degli ultimi due si è persa memoria storica. Tiro al piccione, pubblicato dalla Mondadori nel 1953, è famoso soprattutto perché ha ispirato l'omonimo film di Giuliano Montaldo del 1961, cosa che valse all'incauto regista esordiente un "fermo" di tre anni… Ripubblicato "stancamente" nel corso degli anni, l'ultima di particolare importanza fu quella dell'Einaudi nel 1991.

Donne e mitra, invece, fu pubblicato da una piccola casa editrice di Roma - L'Arnia - nel 1950 e mai più ristampato, salvo una ripubblicazione nel 1995, con diverso titolo, presso una piccola casa editrice di Andria (Le donne non ci vogliono più bene, Sveva). Ed è davvero un "reperto archeologico" che ritorna alla luce dopo 71 anni.

La loro ripubblicazione mi ha permesso di affrontare per la prima volta questi due testi - Tiro al piccione e Donne e mitra - di cui avevo sentito parlare, ma mai avevo avuto l'occasione di leggere. Solo di Tiro al piccione mi ricordavo alcune immagini del film, quelle finali, in cui il Comandante tragicamente periva, il tutto in una cornice da crepuscolo degli dei, che fa molto RSI, ma che - non avendo visto tutta la pellicola - rimaneva nella mia mente come un quadro solitario senza colori affisso su una grande parete bianca.

La lettura del romanzo di Rimanelli, diciamolo subito, è stata deludente nel complesso. E si comprende perché da questo testo è stato tratto un film, mentre Donne e mitra - per citare l'altra ripubblicazione de "Il Giornale"  è scomparso negli abissi delle biblioteche.

Infatti, sebbene scritto da uno "che scelse di stare dall'altra parte", Tiro al piccione è - nel suo pur brillante realismo - tutta una di quella scelta che è - e rimane - condannabile, in quanto per l'autore non fu una scelta volontaria, ma solo il frutto di un concatenarsi di eventi sfortunati che lo condussero a vestire la divisa dapprima germanica e successivamente repubblicana. 

Per Rimanelli quella della RSI non fu quindi una scelta, ma un dramma accidentale. Se avesse potuto - come fece e cercò di fare altre volte - avrebbe disertato allegramente. Insomma, il testo si inquadra perfettamente nella lettura che fecero alcuni settori comunisti dell'esperienza della RSI: 

quei giovani andavano "recuperati" al verbo marxista; la loro scelta era stata, in realtà, una non-scelta, obbligati a servire uno Stato in cui non credevano, oppure traviati dall'educazione di un nefasto regime. Ecco, Tiro al piccione fa parte di questa operazione di "recupero" - al PCI! - tentata da alcuni comunisti "illuminati", in cui cadde - e vogliamo credere che sia stata una "caduta" non ragionata - gente del calibro di Stanis Ruinas con il suo "Pensiero Nazionale" in quei lontani primi anni del dopoguerra.

Del resto, Rimanelli, nel tentare di piazzare il suo scritto presso l'Einaudi - all'epoca gestita da un "collettivo comunista militante", tra cui censurava abilmente Italo Calvino -, allegò al testo anche una prefazione che era addirittura tutto un atto di fede antifascista. Cosa che, comunque, non gli valse la benevolenza dei censori che lo spedirono presso la Mondadori, casa editrice che, alla fine, pubblicò il romanzo, senza - per fortuna - l'atto di pentimento e di condanna proposto all'Einaudi. Forse per l'autore era davvero troppo e in un sussulto di dignità preferì cancellarlo.

