domenica 9 luglio 2023

René Guénon - La crisi del mondo moderno | Cap. 7 parte II - Una civiltà materiale

La crisi del mondo moderno

Cap. 7 - Una civiltà materiale

I moderni, in generale, non concepiscono altra scienza che quella delle cose che si misurano, si contano e si pesano, e cioè insomma delle cose materiali, poiché sono le sole a cui si possa applicare il punto di vista quantitativo; 

mentre la pretesa di ridurre la qualità alla quantità è del tutto caratteristica della scienza moderna. In questa ottica, si è giunti a credere che non vi possono essere delle scienze propriamente dette laddove non è possibile introdurre la misura, e che le leggi scientifiche sono solo quelle che esprimono delle relazioni quantitative; il «meccanicismo» di Cartesio ha segnato l’inizio di questa tendenza, che si è poi accentuata nonostante lo scacco della fisica cartesiana, ed infatti tale tendenza non è legata ad una determinata teoria, bensì ad una concezione generale della conoscenza scientifica. 

Renato Cartesio

Ed oggi si vede applicata la misura fin nel dominio psicologico, che tuttavia le sfugge per la sua stessa natura, finendo col non comprendere più che la possibilità della misura si fonda solo su una proprietà inerente alla materia, proprietà che è quella della sua divisibilità indefinita, a meno che non si pensi che essa si estenda a tutto ciò che esiste, giungendo così a materializzare ogni cosa. 

È la materia, lo abbiamo già detto, il principio di divisione e della pura molteplicità; ed allora, la predominanza attribuita al punto di vista della quantità, che come abbiamo già visto si ritrova fin nel dominio sociale, è esattamente del materialismo inteso nel senso da noi prima indicato, quantunque essa non sia necessariamente legata al materialismo filosofico, che ha peraltro preceduto nello sviluppo delle tendenze dello spirito moderno.

Non insisteremo ulteriormente su ciò che vi è di illegittimo nel voler ridurre la qualità alla quantità, né su quanto vi è di insufficiente in tutti i tentativi di spiegazione che più o meno si riallacciano alla tipologia «meccanicista»; non è questo che ci proponiamo, e noteremo semplicemente che, nello stesso ordine sensibile, una scienza di questo genere ha pochissimi rapporti con la realtà, la cui parte più considerevole ad essa sfugge necessariamente.

A proposito di «realtà» siamo indotti a menzionare un altro fatto, che rischia di passare inosservato agli occhi di molti, ma che è assai degno di nota come segno della condizione di spirito di cui parliamo: ed è che questo termine, nell’uso corrente, è esclusivamente riservato alla sola realtà sensibile. Ora, dal momento che il linguaggio è l’espressione della mentalità di un popolo e di un’epoca, se ne deve concludere che, per coloro che si esprimono così, tutto ciò che non cade sotto i propri sensi è «irreale», vale a dire illusorio o perfino del tutto inesistente; 

è possibile che essi non ne siano chiaramente coscienti, ma ciò non toglie che questa convinzione negativa è pur sempre la loro, ed anche quando affermassero il contrario si può star certi, benché essi stessi non se ne rendano conto, che una tale affermazione corrisponderebbe per loro solo a qualcosa di molto più esteriore, se non addirittura ad una pura espressione verbale. 

Se si fosse tentati di credere che noi esageriamo, si dovrebbe solo cercare di vedere, per esempio, a cosa si riducono le pretese convinzioni religiose di molta gente: alcune nozioni apprese a memoria, in maniera tutta scolastica e meccanica, che non hanno per niente assimilato, sulle quali non hanno neanche riflettuto un po’, ma che conservano nella loro memoria e che ripetono per l’occasione in quanto facenti parte di un certo formalismo, di un’attitudine convenzionale che è tutto quello che essi possono comprendere col nome di religione. Abbiamo già parlato di questa «minimizzazione» della religione, di cui il «verbalismo» in questione rappresenta uno degli ultimi gradi; e questo spiega il fatto che dei sedicenti «credenti», in quanto a materialismo pratico, non sono secondi in niente ai «non credenti»; e ritorneremo ancora su questo punto; ma per adesso dobbiamo completare le considerazioni relative al carattere materialista della scienza moderna, poiché si tratta di una questione che necessita di essere considerata sotto diversi aspetti.

