venerdì 16 dicembre 2022

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Svelare il Giappone: il Premio Umberto Agnelli al saggio dell’Ambasciatore Mario Vattani - OCCHIO NERO

"Occhio nero, oenne" è la nuova rubrica de Lo Schiaffo 321 dove troverete articoli legati, più o meno, alla poliedrica area. Un occhio nero per tutti i benpensanti politicamente corretti e/o inetti.

Buona lettura.

Svelare il Giappone: il Premio Umberto Agnelli al saggio dell’Ambasciatore Mario Vattani

È stata la stessa Allegra Agnelli, sull’isola di San Servolo, a Venezia, a consegnare all’Ambasciatore Mario Vattani il prestigioso Premio Umberto Agnelli, istituito come riconoscimento a rappresentanti italiani e giapponesi della carta stampata, del mondo dell'informazione e della divulgazione che diffondono e approfondiscono la conoscenza dei due Paesi nei vari aspetti politici, economici, sociali e culturali.

Organizzato dalla Fondazione Italia Giappone, è stato attribuito per la prima volta nel 1992. In seguito alla scomparsa del Dottor Agnelli, il Consiglio di Amministrazione della Fondazione ha deliberato di dedicarlo alla sua memoria. Mario Vattani è attualmente Ambasciatore d’Italia a Singapore, ha svolto la sua attività diplomatica per due volte in Giappone: all’Ambasciata d’Italia a Tokyo e come Console Generale a Osaka.

Vattani è profondo conoscitore della cultura giapponese” recita il testo letto dal Presidente della Giuria Umberto Donati “della sua lingua e delle sue tradizioni, ma si può dire che tutta la sua vita à legata al filo rosso di questa passione”.

Nel 2016, Mondadori pubblica il primo romanzo di Mario Vattani Doromizu - Acqua torbida, accolto da un successo di critica e di pubblico. In seguito escono nel 2017 La Via del Sol Levante e i romanzi Al Tayar - La corrente nel 2019 e più recentemente Rika nel 2021.

Nella motivazione si spiega come “nel 2020 viene pubblicato da Giunti Editore il voluminoso saggio Svelare il Giappone che affronta in maniera originale il mondo nipponico non tanto da un punto di vista filosofico e dottrinale, ma attraverso i costumi e il modo di vivere e di pensare dei giapponesi nella vita quotidiana. Il libro vince, appena uscito, il premio letterario Casino di Sanremo A. Semeria e arriva in pochi mesi alla quarta ristampa.

“Sono onoratissimo di ricevere questo premio”, ha dichiarato l’Ambasciatore Vattani, “dedicato alla memoria di una persona che tanto ha fatto per rafforzare i rapporti tra Italia e Giappone. Sono grato ad Antonio Franchini e a Giunti Editore per avermi spronato a lavorare a questo saggio, oggi giunto alla quinta ristampa, e davvero felice che la crescente curiosità del pubblico italiano per il Giappone ne continui a confermare il successo editoriale”.

In Svelare il Giappone l’autore, in modo accattivante ed efficace, accompagna per mano il lettore in un percorso attraverso un Giappone intimo e a volte oscuro, ne chiarisce alcuni misteri e ne sfata molti luoghi comuni. Ne risulta un’opera che spicca per completezza e per aver affrontato con serietà e precisione alcuni temi che pochi altri scrittori hanno avuto la pazienza e la curiosità di sviscerare”.

Lo stesso giorno è stato consegnato anche il premio dell’edizione precedente (2020) al Professore di letteratura, di lingua e cultura giapponese all’Università di Napoli l’Orientale, Giorgio Amitrano, il quale non aveva potuto riceverlo per via delle restrizioni Covid. Il Prof. Amitrano è anche il traduttore pluripremiato di Banana Yoshimoto e Murakami Haruki. Scrittore, saggista e autorevole yamatologo, dal 2012 al 2019 ha retto brillantemente l’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo.

I premiati i delle precedenti edizioni sono Marco Panara di Repubblica; Guido Busetto de Il Sole 24 Ore; Vittorio Zucconi del gruppo l’Espresso; Pino Di Salvo della Rai; Nello Puorto della Rai; Ernesto Toaldo dell’Ansa; Vittorio Volpi per i suoi articoli sul Corriere della Sera; Mauro Mazza direttore del TG2 Rai; Roberto Maggi dell’Ansa; Pio d’Emilia di Sky Tv; Stefano Carrer de Il Sole 24 Ore; Giulia Pompili de Il Foglio; Akira Kobayashi, corrispondente da Milano del quotidiano NihonKeizai (NIKKEI) il più importante giornale economico giapponese; Mario Sechi Direttore AGI, già direttore de Il Tempo; Shuichi Habu, già Direttore del Dipartimento Culturale e Corrispondente in Italia dello Yomiuri Shimbun, il principale quotidiano nazionale giapponese; Stefania Viti, autrice di articoli e libri su vari aspetti della cultura giapponese; Takayuki Terashima produttore del programma TV “Racconti dei borghi d’Italia” trasmesso dalla BS NTC; Antonio Moscatello corrispondente Aska News, Yoko Uchida, autrice di numerosi articoli e libri sull'Italia, tradotti anche in cinese e coreano, tra i quali "Montereggio. Vicissitudini di librai viaggiatori da un paesino." (aise

"Occhio Nero, oenne" 

SPECIALE ALLUVIONE 1999 - Calamità reale e denaro virtuale. Il giallo dei miliardi scomparsi | POLITICA


calamità reale e denaro virtuale 
il giallo dei miliardi scomparsi 

Sul palcoscenico della tragedia reale si recita anche la farsa del denaro virtuale: 300 miliardi di lire per opere idrogeologiche che la Regione Campania stanziò o forse non stanziò, che ieri c'erano e oggi non ci sono più.