Inquadrata così l'opera, si capisce perché si sia tentata una sua versione cinematografica nel 1961 che, seppur ben ancorata su solide fondamenta antifasciste, valse al povero regista esordiente Giuliano Montaldo una reprimenda severa che lo fermò per tre anni…

Eppure, ancor oggi, quando si sente parlare di Tiro al piccione più di qualcuno - che ovviamente mai ha letto il romanzo e tantomeno visto il film - considera l'opera degna di interesse. Interesse letterario o cinematografico sicuramente, ma dal punto di vista storico - e se vogliamo, anche politico - si tratta di un'opera criticabile. Un atto compiuto all'interno della cultura antifascista militante, che ebbe scarsissimo successo. Perché all'epoca - ma anche oggi del resto - parlare di quel passato - recente o remoto che sia - era - ed è - un tabù invalicabile. Parlarne male, ma senza odio, diventava scomodo. E le opere di Rimanelli, Mondolfo - e Ruinas - ne sono esempi lampanti.

Del resto, davvero pochi fascisti, checché se ne dica, furono disposti a scendere a compromessi con i comunisti e salire sul loro carro. Scelta - si ricordi sempre - che presupponeva la condanna del fascismo e della RSI e l'accettazione delle "ragioni storiche" del PCI. 

Insomma, bisognava non solo ammettere di aver sbagliato, ma anche ammettere che i partigiani avevano ragione. Allora si poteva essere perdonati e magari si poteva aspirare alla carica di Segretario di Sezione del PCI a Trepponti sull'Adda o, più semplicemente, in un posto di lavoro in una cooperativa rossa. Di diverso respiro è invece il romanzo di Enrico de Boccard, Donne e mitra. De Boccard, classe 1921, faceva parte di quella schiera di uomini che non avevano intenzione di rinnegare o giustificare un bel nulla, sebbene ancora fischiassero le pallottole dei sicari comunisti, le inchieste giudiziarie sui "crimini di guerra", la repressione antifascista. Non aveva bisogno di "mostrarsi presentabile" e si era messo di traverso a un sistema che non era il suo. 

Nel 1948, dalle colonne del battagliero periodico "Architrave" diretto da Guido Scotto, fu animatore di una stagione straordinaria di rivendicazione di un ideale, di fedeltà ad un ideale. Non a caso ebbe aspri scontri con Stanis Ruinas, definito "bagherozzo", considerando "Il Pensiero Nazionale" un "libello scandalistico" al soldo del PCI (che, infatti, finanziava il giornale). De Boccard non era certo un estremista, né un visionario apolitico, ma cercò sempre di stemperare gli animi, di guardare il nemico con gli occhi di un Italiano libero dai pregiudizi. 

E certamente non era neanche un "timido", quelli che piacciono tanto alla destra, ricordato - tra l'altro - per essere stato processato nel 1955 per aver trafugato la "Pietra della pace", un cippo fatto realizzare dagli Stati Uniti per commemorare la resa incondizionata e il passaggio al nemico del Regno d'Italia. De Boccard rivendicò il gesto affermando: 

"Fui indotto ad asportare il cippo per motivi patriottici. Tale cippo infatti fu eretto dagli Americani per eternare la loro impresa nel luogo in cui essi imposer all'Italia l'armistizio-capitolazione. Tale lapide pertanto, a mio parere, rappresentava una offesa all'onore nazionale".

Donne e mitra è certamente un romanzo straordinario, forse tra i più belli che ci raccontano la Repubblica Sociale Italiana. In quanto frutto non di una rielaborazione ideologica tipica di chi quella stagione aveva rinnegato o cominciava a guardarla con disincanto, ma di chi quella scelta aveva fatto una bandiera per la vita di cui andare orgoglioso. E questa sincerità, questa fedeltà, questa visione del mondo, la si ritrova nel romanzo. Per questo non poteva essere funzionale al sistema per cui - anticipando le conclusioni di un certo Fini di un sessantennio dopo - il fascismo era il "male assoluto".

Non anticiperemo nulla, augurandoci che i nostri lettori si sentano in dovere di acquistare il volume e cimentarsi in una piacevole lettura che sa di storia, d'amore, di realtà. Ma alcuni brani dell'appendice tratti da "Architrave" ci sembrano di una straordinaria, quanto desolante, attualità, nonostante siano passati 73 anni!