Ci serve ricordare ancora, quantunque lo avessimo già indicato, che le scienze moderne non hanno il carattere di una conoscenza disinteressata, e perfino in coloro stessi che credono al loro valore speculativo, quest’ultimo è solo una maschera sotto cui si nascondono delle preoccupazioni del tutto pratiche, ma che consente di conservare l’illusione di una falsa intellettualità. 

Lo stesso Cartesio, nel costituire la sua fisica, pensava soprattutto a farne un meccanismo, una medicina ed una morale; e con la diffusione dell’empirismo anglosassone si giunse a ben altro ancora; del resto, agli occhi del grande pubblico, ciò che costituisce il prestigio della scienza è dato quasi unicamente dai risultati pratici che essa permette di realizzare, poiché anche qui si tratta di cose che si possono vedere e toccare. 

Dicevamo che il «pragmatismo» rappresenta lo sbocco di tutta la filosofia moderna ed il suo ultimo grado di abbassamento; ma vi è anche, e da molto più tempo, al di fuori della filosofia, un «pragmatismo» diffuso e non sistematico che sta al primo come il materialismo pratico sta al materialismo teorico, e che si confonde con ciò che il volgo chiama il «buon senso». 

Questo utilitarismo quasi istintivo è, peraltro, inseparabile dalla tendenza materialista: il «buon senso» consiste nel non oltrepassare l’orizzonte terreno, al pari del non occuparsi di tutto ciò che non ha un interesse pratico immediato; è soprattutto per tale «buon senso» che il mondo sensibile è il solo mondo «reale» e che non vi è conoscenza che non venga dai sensi; ed è anche per esso che questa stessa conoscenza ristretta non vale che nella misura in cui permette di soddisfare dei bisogni materiali, e talvolta anche un certo sentimentalismo; 

poiché il sentimento è in realtà del tutto prossimo alla materia, e questo va detto chiaramente anche a costo di scioccare il «moralismo» contemporaneo. In tutto ciò, non resta alcun posto per l’intelligenza, se non in quanto essa acconsenta a servire per la realizzazione dei fini pratici, a non essere più che un semplice strumento sottomesso alle esigenze della parte inferiore e corporea dell’individuo umano, o, secondo una singolare espressione di Bergson, «un utensile per fare degli utensili». Ciò che costituisce il «pragmatismo» in tutte le sue forme è la totale indifferenza nei confronti della verità.

In queste condizioni, l’industria non è più solamente un’applicazione della scienza, applicazione da cui dovrebbe essere, di per sé, totalmente indipendente, ma è divenuta come la sua ragion d’essere e la sua giustificazione; di modo che, anche qui, i rapporti normali si trovano invertiti. 

Ciò a cui il mondo moderno ha dedicato tutte le sue forze, persino quando ha preteso di fare della scienza alla sua maniera, è in realtà nient’altro che lo sviluppo dell’industria e del «macchinismo»; e nel voler dominare la materia in tal modo e nel volerla piegare a proprio uso, gli uomini sono solo riusciti a diventarne gli schiavi, come dicevamo all’inizio: non solo hanno limitato le loro ambizioni intellettuali, se è ancora permesso servirsi di questa parola in un caso del genere, coll’inventare e col costruire delle macchine, ma sono giunti fino a diventare veramente essi stessi delle macchine. 

In effetti, la «specializzazione», così osannata da certi sociologi col nome di «divisione del lavoro», non si è imposta solo agli scienziati, ma anche ai tecnici e perfino agli operai, e per questi ultimi ogni lavoro intelligente è divenuto impossibile; ben diversamente dagli artigiani d’un tempo, essi non sono più che i servitori delle macchine, fanno, per così dire, un corpo solo con esse; devono ripetere incessantemente, in maniera del tutto meccanica, certi precisi movimenti, sempre gli stessi e sempre effettuati allo stesso modo, al fine di evitare la minima perdita di tempo; così almeno pretendono i metodi americani, che sono considerati come il grado più alto del «progresso». 

In effetti, si tratta unicamente di produrre il più possibile; ci si cura poco della qualità ed è solo la quantità che importa; ed eccoci ancora una volta di fronte alla constatazione che abbiamo già fatto in relazione ad altri ambiti: la civiltà moderna è veramente ciò che si può chiamare una civiltà quantitativa, e questo è un altro modo per dire che è una civiltà materiale.