E che rimbalzano da un politico all'altro: l'attuale giunta, di centro-sinistra, accusa la vecchia giunta, di centro-destra, che a sua volta se la prende con la nuova, che però, miracolo dei ribaltoni mastelliani, è anche un po' la vecchia giunta. Sembra uno scioglilingua. È la storia di 250 miliardi di fondi europei e 50 regionali svaniti nel nulla.

Il 22 novembre del '98, racconta Franco Bianco, originario di Cervinara e capogruppo di Forza Italia alla Regione Campania, quei soldi con un'apposita delibera furono «appostati in bilancio». Il termine è tecnico e brutto, ma si dice proprio così. 

«Significa che furono messi in bilancio. Erano destinati», spiega Bianco, «ai 219 comuni a grosso rischio della Campania. Tra questi anche Cervinara, che aveva segnalato la necessità di pulire due torrenti, il San Gennaro, per una spesa prevista di 600 milioni, e il Cardito, spesa di 500 milioni».

d- E poi? 

r- «Poi la giunta di centro-destra, quella presieduta da Antonio Rastrelli, cadde. Arrivò il ribaltone e, grazie alla conversione delle truppe mastellate, anche l'attuale giunta Losco».  

d- E i soldi per Cervinara e gli altri Comuni?  

r- «Centoventisei miliardi della Comunità europea furono utilizzati per l'emergenza Sarno».  

d- E gli altri?  

r- «Caduta la giunta Rastrelli, tutto passò nelle mani della giunta Losco».  

d- E cosa è successo?  

r- «La somma è stata riappostata nel bilancio '99 e a settembre la relativa delibera è stata mandata in quarta Commissione consiliare. L'assessore al Bilancio si è però opposto sostenendo che quei soldi non c'erano, mentre l'assessore alla Difesa del suolo si è pronunciato a favore dicendo che quei miliardi c'erano. Il presidente della commissione ha chiesto spiegazioni e proprio in quei giorni a Cervinara si è scatenato il finimondo».  

d- Mentre a Roma discutevano, a Sagunto con quel che segue. E dopo la tragedia?  

r- «Dopo la tragedia la giunta Losco ha ritirato la delibera da 300 miliardi e ne ha presentata una da 50, quaranta per il monitoraggio e dieci per gli interventi in quattro province. Due miliardi e mezzo a provincia. Una miseria. E per questo io mi sono opposto». 

d- Al Comune di Cervinara, però, è anche arrivata una comunicazione in cui si diceva che quei soldi c'erano e che bisognava presentare i relativi progetti, cosa che il Comune ha regolarmente fatto venendo poi a sapere che quei soldi non c'erano. Una beffa, prima del danno. E la lettera che informava i Comuni a rischio risale al periodo della giunta Rastrelli, quella di centro-destra. È corretta una tale procedura?

r- «Era la comunicazione di una proposta di delibera». 

d- Corretta? 

r- «Non proprio. Ma tenga presente che gli assessori di centro-destra, almeno in parte, sono gli stessi assessori che oggi fanno parte del centro-sinistra. Sono gli stessi che prima hanno dato delle aspettative e ora gridano allo scandalo». 

d- Chi sono? 

r- «Io li chiamo i mastelliani. Il presidente della giunta, Andrea Losco, che ora parla di una delibera fantasma fatta dalla precedente giunta, è stato presidente della Commissione Bilancio e come tale ha dato l'assenso tecnico per i 300 miliardi. E l'assessore ai Lavori pubblici e al sottosuolo della giunta di centro-destra è assessore ai Lavori pubblici nella giunta di centro-sinistra».

d- Potenza dei ribaltoni.

r- «Certo, ma come cittadino di Cervinara mi preme anche far notare che ai funerali delle vittime Andrea Losco non c'era. E non c'erano neppure Mancino e la Jervolino. C'eravamo noi. E, delibera o non delibera, mancavano tanti di quelli che oggi dicono di stare dalla parte di Cervinara».

tratto da: Il Borghese, settimanale de "Il Principe, Destra di Popolo" (9.1.2000) 
Autore: Mattias Mainiero.

COMUNITÀ MILITANTE CAUDINA 321 | volantino


 

SPECIALE ALLUVIONE 1999: «Una tragedia annunciata. Fango, lacrime e colpevoli silenzi». | POLITICA

IRPINIA/UNA TRAGEDIA ANNUNCIATA.

FANGO, LACRIME E COLPEVOLI SILENZI.

"Viaggio nel paese dell'alluvione, feudo dei vecchi dc dove i canali sono cementificati e gli alvei tappati, le case si ergono a strapiombo sul baratro e i parchi giochi sono insulti al buonsenso. Dove la pioggia è sempre un diluvio che trascina giù dalla montagna melma e lavastoviglie, alberi e frigoriferi, lastroni di cemento e massi. E dove la morte arriva fra l'indifferenza dei potenti".

DA CERVINARA, MATTIAS MAINIERO

Questa è la storia di un paese ridicolo, emblema e avamposto di una nazione da incubo. Cervinara, quaranta chilometri a nord di Napoli, una manciata o poco più da Avellino. Qui Nicola Mancino, popolare, presidente del Senato, ha il suo feudo elettorale, antico, solido. Qui Alberta De Simone, deputata, diessina, raccoglie i suoi voti, che non sono pochi. Qui i Romani, secoli fa, abbassarono la schiena passando sotto l'umiliazione delle Forche Caudine

Qui, nella notte tra il 15 e il 16 dicembre, la natura decise di dire basta. Basta all'ignoranza, all'incultura, al pressappochismo, alla faciloneria, alle dimenticanze. Basta a quelle Forche Caudine anni avevano che per anni funzionato al contrario, i Romani che scendevano con la schiena dritta a dispensar soldi ed elemosine, tutt'intorno i locali proni a stender la mano per raccogliere oboli e regali. C'è un monte sopra Cervinara. Sta lì, da sempre, alto e massiccio. 