Scriveva nell'Estate 1948, Enrico de Boccard: "Il guaio è che per il Sig. Pierantoni [Presidente dell'Associazione Nazionale tra le Famiglie Italiane dei Martiri trucidati dai "nazi-fascisti"], e purtroppo per molte altre persone, certi argomenti sono tabù, qualora non siano trattati in modo conforme agli intendimenti di coloro (come il predetto apolitico Presidente) che, essendosi trovati per forza di avvenimenti storici, dalla parte di quelli che hanno vinto, hanno autoproclamato (in modo assai contrastante con quella democratica libertà che è loro sì cara e di cui in realtà ignorano perfino come è fatta) che chi non la pensa come loro deve essere perseguito a norma di codice. 

Essi hanno creato dei miti, dei tabù in nome dei quali tutto è ammesso, dalla denuncia al delitto di folla". E ancora: "Nessuna persona potrà negare che non 'proditori' erano i partigiani, ma proditoria la forma di lotta armata che le circostanze avevano loro imposto di adoperare, magari anche contro la predilezione del loro animo, per leali forme di lotta in campo aperto. Né mi vorrà contestare, ad esempio, l'apolitico Presidente dell'ANFIM, che il lanciare contro una colonna di soldati nemici in divisa un carretto di tritolo non costituisca un tipico esempio di attacco proditorio, specialmente se si tiene conto che l'attentatore era travestito da spazzino. Né vorrà del pari negare che la famosa 'bicicletta dei GAP' sia un modo leale di combattere in campo aperto, contemplato non dico nel Manuale Cavalleresco del Gelli, ma neppure dalle leggi internazionali di guerra. 

Era utile ai partigiani di adoperare quel metodo? Padronissimi di farlo, ma non era né è proprio, allora, il caso di scandalizzarsi allorché l'avversario, in seguito al ripetersi di tali atti, adopera anche lui mezzi adeguati di difesa e di ritorsione. Ma questo l'apolitico Presidente e tutti gli altri che gli tengono bordone non lo vorranno mai ammettere, giacché secondo loro fascisti repubblicani e Tedeschi avevano il sacrosanto obbligo di farsi sparare addosso senza reagire. Reagendo, infatti, secondo i vari Pierantoni, essi diventavano immediatamente degli 'assassini'". 

Concludendo: "Ed a proposito di madri, ha mai pensato, egregio Sig. Pierantoni, Presidente ed apolitico, alle 32 madri tedesche, i cui figli caddero in seguito all''azione' di Via Rasella? Madri il cui dolore, secondo lei, vale di meno o addirittura non vale niente, perché esse appartengono ad un Paese che ha perso la guerra ed i loro figli, secondo la farisaica morale anglosassone in combutta con l'amoralità sovietica, sono stati per definizione dichiarati 'criminali di guerra' o belve nazifasciste? Ha mai pensato a tutte quelle madri i cui figli giacciono nelle foibe della Venezia Giulia, o nei campi della Bassa Emiliana o nelle montagne del Parmense, del Reggiano, della Liguria e del Piemonte? E di quelle che hanno i figli sepolti nel famoso Campo 10 di Musocco, sulle cui tombe è vietato, è tabù deporre un fiore e su cui dei mascalzoni che disonorano le file da cui provengono si divertivano a depositare i loro escrementi? Ha mai pensato Lei, Presidente apolitico, alla moglie stessa di Mussolini, cui un Governo che si dice cristiano rifiuta perfino di comunicare dove è sepolto il cadavere del marito? 

Ci pensi, Sig. Pierantoni, ci pensi e forse si convincerà allora che i Morti, tutti i Morti sono uguali e devono essere ugualmente onorati, siano essi gli Italiani fucilati alle Fosse Ardeatine dai Tedeschi, oppure i Tedeschi impiccati a Norimberga dagli Alleati. Io ho la coscienza, egregio Presidente dell'ANFIM, di non averli mai offesi, questi Morti". Parole che dopo 73 anni sono di una terribile e triste realtà. 