Se ci si vuole convincere ancora meglio di questa verità, basta solo guardare al ruolo immenso che svolgono oggigiorno, nell’esistenza dei popoli ed in quella degli individui, gli elementi di ordine economico: industria, commercio, finanze; sembra che non vi sia altro che conti; il che si accorda con il fatto già segnalato che la sola distinzione sociale rimasta è quella fondata sulla ricchezza materiale.

 Sembra che il potere finanziario domini tutta la politica e che la concorrenza commerciale eserciti un’influenza preponderante sulle relazioni fra i popoli; forse si tratta solo di un’apparenza e queste cose non sono tanto delle vere cause quanto dei semplici mezzi d’azione; ma la scelta di tali mezzi indica bene il carattere dell’epoca alla quale essi si addicono. 

D’altronde, i nostri contemporanei sono persuasi che le circostanze economiche sono quasi gli unici fattori degli avvenimenti storici, ed immaginano perfino che è sempre stato così; ed in questa convinzione ci si è spinti fino ad inventare una teoria che pretende di spiegare tutto esclusivamente con l’economia, teoria che ha ricevuto il significativo appellativo di «materialismo storico». Anche qui è possibile notare l’effetto di una di quelle suggestioni di cui abbiamo parlato prima, suggestioni che agiscono tanto meglio per quanto più corrispondono alle tendenze della mentalità generale; e l’effetto di questa suggestione è che i mezzi economici finiscono per determinare realmente quasi tutto ciò che si produce nel dominio sociale. 

Senza dubbio, la massa è sempre stata guidata, in una maniera o in un’altra, e si potrebbe dire che il suo ruolo storico consiste soprattutto nel lasciarsi guidare, poiché essa non rappresenta che un elemento passivo, una «materia» in senso aristotelico; ma oggigiorno, per guidarla, basta disporre di mezzi puramente materiali, questa volta nel senso ordinario del termine; il che dimostra bene il grado di abbassamento della nostra epoca; e, al tempo stesso, si fa credere a questa stessa massa che non è guidata, che essa agisce spontaneamente e si governa da sé, ed il fatto che essa lo creda permette di comprendere fino a che punto possa arrivare la sua intelligenza.

Visto che stiamo parlando di fattori economici, ne approfittiamo per segnalare una illusione molto diffusa in proposito, che consiste nell’immaginare che le relazioni stabilite sul piano degli scambi commerciali, possano servire per un avvicinamento ed un’intesa fra i popoli, mentre invece esse sortiscono realmente l’effetto contrario.

La materia, lo abbiamo già detto più volte, è essenzialmente molteplicità e divisione, dunque fonte di lotte e di conflitti; di modo che, si tratti di popoli o di individui, il dominio economico non è, e non può essere, che quello delle rivalità d’interessi. 

In particolare, l’Occidente non può contare sull’industria né sulla scienza moderna, da cui la prima è inseparabile, per trovare un terreno d’intesa con l’Oriente; se gli Orientali finiscono con l’accettare questa industria come una necessità fastidiosa e peraltro transitoria, poiché per essi questa non potrebbe essere niente di più, ciò è da loro considerato come un’arma che permette di resistere all’invasione occidentale e di salvaguardare la propria esistenza; è importante che si sappia con esattezza che non può essere diversamente da così: gli Orientali che si rassegnano a prendere in considerazione una concorrenza economica con l’Occidente, malgrado la ripugnanza che provano per questo genere di attività, possono farlo con una sola intenzione, quella di sbarazzarsi di una dominazione straniera che si basa solo sulla forza bruta, sulla potenza materiale che proprio l’industria mette a sua disposizione; la violenza chiama la violenza, ma si dovrà riconoscere che non sono stati certo gli Orientali che hanno cercato la lotta su questo terreno.

Del resto, al di fuori della questione dei rapporti fra Oriente ed Occidente, è facile constatare che una delle conseguenze più notevoli dello sviluppo industriale è il perfezionamento incessante dei congegni di guerra e l’aumento del loro potere distruttivo in proporzioni formidabili. Dovrebbe bastare solo questo per ridurre a niente le fantasticherie «pacifiste» di certi ammiratori del «progresso» moderno; ma i sognatori e gli «idealisti» sono incorreggibili e la loro ingenuità sembra non conoscere limiti. L’«umanitarismo» che va tanto di moda non merita sicuramente di essere preso sul serio; ma è strano che si parli tanto della fine delle guerre in un’epoca in cui esse hanno arrecato devastazioni senza precedenti, non solo a causa della moltiplicazione dei mezzi di distruzione, ma anche perché, invece di svolgersi fra eserciti poco numerosi e composti unicamente da soldati di mestiere, mettono tutti gli individui indistintamente gli uni contro gli altri, ivi compresi i meno qualificati per assolvere ad una simile funzione. 