Quella notte borbottò, cominciò a perder pezzi. Sotto un diluvio che qui sembrò universale, a valle cominciò a scender di tutto: fango, alberi, radici, massi. Tutto quello che c'era sulla montagna. E tutto quello che gli uomini vi avevano messo sopra: carcasse d'auto e di lavastoviglie, vecchi frigoriferi, qualche lavatrice, immondizia, tubi di ferro, lastroni di cemento.

Pianti e risate

«Era da poco passata la mezzanotte», racconta Annamaria Zipete. E, incredibile a dirsi, nel suo sguardo non c'è terrore, non c'è rabbia. Fredda cronaca di una notte di tragedia che qui tutti si aspettavano. Scrutavano la montagna, calcolando i giorni che mancavano al tacito appuntamento con la morte. Indifferenti, insensibili, cocciutamente inattivi. E sorridevano pensando che le loro case stavano venendo su bene. Che la mansardina aveva preso forma, la verandina era stata costruita, il parco giochi era lì, la piazzetta, quel facsimile di piazzetta, era stata lastricata.

Beati erano, e anche un po' ebeti. Il signor Mario aveva fatto ridipingere la facciata della sua casa e s'era dimenticato che quella casa s'ergeva a strapiombo sul fiume e sul canale che avrebbero scatenato la tragedia. E Silvia e Giulia o Alessandra o Nunzia giravano su una giostra che in qualunque Paese civile avrebbero smontato il giorno dopo la costruzione. Parco giochi lo chiamavano. Uno sputo, uno scaracchio vomitato dal potente di turno su una lastra di cemento di pochi metri quadrati che faceva da copertura a un canalone intasato di erbe e immondizie. Neppure i sette nani avrebbero potuto giocarci senza offendersi. Neppure il maligno della favola di turno l'avrebbe potuta sistemare proprio lì, quasi a voler sfidare la natura. Vieni, siamo pronti a farci distruggere.

Ma questa è Cervinara, lacrime e risate, tragedia e commedia che si mescolano in un tutt'uno indefinibile. Cervinara, con i canali che raccolgono le acque che vengono giù dalla montagna e che sono ancora quelli dei Borboni, mentre l'uomo che è andato sulla Luna già medita di sbarcare su Marte. Cervinara, con le sue strade inverosimili, le sue case spuntate dappertutto. Eccola qui la tragedia del paese ridicolo, insulto alla logica, alla correttezza. Un insulto che fino a ieri sorrideva, e non si sa di cosa, per cosa. Non si sa dove ne trovasse il coraggio. 

L'allarme inascoltato

Anni fa c'erano a Cervinara tredicimila abitanti. Oggi poco più di diecimila. Ma si è continuato a costruire mentre la gente andava via, perché il cemento significa potenza, perché dopo l'auto di grossa cilindrata non resta che affidarsi al mattone per tappare i buchi che i libri non hanno colmato.

Non c'è Internet da queste parti. Non ci sono locali per i giovani. Ci sono stati i soldi del dopoterremoto. Settantaquattro miliardi spesi in edilizia. Solo, unicamente in edilizia. Un nuovo Municipio sorto al posto di un seicentesco convento, una nuova orrenda chiesa che già cade a pezzi, una vecchia deliziosa chiesa non ancora ricostruita, un palazzetto dello sport costato miliardi e rimasto lì, vuoto falansterio, freddo monumento alla demagogia. Nessuna risistemazione del territorio, nessun riassetto urbanistico, nessuna concessione alla civiltà. Cemento e deserto ai piedi della montagna. E quella piazzetta con quel parco giochi da cartolina per subnormali.

La morte viene col fiume

«Qui a Cervinara», spiega Guido Simeone, ingegnere capo del Comune, «non c'è abusivismo. E non c'è stata neppure deforestazione. La tragedia, l'alluvione, i morti sono dovuti alla particolare natura della montagna che è venuta giù da sola». 

E il guaio è che l'ingegner Simeone ha in buona parte ragione. Qui a Cervinara è quasi tutto legale. Anche lo scempio ha il timbro in regola. Di abusivo c'è la logica, il buonsenso, l'efficienza. Li ritrovi qui e là, a sprazzi, mal tollerati. Li ritrovi in un signore del Veneto, Antonio Seren, che da vent'anni vive in queste terre, che va per funghi e che al bar ti racconta: «Lo sapevamo tutti, prima o poi doveva accadere». Ma lui è del Veneto e parla un'altra lingua.

Li ritrovi in ValerioiCriscuoli, vent'anni, presidente di Azione Giovani "Sergio Ramelli", che dieci mesi prima della tragedia e dei morti ha allestito una mostra fotografica con i suoi amici denunciando la tragedia che ci sarebbe stata. E nessuno lo ha ascoltato. Ma Valerio è giovane ed è di destra, minoranza nella terra dei viceré prima democristiani e poi popolari, la terra dove anche la destra, quella adulta, ha scoperto l'odore del potere e delle poltrone, sedendosi e adeguandosi. Le sue foto erano là, appese al muro, formidabile j'accuse, disperato grido d'allarme e di dolore. Le hanno viste. Hanno visto quel paese allagato prima ancora che venisse l'alluvione. E non si sono mossi d'un millimetro, fino a quella notte fra il 15 e il 16 dicembre, quando si sono aperte le cataratte del cielo e degli occhi. Giù fango e lacrime, che non devono commuovere. 