Ecco, allora, nelle polemiche che i neopartigiani sollevano quotidianamente contro la nostra storia e i nostri caduti; nell'odio antifascista rinfocolato dai partiti della sinistra; nella fasciofobia che attanaglia la destra di Governo, democratica e liberale; riscopriamo le parole di Enrico de Boccard.

Utilizziamole nel dibattito, nello scontro, a testa alta, con l'orgoglio di non aver mai rinnegato un bel nulla, con il dovere di continuare su questa strada. Ben pochi avranno il coraggio di rispondere.

Scritto da Pietro Cappellari

Quelle espresse in questo articolo sono le opinioni dell’autore, che non corrispondono necessariamente a quelle de "Lo Schiaffo 321". Immagini tratte dalla rete. Fonte: ultimacrociata.it

MARIO MEROLA - 'o Scudetto (1987)

Mario Merola - O'Scudetto

Artista: Mario Merola 

brano: O'Scudetto 

Anno: 1977

RINO GAETANO VS COSTANZO con BRUNO MAUTONE | interviste

RINO GAETANO VS COSTANZO
con BRUNO MAUTONE

Bruno Mautone nato ad Ischia vive e lavora ad Agropoli (Salerno), dove svolge la professione di avvocato, cassazionista e ha ricoperto il ruolo istituzionale di sindaco. Collabora con giornali, emittenti radio e TV locali; scrive articoli su politica, storia, musica. #FacciamoFintaChe

VALLE CAUDINA: la mappa del tifosi | CAUDIUM


la mappa del tifosi
Il mondo del calcio in Valle Caudina è seguito da tutti, in ogni angolo della Nuova Caudium, senza distinzione di sesso, oltre il becero campanilismo e le divisioni politiche. 

Analizzando il tessuto calciofilo dei tifosi Caudini è emerso una mappa del tifo molto interessante. Le cronache delle ultime ore fanno registrare un fermento all'interno della sorridente fazione Partenopea della zona. A differenza delle legittime polemiche cittadine, esplose ad Avellino, Caserta e Salerno sulla questione "bandiera sì, bandiera no", da queste parti c'è totale autogestione e rispetto tra avversari, oltre allo sfottò di circostanza. In effetti, ognuno decide per sé ed in ogni caso non dovrebbero esserci intemperanze tra le opposte fazioni. Lo scudetto alle porte di Napoli, per giunta, sta scatenando una Napolimania che mancava da oltre trenta anni. 

NAPOLI
La Valle Caudina per quale squadra di calcio tifa? In maggioranza Napoli, mai come ora. Sono attivi da anni i Napoli Clubs a Montesarchio, Airola e Luzzano. Prima anche Cervinara aveva il suo Napoli Club ufficiale con tanto di striscione. 
Oltre alle classiche sedi per giocare a carte, guardare le partite e bestemmiare in aramaico, si registra la nascita dei Supporters Napoli "lavaci col fuoco", un circolo alternativo di appassionati residenti a Montesarchio che spesso segue gli Azzurri oltre che al San Paolo DAM anche all'estero in Coppa Campioni. Al momento i Caudini Napoletanisti sono pronti a trasformare tutti i rispettivi paesi in piccole Forcella per festeggiare "in casa" la storica terza vittoria del Ciuccio.
 