Ed ancora si tratta di un esempio lampante della confusione moderna, mentre è veramente prodigioso, per chi voglia rifletterci su, che si sia giunti a considerare come del tutto naturale una «leva di massa» o una «mobilitazione generale», e che abbia potuto imporsi su tutti, salvo poche eccezioni, l’idea di una «nazione in armi». 

Anche qui è possibile vedere un effetto della credenza nella sola forza del numero: è conforme al carattere quantitativo della civiltà moderna mettere in movimento delle masse enormi di combattenti; al tempo stesso, anche l’«egualitarismo» vi trova il suo tornaconto, esattamente come nelle istituzioni dell’«istruzione obbligatoria» e del «suffragio universale». Aggiungiamo anche che queste guerre generalizzate sono state rese possibili da un altro fenomeno specificamente moderno, che è la costituzione delle «nazionalità», conseguenza della distruzione del regime feudale, da una parte, e della rottura simultanea dell’unità superiore della «Cristianità» del Medio Evo, dall’altra; e, senza soffermarci troppo su delle considerazioni che ci condurrebbero troppo lontano, notiamo anche, come circostanza aggravante, la misconoscenza di una autorità spirituale superiore, la sola che potesse esercitare normalmente un efficace arbitrato, in quanto che essa è, per la sua stessa natura, al di sopra di tutti i conflitti di ordine politico. 

La negazione dell’autorità spirituale è anch’essa del materialismo pratico; e coloro stessi che pretendono di riconoscere una tale autorità in linea di principio, le negano di fatto ogni influenza reale ed ogni potere d’intervento nel dominio sociale, esattamente allo stesso modo con cui stabiliscono una paratia stagna fra la religione e le preoccupazioni ordinarie della loro esistenza; che si tratti della vita pubblica o della vita privata, è sempre la stessa condizione di spirito che si afferma in entrambi i casi.

Pur ammettendo che lo sviluppo materiale comporti qualche vantaggio, peraltro da un punto di vista molto relativo, allorché si considerano delle conseguenze come quelle che abbiamo appena segnalato, ci si può chiedere se tali vantaggi non siano ampiamente superati dagli inconvenienti. 

Non ci riferiamo a tutto ciò che è stato sacrificato a questo sviluppo esclusivo, e che valeva incomparabilmente di più, non parliamo delle conoscenze superiori dimenticate, dell’intellettualità distrutta, della spiritualità scomparsa, ma consideriamo semplicemente la civiltà moderna com’essa è, e diciamo che se si mettessero a confronto i vantaggi e gli inconvenienti che essa ha prodotto, il risultato rischierebbe fortemente di essere negativo. 

Le invenzioni che attualmente vanno moltiplicandosi con una rapidità sempre crescente, sono tanto più pericolose per quanto mettono in giuoco delle forze la cui vera natura è interamente sconosciuta da coloro stessi che le utilizzano; e questa ignoranza è la miglior prova della nullità della scienza moderna in relazione al suo valore esplicativo, quindi in quanto conoscenza perfino limitata al solo dominio fisico; al tempo stesso, il fatto che le applicazioni pratiche non sono minimamente intralciate da detta ignoranza, dimostra che questa scienza è ben orientata unicamente in un senso interessato e che il solo scopo reale di tutte le sue ricerche è l’industria. 


Ora, dal momento che il pericolo delle invenzioni, perfino di quelle che non sono espressamente destinate a svolgere un ruolo funesto per l’umanità e che causano ugualmente tante catastrofi, senza parlare degli scompensi insospettati che provocano nell’ambiente terrestre, che tale pericolo, dicevamo, andrà indubbiamente aumentando secondo proporzioni difficili da determinare, è lecito pensare, senza troppa inverosimiglianza e come abbiamo accennato prima, che è forse a causa loro che il mondo moderno finirà col distruggersi da sé, se non sarà in grado di fermarsi finché è ancora in tempo.