«Ho sentito la gente urlare», racconta Sandra, 17 anni, studentessa. «Ho visto un gran viavai. Ho sentito il rumore. Era il fiume»

Il fiume, lo chiamano. Non ha un nome, come in un racconto di Hemingway, figuriamoci un alveo che potesse chiamarsi alveo. L'acqua, il fango, il fogliame, i detriti, i sassi, il cemento, l'ira di Dio e l'immondizia degli uomini giù dalla montagna che l'Italia dei Mancino e dei De Mita, dei Mastella e dei De Simone, di Jervolino e Assunta e Giuseppe e vattelappesca, l'Italia del tirare a campare, tutti insieme, che chiudono un occhio e anche due, non ha mai risistemato. Metro dopo metro il fiume ha preso vigore e velocità. È arrivato alle prime case, dove c'erano quei canali che non erano più canali. Erano tappati, dalla terra, dalle erbacce, dall'incuria. Dall'inciviltà di chi pensava che vivere in paese significasse solo curare il proprio orticello e addobbare l'albero del suo Natale che per quest'oggi non c'è. Né per lui ne per gli altri.

Vite spezzate

«Alla prima curva», raccontano in Comune, «la melma è andata dritto». Ed è stato il finimondo. Case distrutte, vite spezzate, alberi divelti. E quel po' di fango che ha preso la via dei canali, che li ha intasati facendoli esplodere. Perché i canali, nel paese degli Attila eletti col voto popolare e degli assurdi mattoni col timbro in regola, non sono soltanto tappati. Sono anche coperti. Dal cemento, naturalmente. E sulla copertura c'era di tutto; a partire dal parco giochi. Sei i morti, due ancora dispersi. Ma potevano essere molti di più. Se i volontari alla fine non si fossero svegliati riscoprendosi cittadini e dando l'allarme. Se non fossero andati casa per casa a bussare e quasi obbligare lo sgombero. Se non avessero lottato per ore e ore contro il fiume. 

Gli uomini e il fiume, scriverebbe Hemingway. Gli uomini e la montagna. E racconterebbe del marito di Annamaria Zipete che ha aperto la porta di casa e ha detto al maledetto serpente di melma di accomodarsi in salotto facendolo uscire per la porta del retro, lui e il figlio rintanati nel bagnetto, la moglie e l'altra figlia sul balcone ad attendere un elicottero che le portasse in salvo.

Ma non potrebbe, Hemingway, non potrebbe perché qui di eroico c'è ben poco, raccontare di don Antonio Raviele, parroco del paese, che ai funerali accusa i potenti, il parroco che è nipote del sindaco della ricostruzione e figlio di un altro uomo che ci ha rimesso la casa. E solo ora parla senza spiegare perché prima ha taciuto. Storie di paese, storie del Sud. E il parroco accusando i politici accusa senza saperlo anche se stesso e chi per anni è stato zitto, contraccambiando il proprio silenzio col piccolo permesso, col tacito accordo, il tirare a campare, il volemose bbene che qui si chiama quieto vivere e ha radici antiche. 

Accusa il potere e i suoi mille tentacoli, potere che prima era democristiano e poi si è riciclato cambiando stemma, ma rimanendo democristiano. E accusa il consociativismo, sfociato in quell'ultima giunta dove sedeva anche l'opposizione d'una volta, dove ai Lavori pubblici c'era Alleanza Nazionale. E dove tutto è finito con un commissario straordinario e nulla è stato fatto. 

Vecchia storia di un Sud che chiede aiuti e non sa aiutarsi da solo. Brutta storia di un Sud che nelle leggi e nelle pieghe delle leggi trova i soldi e la forza per costruirsi le legalissime e inutili e pretenziose mansardine e non per risistemare la montagna. 

Un Sud che pretende, ma che non vede più in là della sua casa, del giardinetto, del privato. Ciò che è pubblico, qui a Cervinara e in Irpinia e in Campania e nello sconfinato deserto del Mezzogiorno, resta terra abbandonata. Non ci pensa Roma. E non ci pensano i locali. Nessuno fa. E nessuno s'arrabbia, se non dopo, ora, contando i morti, i dispersi, le case lesionate e quei cinquecento sfollati che pesano sulle coscienze di Roma e di Cervinara.

«Avevamo chiesto seicento milioni per la risistemazione di uno dei canali. E poi altri cinquecento per un altro canale ancora», racconta l'architetto Nicodemo De Vito, dell'ufficio tecnico comunale.

Volontari e ditte private

Quei soldi non sono mai arrivati. E la presa in giro d'una Regione che aveva promesso e non ha mantenuto la promessa, lo scaricabarile sulla pelle dei futuri alluvionati che sapevano che prima o poi sarebbero rimasti alluvionati, sono passati sotto silenzio. Allora. E ora peggio ancora. 

Perché, racconta l'ingegnere capo scrutando progetti, mappe relazioni, «anche se quei canali fossero stati sistemati la tragedia sarebbe ugualmente scoppiata». Perché la colpa è della montagna e «l'unica cosa da fare è monitorare costantemente il monte. Monitoraggio strumentale e a vista». Monitorare la tragedia in arrivo, seguirla passo passo, vederla avvicinarsi per poter fuggire prima. Non prevenirla. Figuriamoci. 

Siamo a Cervinara, che vive oggi la sua tragedia di paese ridicolo, avamposto di una nazione da operetta anche nel lutto. Siamo nel Sud d'Italia, terra di fatalismo, piagnistei, piccoli e grandi omertà. Terra di conquista che ha la vocazione d'essere conquistata e calpestata purché sia salvo il piccolo personalissimo tornaconto, che è la tomba del pubblico tornaconto. 

Paese dove il fango viene ancora spalato da volontari e ditte private, dieci operai, tre automezzi di cui uno perde anche nafta. E 350 uomini della Protezione civile sotto la guida dell'ingegner Piero Moscardini, reduce dal Kosovo e dall'Abruzzo terremotato, eroe senza virgolette che combatte con la montagna e il freddo, le case pericolanti e il fango, che non si dà per vinto ma è circondato da un paese che si è sconfitto da solo.