Dopo il Calcio Napoli, come numero di appassionati, ecco subito l'Avellino, seguito da Juventus, Milan e Roma. Secondo un'analisi, basata sull'intervista ad esattamente cento lettrici e lettori de Lo Schiaffo 321, la percentuale delle fedi calcistiche professionistiche è abbastanza eterogenea.  
Caudium è una terra di confini, vista la vicinanza con le provincie di Caserta, Napoli e la divisione interna tra Avellino e Benevento. Il calcio però è un mondo a sé che, spesso e volentieri, cancella l'appartenenza territoriale per abbracciare la Passione per le squadre di ogni angolo della Penisola calciofila. Napoli ed Avellino hanno vissuto gli anni Ottanta della Serie A ed il legame dei Caudini verso il Ciuccio ed il Lupo è molto profondo. Solo negli ultimi periodi, complici un paio di campionati vinti, sono cresciuti i tifosi della Strega giallorossa beneventana per anni confinati nelle serie minori. Benevento sarà una delle poche città campane ad abdicare totalmente ai colori del Napoli 1926.

AVELLINO
Cervinara, San Martino, Roccabascerana e Rotondi, invece, hanno una cospicua fetta di Lupi e Lupacchiotte Biancoverdi. In passato c'erano gruppi di ultras e di tifosi Irpini molto attivi in curva, tribuna ed in trasferta al seguito del magico Avellino; vivono un momento molto difficile in Serie C, ma al Partenio Lombardi il Branco Caudino è sempre presente, tra alti e bassi, con il solito ed ostinato attaccamento viscerale alla Maglia. Forte e sentita la rivalità con Napoli. Indifferenza verso le altre tifoserie.


STRISCIATI
I "nordisti" della Valle si dividono 
in juventini, milanisti e interisti. Quasi tutti gli "strisciati" sono abituati a vivere le partite solo attraverso lo schermo e sul divano. Rare le trasferte dalla Valle, anche se i vari Juve Club, Inter Club, Milan Club sono storicamente presenti in zona, molto amanti delle interminabili discussioni tecnico-tattiche sui marciapiedi delle piazze (ieri) e sulle reti digitali (oggi). Sono oltre trenta anni che loro festeggiano lo Scudetto. Caudium è abbastanza abituata alle sfilate dei vari tifosi di compagini geograficamente lontane. Per loro non esiste la partita casalinga, ma sono tutte trasferte vista la distanza che divide Torino e Milano da qui.


JUVE-INTER
Molto vivaci i tifosi del Juventus Fan Club di Montesarchio dedicato a "Gianluigi Buffon". Insieme a Nola e San Felice a Cancello è tra i pochi circoli ufficiali in Campania delle Zebre sabaude
Negli anni Novanta, invece, sotto la Torre era molto visibile l'Inter Club Ernesto Pellegrini, il faro per gli Interisti di tutta l'area. Oggi troviamo l'Inter Club Montesarchio Valle Caudina estremamente attivo per la festività del Corpus domini, una tradizione secolare della comunità di Montesarchio, celebre per l’allestimento degli “Altari commemorativi” della vita di Gesù Cristo
Sovente si vuol ricordare che tale tradizione, che stava oramai assopendosi, è stata riportata in vita grazie all’impegno profuso dall’Inter club di Montesarchio a partire dagli anni Novanta.


MILAN
Verso la fine degli anni Ottanta, invece, esplose l'amore per il Diavolo rossonero, capace di stracciare tutti i primati nazionali ed internazionali con Arrigo Sacchi in panchina e Silvio Berlusconi ai vertici della blasonata società meneghina. I Milanisti Caudini hanno seguito i rossoneri nelle trasferte oceaniche in Coppa Campioni e non solo. Manca un coordinamento ufficiale, ma i Milanisti rappresentano una bella fetta di calciofili indigeni. Il club ufficiale nasce ad Avellino il 26 gennaio 1986 nei locali del ristorante Giglio d'oro, ritrovo storico dei rossoneri irpini. All'inaugurazione la presenza di due importanti personaggi della storia milanista, quali l'ex presidente Rosario lo Verde ed il fuoriclasse Gianni Rivera, nonché Alessandro Capitanio, presidentissimo dell'Associazione Italiana Milan Club. Nella storia del club l'attiva partecipazione per la manifestazione che prevedeva l'esposizione della Coppa dei Campioni nel centro commerciale di Mercogliano, ripetutasi nel 2003 in occasione della raccolta di fondi a favore della "Fondazione Milan" per vaccinare i bambini del Congo. Inizialmente il club era dedicato alla memoria di Nereo Rocco, successivamente ad Ayrton Senna ed infine a Carmine Maietta, papà scomparso dell'attuale presidente