Ma, per quanto riguarda le invenzioni moderne, non basta esprimere le riserve che scaturiscono inevitabilmente dal loro essere pericolose, è necessario spingersi oltre: i pretesi «benefici» di ciò che si è ritenuto di chiamare «progresso», appellativo che in effetti si potrebbe condividere se si avesse cura di specificare bene che si tratta solo di un progresso tutto materiale, tali «benefici» così tanto vantati, non sono in gran parte illusori? 

Gli uomini della nostra epoca pretendono di accrescere con ciò il loro «benessere»; noi pensiamo, per quanto ci riguarda, che lo scopo che essi si propongono in tal modo, anche nel caso si raggiungesse realmente, non merita che vi si dedichino così tanti sforzi; per di più ci sembra alquanto contestabile che tale scopo possa essere raggiunto. 

In primo luogo, occorrerebbe tener conto del fatto che non tutti gli uomini hanno gli stessi gusti né gli stessi bisogni, che ve ne sono ancora, malgrado tutto, di quelli che vorrebbero sfuggire all’agitazione moderna, alla follia della velocità, e che non possono farlo più; si oserebbe forse sostenere che l’imporre loro ciò che è contrario alla loro stessa natura equivalga sempre ad un «beneficio»? 

Si dirà che, al giorno d’oggi, questi uomini sono poco numerosi e per questo ci si riterrà autorizzati a considerarli una quantità trascurabile; e qui, come nel dominio politico, la maggioranza si arroga il diritto di schiacciare le minoranze, le quali, ai suoi occhi, hanno evidentemente il torto di esistere, poiché questa esistenza stessa si scontra con la mania «egualitaria» dell’uniformità. 

Ma, se si considera l’insieme dell’umanità, invece di limitarsi al solo mondo occidentale, la questione cambia aspetto: la tanto decantata maggioranza non diviene allora una minoranza? 

Ma ecco che, in questo caso, non si fa valere più lo stesso argomento e, per una strana contraddizione, è in nome della loro «superiorità» che gli «egualitari» vogliono imporre la loro civiltà al resto del mondo e che vanno a portare il disordine in seno a delle genti che non han chiesto loro niente; e siccome questa «superiorità» esiste solo dal punto di vista materiale, è del tutto naturale che essa si imponga con dei mezzi fra i più brutali. 

Non ci si illuda, peraltro: se la massa ammette in buona fede tali pretesti di «civilizzazione», vi sono di quelli per i quali si tratta solo di una semplice ipocrisia «moralista», di una maschera per coprire desideri di conquista ed interessi economici; che epoca singolare quella in cui tanti uomini si lasciano convincere che si possa fare la felicità di un popolo asservendolo, togliendogli ciò che ha di più prezioso, e cioè la propria civiltà, obbligandolo ad adottare dei costumi e delle istituzioni concepite per un’altra razza, costringendolo ai lavori più penosi per fargli acquisire delle cose che per lui sono perfettamente inutili! 

Eppure è così: l’Occidente moderno non può tollerare che degli uomini preferiscano lavorare meno e si accontentino di poco per vivere; dal momento che conta solo la quantità e visto che ciò che non cade sotto i sensi viene considerato come inesistente, si ammette che colui che non si agita e che non produce materialmente non può essere che un «perdigiorno»; non volendo tenere in conto gli apprezzamenti espressi comunemente nei confronti dei popoli orientali, basta vedere come vengono giudicati gli ordini contemplativi, perfino in seno agli ambienti sedicenti religiosi.

In un tal mondo, non v’è più posto alcuno per l’intelligenza né per tutto quello che è puramente interiore, poiché si tratta di cose che non si vedono né si toccano, che non si contano né si pesano; vi è posto solo per l’azione esteriore sotto tutte le sue forme, ivi comprese le più sprovviste di ogni significato. In tal modo, non v’è da stupirsi che la mania anglosassone per lo «sport» guadagni terreno ogni giorno: l’ideale di questo mondo è l’«animale umano» che ha sviluppato al massimo la sua forza muscolare; i suoi eroi sono gli atleti, fossero anche dei bruti; sono costoro che suscitano l’entusiasmo popolare, è per i loro successi che si appassionano le folle; un mondo in cui si vedono cose del genere è veramente caduto ben in basso e sembra molto prossimo alla fine.

Scritto da René Guénon

La crisi del mondo moderno

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