Peggio dei Borboni

Adda passa' 'a nattata, diceva Eduardo. E 'a nuttata non passò. Non poteva passare. Perché a Cervinara e in tanta parte del Sud, a Quindici che sta proprio dall'altra parte della montagna di pastafrolla, a Sarno che dista solo pochi chilometri e che ancora piange, nei 330 comuni a rischio di frana del Mezzogiorno d'Italia, nei duemila chilometri quadrati di catastrofe in agguato, chilometri quadrati censiti, ufficiali, riflettori si accendono solo quando è l'ora del fango e delle lacrime. Cristo si fermò a Eboli. Lo Stato è arrivato ad Avellino o giù di lì. 

A Cervinara e in tanti altri paesi simili ha messo radici la cultura del dopoterremoto, che non vuol dire riassetto idrogeologico. Non vuol dire costoni di montagne bonificati. Non vuol dire civiltà. Significa solo ed esclusivamente soldi pubblici per opere private e manufatti comunali sventolati come falli pompeiani, simboli di abbondanza, potenza. Fertilità. Che così intesa genera solo tragedie. Persino i Borboni seppero fare meglio scavando quei canali che ancora oggi sono gli unici canali esistenti in tante zone del Mezzogiorno e che ancora oggi drenano le acque che scendono giù dalle montagne. Fino a quando la montagna non s'arrabbia e ti scatena una catastrofe.

tratto da: Il Borghese, settimanale de "Il Principe, Destra di Popolo" (9.1.2000) 
Autore: Mattias Mainiero.

giovedì 15 dicembre 2022

La grande sconfitta di questo periodo è la verità | POLITICA

Io credo che per tutti noi sarebbe saggio sospendere ogni giudizio sulle infinite atrocità che stanno dilagando nel mondo. Di sospenderlo perché del tutto privi di informazioni obiettive su quanto accade in Israele, in Ucraina, in Iran, in India.

La grande sconfitta di questo periodo è la verità. È il sistema mediatico ad essere collassato, ridotto a pubblicità progresso.

Il sistema mediatico punta sul sentimento, ad annullare la capacità di discernimento, a creare la spirale del silenzio per chi ha domande, mira a impedire che le crepe delle narrazioni possano essere portate alla luce.

Io sospenderei il giudizio. Non so nulla di quello che sta succedendo, non posso distinguere una rivolta di popolo da una rivoluzione arancione sponsorizzata dai soliti servizi angloamericani.

In questi anni abbiamo visto come tutte le nostre indignazioni fossero state costruite. Le fosse comuni nella ex Jugoslavia costruite dai servizi segreti inglesi, la prova di armi chimiche in mano a Saddam inventate da americani e da quel progressista di Tonino Blair, gli accordi di Minsk fatti per imbrogliare i russi e avere il tempo di riempire di armi l’Ucraina.

Forse la prima richiesta, la prima esigenza, prioritaria persino alla giustizia, è il diritto a sapere in che mondo viviamo. E non lo sappiamo affatto.

Scritto da Vincenzo Costa

 Quelle espresse in questo articolo sono le opinioni dell’autore, che non corrispondono necessariamente a quelle de "Lo Schiaffo 321". Immagini tratte dalla rete.

Fonte: ariannaeditrice.it

IMPERIUM | Jean (2005)

Imperium - Jean

Gruppo: Imperium

Album: Vita est militia

Brano: Jean

Anno: 2005

Il Libro Perduto del Dio Enki - Tavoletta Quinta - Parte Quarta | AUDIOLIBRO

Il Libro Perduto del Dio Enki

Quinta Tavoletta - Parte Quarta

Zaccaria Sitchin è stato uno scrittore azero naturalizzato statunitense. 

È stato autore di molti libri sulla cosiddetta archeologia misteriosa o pseudoarcheologia, e sostenitore della "teoria degli antichi astronauti" come spiegazione dell'origine dell'uomo. Le speculazioni di Sitchin, basate sulla sua personale interpretazione dei testi sumeri, vengono considerate pseudoscienza e pseudostoria dalla comunità scientifica, rifiutate da scienziati, storici e accademici.

Inoltre le teorie e i libri di Sitchin sono stati fortemente criticati per ragioni quali la mancanza di conoscenze o studi specifici sull'archeologia mesopotamica e sulla storia del Vicino Oriente antico, congiunta ad una metodologia difettosa nello studio dei testi antichi sumerici, traduzioni errate di tali testi e affermazioni astronomiche e scientifiche che non corrispondono alla realtà.

Egli attribuisce la creazione dell'antica cultura dei Sumeri ad una presunta razza aliena, detta Elohim (in ebraico) o Anunnaki (in sumero), proveniente dal pianeta Nibiru nei testi Sumeri e in quelli Babilonesi Marduk, un ipotetico pianeta del sistema solare dal periodo di rivoluzione di circa 3600 anni presente nella mitologia babilonese. L'esistenza di corpi celesti oltre Nettuno, di grandi dimensioni è comunque tuttora oggetto di dibattito, specialmente dopo la scoperta di Sedna.

 

martedì 13 dicembre 2022

FAVOLE ITANGLOMANI - 20 baggianate itanglesi demistificate una ad una (17/20) | CULTURA

I sostenitori dell’itanglese tendono spesso a contraddirsi. Non è inusuale che nella stessa frase neghino il fenomeno, o lo minimizzino, per poi però anche dire che è un’ottima cosa, bella, moderna, inevitabile, e «comune a tutte le altre lingue». Analizziamo una a una le gemme più tipiche alla fiera dell’anglomania.

17. «Lasciateci parlare come cacchio ci pare» (vedi qui)

RISPOSTA: Questa, diffusa dallo scrittore Andrea Donaera, che ne fa una questione di figata anagrafica (anche se per lui fuori tempo massimo) tra sghignazzate disdegnose verso i boomer e una strizzata d’occhio ai Millenial e alla Gen-Z, è davvero, come si dice, «terra terra», anzi trash, così giochiamo a fare i fighetti tristi di mezz’età anche noi.
Lasciamo da parte la patetica contraddizione del fatto che, come sottolineato dallo scrittore Walter Siti, «è curioso che i sostenitori della libertà di scrivere e parlare siano così rigidi nel condannare certe parole» (in referenza all’ossessione sempre più frequente dello stesso Donaera verso la presenza di generi nella lingua italiana).
Lasciamo perdere il chiedersi di cosa si lamenti Donaera, dato gli italiani sono arrivati a coniare orrori linguistici quali «daily tampon» e «school shooting» senza senso del ridicolo, per cui più «cacchio ci pare» di così non si può.