Da ricordare le sfilate dei cervinaresi rossoneri della Banda Monetti in occasione delle vittorie del Milan. Molto accesa la rivalità con i Napoletani, soprattutto dopo lo scudetto strappato dai milanisti al Napoli di Maradona nella stagione 1987/88. Antipatia con Juventini ed Interisti.


ROMA
In netta crescita i tifosi giallorossi Caudini, specialmente dopo la nascita del Roma Club Cervinara, costola del Roma Club Caudium. In effetti l'accostamento tra Caudium e Roma, pur apparendo forzato, non ha impedito l'impennata di giallorossi in Valle. I Lupacchiotti Caudini Capitolini si riuniscono in locali della zona quando non si muovono per assistere alle partite presso la Tribuna dello Stadio Olimpico di Roma. Entrambi i gruppi organizzati appartengono alla rete Associazione Italiana Roma Club attiva dal 1972.


SCUDETTO
Nelle prossime giornate vedremo questo mondo come risponderà alla vittoria scontata del Napoli in Campionato. Il fermento dei tantissimi Napoletani Caudini, pronti a lasciare il segno nei festeggiamenti in loco, inizia a farsi sentire. La tifoseria orfana di Diego Armando Maradona non andrà in massa a festeggiare al Maradona, ma si riverserà nelle rispettive piazze dopo i numerosi e prevedibili caroselli d'auto strombazzanti. 
Montesarchio potrebbe essere l'epicentro azzurro vista l'ottima organizzazione già messa in campo dai Supporters Napoli e dai Napoli Clubs. L'immensa passione per il Calcio Napoli unisce tutti, giovani, anziani e donne. Gli S.N. organizzano trasferte in casa e fuori, in Italia ed in Europa. In effetti il Napoli di De Laurentis sta scrivendo pagine molto importanti. Con una vittoria in Coppa Campioni i Caudini dal sangue blu potrebbero sognare addirittura la caccia alla Coppa Intercontinentale. 


In calo il tifo per lo Sporting Benevento ad un passo dalla tragica retrocessione in Serie C. Non c'è stata l'esplosione di passione sannita anche perché l'unico campionato di serie A l'hanno visto in televisione a causa del Covid 19. Nel sondaggio spiccano il 2% di falchetti della Casertana e i singoli tifosi goliardici di Hellas Verona e del simpatico Bologna, per motivi di studio. Nessuno tifa la Bari da queste parti.

Per dire la Vostra, contattateci all'indirizzo di posta elettronica caudiumpatrianostra@gmail.com oppure tramite Twitter @SchiaffoLo


 

REPRESSIONE ALLO STADIO DIEGO ARMANDO MARADONA DI NAPOLI | ultras

"Continuiamo così, facciamoci del male”: la celeberrima battuta di Nanni Moretti nel film Bianca, del 1982, rivolta a un commensale che non ha mai assaggiato la Sacher Torte, si adatta alla perfezione al surreale braccio di ferro tra gli ultras del Napoli e le istituzioni cittadine che sta caratterizzando (e rovinando) il clima di festa per il probabilissimo raggiungimento da parte della squadra azzurra del terzo scudetto.