Il punto è questa ossessione specchio dell’epoca narcisa per l’io, il me, il cacchio che ci pare. Tutti gli altri? Non ce ne frega nulla.
Anzi, le persone di una certa età? Liquidiamole con un dispregiativo boomer. Che ce ne frega del loro diritto a capire, nel Paese dove hanno pagato le tasse da una vita, le informazioni più semplici senza dover camminare con il dizionario italiano-inglese-itanglese in mano? Eppure, per chi non ha avuto la fortuna di avere il viaggio/studio a Brighton o la scuola di lingue pagata da mammà e papà, spesso l’inglese è una lingua aliena allo stesso livello di quanto siano il polacco o l’ungherese per il 99,999% dei cittadini italiani. Empatia, questa sconosciuta.

Quelle espresse in questo articolo sono le opinioni dell’autore, che non corrispondono necessariamente a quelle de "Lo Schiaffo 321". Immagini tratte dalla rete.

Fonte: https://campagnapersalvarelitaliano.com/favole-itanglomani/

lunedì 12 dicembre 2022

«Attenzione alla lezione appresa alle Forche Caudine». Riflessioni d'Oltreoceano su Caudini, Irpini, Frentani, Carricini e Pentri | CAUDIUM


La Valle Caudina analizzata nella contea di Rockingham, Stati Uniti d'America.

"Attenzione alla lezione appresa alle Forche Caudine" è il titolo di un articolo d'approfondimento e riflessione sulla Battaglia delle Forche Caudine, in occasione della II guerra sannitica, del 321 Avanti Cristo.

Brando Quintin, è il responsabile marketing dell'Heritage Museum di Dayton in Virginia. L'autore d'oltreoceano è un ex assistente editoriale, amante della storia militare, presso MHQ, The Quarterly Journal of Military History.

Buona lettura.


Attenzione alla lezione appresa alle Forche Caudine

Ci sono alcuni eventi nella storia militare che superano il resto. Non sono semplicemente battaglie, campagne o guerre. Insegnano più delle specificità della scienza militare. Ci sono alcuni eventi che insegnano un'arte e affrontano argomenti morali e filosofici di natura senza tempo. È molto utile sapere come girare il fianco di un esercito che avanza. È qualcosa di completamente diverso comprendere e bilanciare gli interessi contrastanti della vittoria e della misericordia, dell'efficienza e della moralità.

Tito Livio

Durante il regno del grande Augusto, Tito Livio scrisse la sua monumentale storia dell'antica Roma.(1Nascosto nel profondo delle sue migliaia di pagine c'è un breve racconto che rischia di essere perso o dimenticato dal lettore distratto. In un solo passaggio Livio illustra il pericolo mortale delle mezze misure e delle vie di mezzo in guerra. 

Il suo messaggio ai grandi capitani di domani è chiaro: «Attenzione alla lezione appresa alle Forche Caudine».

Alessandro Magno

Alessandro Magno morì nel 323 a.C., e con lui l'età ellenistica. Fu allora che l'età romana ei suoi otto secoli di magnificenza ebbero il suo umile inizio. Ma la Roma del IV secolo avanti Cristo era poco più di una città-stato. L'Impero che il mondo avrebbe imparato ad amare e la paura non era ancora all'orizzonte. In primo luogo, Roma dovette strappare il controllo della penisola italiana alle varie tribù sparse che la chiamavano casa. Sulle colline a oriente abitavano i Sanniti, ossia Caudini, Irpini, Frentani, Carricini e Pentri. Sfortunatamente per loro, furono il primo grande ostacolo sulla strada dell'espansione romana.

Ci furono tre guerre sannitiche che si svolsero a fasi alterne dal 343 al 290. Ma è la seconda, che infuriò dal 326 al 304, che maggiormente riguarda questa storia. I Romani, abili propagandisti quali erano, si rifiutarono di iniziare una guerra di conquista senza una causa che potessero portare al popolo e agli dei. Per aggirare l'enigma i Romani escogitarono la subdola scappatoia morale di provocare Caudini, Irpini, Frentani, Carricini e Pentri ad attaccare per primi. Lo fecero insediando in modo bellicoso cittadini Romani nel territorio Sannita. Caudini, Irpini, Frentani, Carricini e Pentri reagirono attaccando l'alleata romana Neapolis. I Romani avanzarono per incontrarli e cacciarono i Sanniti dalla città, dando inizio alla seconda guerra sannitica nel 327. La prima fase della guerra fu segnata da un lungo elenco di vittorie romane. Caudini, Irpini, Frentani, Carricini e Pentri, dato che in primo luogo non avevano mai chiesto la guerra, chiesero la pace.

Nel 321 il comandante sannita era Gaio Ponzio, figlio di Erennio. Dopo che il ramoscello d'ulivo fu rimproverato, Ponzio portò sul campo il suo esercito, determinato a forzare una pace dove non si poteva negoziare. Dal suo accampamento fuori Caudium inviò dieci soldati travestiti da pastori in territorio romano in missione per diffondere disinformazione. Lo stratagemma ha avuto perfettamente successo. Interrogate dai gruppi di ricerca e ricerca, tutte le spie informarono i romani che l'intero esercito sannita stava assediando la città di Lucera.