 A chi ha vissuto l'indescrivibile gioia dei primi due trionfi, tutto ciò sembrerà incredibile. Non ci soffermeremo sulla polemica, pure sacrosanta, sui prezzi dei biglietti, e neanche sulla lunare ipotesi di una festa a numero chiuso: quello che ci appare come una inutile forzatura, un “dispetto” controproducente, è l’assurdo e mai messo nero su bianco divieto di introdurre allo Stadio Diego Armando Maradona bandiere e striscioni. 

Poche ore fa, i gruppi organizzati della torcida azzurra hanno annunciato che, a causa del protrarsi di questo divieto, domenica 2 aprile, in occasione della gara con il Milan, le curve resteranno in silenzio per tutta la durata dell’incontro, e sventoleranno vessilli e bandiere prima e dopo, all’esterno dell’impianto di Fuorigrotta. Il Maradona sarà uno spettacolo lugubre e silenzioso. 

Altro che teatro: il Maradona (che Dio vi perdoni) sarà ancora una volta muto e grigio.

Il divieto di ingresso delle bandiere in uno stadio è un qualcosa di talmente assurdo da apparire irreale: nessuno è ancora stato in grado di spiegare quale sia l’obiettivo concreto di questa direttiva mai messa per iscritto, poiché se ciò fosse accaduto nessuno avrebbe avuto, immaginiamo, il coraggio di firmarla assumendosene le responsabilità. Si tratterebbe, stando a indiscrezioni, di una sorta di “castigo supplementare” per i disordini tra ultras di Roma e Napoli sull’autostrada, che si sono verificati lo scorso 8 gennaio. 

Un castigo inflitto solo ai partenopei, che sarebbe dovuto durare due mesi, e che invece è stato prorogato fino a data da destinarsi. Un castigo che colpisce indiscriminatamente tutti i tifosi: ultras e non, adulti e bambini. Il divieto di introdurre bandiere in uno stadio è qualcosa di inedito nel panorama sportivo mondiale: mai, a nostra memoria, una norma così inutile ai fini della sicurezza e del rispetto della legalità era stata applicata, e probabilmente neanche immaginata. 

Eppure, questo divieto resta, e finisce con l’alimentare tensioni. Preghiamo i nostri lettori di risparmiarci i giudizi moralistici: qui non si tratta di un provvedimento da ritenere giusto o sbagliato, ma solo e soltanto dannoso. Un divieto che rappresenta però un motivo di estrema frustrazione per tutti i frequentatori, abituali e non, dello stadio Maradona, mutilato di una parte essenziale del calcio, ovvero del tifo, del sostegno, dei colori sfavillanti che caratterizzano ogni impianto sportivo, grande o piccolo, del pianeta.

A chi giova tutto ciò? Non si sa. Quello che si sa è che se c’era un momento sbagliato per mortificare la passione, era proprio questo. Se c’era un momento sbagliato per dividere ciò che gli splendidi ragazzi della squadra e il mister Luciano Spalletti hanno unito, era proprio questo. Se c’era un momento sbagliato per soffiare sul fuoco delle proteste e delle contestazioni, era esattamente questo. 


Per quanto ci riguarda, non possiamo fare altro che appellarci alla responsabilità di sindaco, questore, prefetto e presidente: vale davvero la pena macchiare questo momento così importante per tutti i milioni di tifosi azzurri con l’inchiostro nero di una ripicca da bambini dell’asilo? 

Secondo noi no, non ne vale assolutamente la pena. Cancellate, dunque, questo divieto mai scritto, fate in modo che le  bandiere azzurre garriscano al vento della vittoria e lasciate esprimere questa tifoseria. Smontate, mattoncino dopo mattoncino, questo muro che si è voluto erigere tra tifosi e decisori. 

Non continuiamo così. Non fatevi ancora del male. 

ULTRAS LIBERI ...ULTRAS LIBERI ...ULTRAS LIBERI!

Quelle espresse in questo articolo sono le opinioni dell’autore, che non corrispondono necessariamente a quelle de "Lo Schiaffo 321". Immagini tratte dalla rete. Fonte: #UltrasEgradinate