I Romani, come previsto, si mobilitarono sotto i consoli Calvino e Postumio e iniziarono i preparativi per marciare in aiuto del loro alleato. C'erano due modi per raggiungere Lucera dalla posizione romana a Calatia. Il primo era più lungo e seguiva una strada aperta lungo la costa. La seconda era molto più breve ma passava per le Forche Caudine. The Forks consisteva in una pianura erbosa aperta circondata da colline e scogliere fittamente boscose. La strada attraversava il centro ed era chiusa da due piccoli stretti varchi attraverso le montagne. Fu quest'ultima strada che i romani decisero di intraprendere.

I Romani avanzarono a capofitto nella trappola sannitica. Hanno trovato il varco di uscita dalle forche bloccato e barricato. Dopo essersi ritirati all'ingresso, trovarono lo stesso. Ben presto i soldati Sanniti apparvero sulle colline che dominavano la loro preda intrappolata e indifesa. L'agguato alle Forche Caudine è un esempio di pianificazione ed esecuzione militare quasi perfetta. Senza spargimento di sangue i Caudini, gli Irpini, i Frentani, i Carricini e i Pentri ottennero una notevole vittoria e inflissero ai Romani un'umiliante sconfitta.

Le mosse iniziali e l'accerchiamento iniziale non contengono la lezione delle Forche Caudine. Sebbene ci sia molto da imparare dall'ingegnosità di Ponzio, sono state le sue decisioni in seguito a riverberarsi nel tempo. Il morale romano sprofondò a livelli tristi alla scoperta della loro situazione. 

“I loro sensi erano storditi e stupefatti e uno strano torpore si impossessò delle loro membra. Ciascuno guardava il suo vicino, credendolo più in possesso dei suoi sensi e del suo giudizio di se stesso ", (3) scrive Livio

La guerra antica era una lotta brutale, e la mente del Console e del legionario allo stesso modo si soffermava sugli indicibili orrori che potevano attenderli. Indipendentemente da ciò, la fortezza romana ha mostrato la sua potenza e l'esercito circondato ha tentato di fortificare la propria posizione. Ma era senza speranza. Tutti sapevano che tutto ciò che i Caudini, Irpini, Frentani, Carricini e Pentri dovevano fare era aspettare il numero richiesto di giorni prima che le scorte romane finissero e la fame iniziasse.

Mentre i Romani faticavano, Caudini, Irpini, Frentani, Carricini e Pentri aspettavano. Sebbene la vittoria fosse stata sperata, la sua portata era al di là di quanto si aspettavano Caudini, Irpini, Frentani, Carricini e Pentri. Dire che Ponzio non era sicuro di quale strada seguire è metterlo alla leggera. Mentre il giovane comandante sannita andava avanti e indietro, si decise di scrivere a Erennio. Il vecchio saggio avrebbe avuto consigli perspicaci per suo figlio e per l'esercito. Sicuramente conosceva il modo migliore per gestire questa situazione particolare e usarla per porre fine alla guerra e riportare la pace ancora una volta.

La lettera di ritorno esprimeva la sua opinione: che l'intero esercito romano dovesse partire subito e illeso. Il sommo consiglio sannita respinse immediatamente tale idea. Non annullerebbe completamente la loro brillante vittoria? Una seconda lettera fu inviata a Erennio, e arrivò una risposta molto diversa. Erennio scrisse che l'intero esercito romano doveva essere messo a morte. Chiaramente il vecchio era senile. Nessun individuo sano e logico darebbe risposte così contraddittorie alla stessa domanda. O così pensavano Ponzio e i suoi aiutanti. Lo hanno invitato al campo di persona in modo da poter venire a capo della confusione.

L'Herennius che arrivò era lo stesso che suo figlio aveva sempre conosciuto. Nessuna afflizione malvagia aveva colpito la sua mente. Alla convocazione del consiglio, il vecchio spiegò il suo ragionamento alla folla di ufficiali ansiosi. 

Era meglio, pensò, liberare immediatamente i prigionieri in modo che potessero tornare sani e salvi a casa loro. In questo modo rappresentava la possibilità più probabile di garantire una pace e un'amicizia durature con Roma. L'esecuzione dei prigionieri e la completa distruzione dell'intero esercito romano era la seconda scelta preferibile. In questo modo, sebbene la popolazione romana avesse fame di vendetta e continuasse nel suo desiderio di eliminare i Sanniti, sarebbe stata fisicamente incapace di farlo per alcune generazioni, garantendo così la sicurezza della loro tribù e del loro territorio nel prossimo futuro. Ha concluso sottolineando che quelle erano le uniche due opzioni. Non c'era un terzo corso. Non c'era via di mezzo.

Questo, purtroppo, non era abbastanza buono per i Sanniti fin troppo umani. Non potevano decidersi a seguire nessuna delle due vie: l'iperconservatore o l'iperaggressivo, l'estremamente generoso o l'estremamente crudele. Ponzio chiese a suo padre cosa sarebbe successo se avesse perseguito la via di mezzo. E se i prigionieri non fossero stati massacrati, ma costretti a ritirarsi vergognosamente a Roma come perdenti lo erano sicuramente? Fu la vittoria meritata dai Caudini, Irpini, Frentani, Carricini e Pentri e la sconfitta meritata dai Romani. Il saggio Erennio scosse la testa, visibilmente turbato dalla logica del ragionamento del figlio. “Questa è proprio la politica che né procura amici né ci libera dai nemici”, disse, “una volta lasciati vivere gli uomini che hai esasperato con un trattamento ignominioso e scoprirai il tuo errore. I romani sono una nazione che non sa tacere sotto la sconfitta.(4) La via di mezzo non guadagna amici né sconfigge nemici.

Chiaramente gli errori di logica risiedono in Ponzio e non in Erennio. Perseguire una linea d'azione che lasciasse il nemico desideroso di vendetta e capace di realizzarla è qualcosa che nessun leader saggio farebbe volentieri. Eppure lo ha perseguito. La vittoria e la pace furono sacrificate all'emozione e all'etica. I Romani furono disarmati, spogliati nudi e costretti a passare sotto il giogo prima di essere lasciati liberi di tornare a Roma. Il giogo era l'ultima umiliazione, una dimostrazione di sottomissione che equiparava i romani agli animali ei sanniti ai loro padroni.

Giove

Gli ufficiali romani furono incaricati dai loro conquistatori di assicurarsi che il Senato confermasse i termini di resa concordati dall'esercito sul campo. I soldati romani furono rilasciati vivi con la consapevolezza che sarebbe stato consegnato un giusto risarcimento sotto forma di resa e pace. Fu piamente emanata una sponsio, con la quale i Consoli diedero la loro parola d'onore di adempiere agli obblighi di resa per non essere abbattuti da Giove. Mentre i romani sconvolti barcollavano verso casa, Ponzio rimase a guardare, sicuro di aver dimostrato che suo padre si sbagliava e di aver ottenuto il meglio da entrambi i mondi.

Il Senato Romano ebbe un atteggiamento diverso. L'onore era senza dubbio una cosa importante per un antico esercito. Quello che accadde fu uno degli eventi più imbarazzanti della storia romana. Erano orgogliosi della loro storia e delle loro persone eccezionali. 

La tragedia delle Forche Caudine ha minacciato fino in fondo il mito romano. Ma mentre l'esercito schierato subì davvero una sconfitta ignobile, in fin dei conti i legionari erano ancora vivi. Sono fuggiti da una situazione terribile con le loro vite intatte. Una seconda possibilità era all'orizzonte. Tutto ciò che ostacolava era quella fastidiosa promessa d'onore. Ma non preoccuparti, il Console Postumio aveva una soluzione.

Dopo un periodo di lutto, l'addolorato Postumio uscì dalla clausura per rivolgersi ai senatori. “Questa convenzione” esordisce “non è stata fatta per ordine del popolo romano, e quindi il popolo romano non è vincolato da essa, né ai Sanniti è dovuto ai suoi termini al di fuori delle nostre stesse persone. Lasciamoci arrendere dai feziali, spogliati e legati; liberiamo il popolo dai suoi obblighi religiosi se lo abbiamo coinvolto in qualcuno, in modo che senza violare alcuna legge umana o divina possiamo riprendere una guerra che sarà giustificata dal diritto delle nazioni e sanzionata dagli dei".(5) 

C'è una scappatoia per ogni situazione. Furono i capi dell'esercito ad arrendersi, affermò Postumio, non la stessa Roma. Roma non dovrebbe essere punita per i suoi atti codardi.

Ponzio ovviamente si rifiutò di accettare questa subdola lettura legalistica dei termini di resa. Non voleva prigionieri alcuni aristocratici romani. Voleva la pace. Ma i dettagli del ragionamento romano non contano. Il vecchio saggio Erennio sapeva che sarebbe successo in un modo o nell'altro. E così, con grande dispiacere del popolo sannita e dei suoi capi, la guerra continuò. Questa volta i romani erano assetati di sangue e non avrebbero più commesso errori del genere. Mentre dopo le Forche Caudine si verificò una breve pausa nelle ostilità, senza dubbio a causa dell'eccessiva cautela romana dopo l'evento, nel 316 la guerra infuriava di nuovo in tutta l'Italia centrale . Non passò molto tempo che il popolo sannita fu soggiogato e lo stesso Ponzio giustiziato.

Tito Livio conclude la sua saga delle Forche Caudine dicendo: “I Sanniti videro chiaramente che invece della pace che avevano così prepotentemente dettato, era cominciata un'aspra guerra... Ora che era troppo tardi, cominciarono a vedere con approvazione le due alternative che l'anziano Ponzio aveva suggerito. Capirono di essere caduti tra i due e, adottando una via di mezzo, avevano scambiato il possesso sicuro della vittoria con una pace insicura e dubbia. (6) 

La leadership, soprattutto in guerra, non reagisce bene all'indecisione o alla mancanza di impegno. L'esecuzione della media di tutte le opzioni disponibili è destinata a non risolvere nulla e a non piacere a nessuno. Dal consiglio politico di Niccolò Machiavelli (“Si eviti a tutti i costi la via di mezzo”)(7) ai consigli finanziari e filosofici di Nassim Taleb ("In un conflitto, è meno probabile che la via di mezzo sia corretta"),(8) suona vera la saggezza della massima delle mezze misure e delle vie di mezzo. Se mai ci sono state leggi della natura umana, della società e della guerra, a Livio si può attribuire la scoperta di una legge veramente vitale. Sarebbe saggio ascoltare i suoi consigli. 

L'umanità l'ha spesso ignorata a suo danno. La storia fornisce più esempi di mezze misure senza speranza di quanto si vorrebbe. Sono ovunque, dalla firma del Trattato di Versaglia alla moderna dipendenza da forze controinsurrezionali abbastanza grandi da incitare la rabbia, ma troppo piccole per fare la differenza. Prima i leader si rendono conto che il processo decisionale binario e Attenzione alla lezione appresa alle Forche Caudine.(9)

 Scritto da Brando Quintin

Note finali

(1) Livius, Titus, The History of Rome, Vol.2Ltd., Londra, 1905), 9.1-9.46,http://mcadams.posc.mu.edu/txt/ah/Livy/ Livio09.html.

(2) Kaplan, Roberto D.,Warrior Politics (Libri d'epoca, Nuova York, 2001), 29.

(3)  Livio, 9.2.

(4)  Ibid., 9.3.

(5)  Ibidem, 9.8.

(6) Ibidem, 9.12.

(7) Machiavelli, Niccolò, I discorsi, (Penguin, Nuova York, 2003), 350.

(8) Taleb, Nassim Nicola, Il letto di Procuste (Random House, Nuova York, 2016) 110.

(9) Burnham, Giacomo. I machiavellici: difensori della libertà(The John Day Company, Inc., Nuova York, 1943), 43.

tratto da: https://smallwarsjournal.com/jrnl/art/beware-lesson-caudine-forks

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