lunedì 13 febbraio 2023

FAVOLE ITANGLOMANI - 20 baggianate itanglesi demistificate una ad una (20/20) | CULTURA


I sostenitori dell’itanglese tendono spesso a contraddirsi. Non è inusuale che nella stessa frase neghino il fenomeno, o lo minimizzino, per poi però anche dire che è un’ottima cosa, bella, moderna, inevitabile, e «comune a tutte le altre lingue». Abbiamo analizzato una ad una le gemme più tipiche alla fiera dell’anglomania. Dopo il successo della rubrica, oltre a ringraziare le lettrici ed i lettori, Vi invitiamo a segnalarci i casi più assurdi di questa occupazione linguistica in atto.
 
20. Bisogna attirare un pubblico internazionale.

RISPOSTA: Peccato che nove volte su dieci l’itanglese usato sia per descrizioni di eventi, concorsi, festival e convegni (i talk, sai com’è) tutti tra italiani, per un pubblico italiano, dove chi parla (gli speaker, sai com’è) è italiano. Magari in un paesino dell’entroterra marchigiano, o della Calabria. E in ogni caso, anche se non fosse, allora perché i miscugli? Non è che uno straniero capisca di più se vede un manifesto con una spruzzata di parole pseudo inglesi. E dove sta scritto che anche nel caso in cui partecipino uno, due, quattro stranieri (i quali non necessariamente parlano inglese o lo parlano bene) bisogna alienare i 96, 97, 98 presenti italiani su 100? È una logica assurdamente servile e provinciale.

Siamo sicuri che pubblicando manifesti con «Visit Sicily«, invece di «Visita la Sicilia» si guadagnino turisti? E che il «Festival della Birra di Cisternino» avrà successo solo se lo chiami «Cisternino Beer Festival» . Davvero la comitiva di tedeschi non partecipa a un concorso fotografico romano se non lo pubblicizzi con un manifesto che è metà in italiano e metà in inglese sbilenco? Sicuro che se fai il capo magazziniere a Cenate Sopra e non scrivi che sei il Warehouse Managing Director mentre spedisci un messaggio al baker di Lallio l’impresa chiude?

Nel frattempo, sono sempre di più i turisti stranieri, o gli stranieri amanti dell’Italia, che si chiedono con tristezza perché sempre meno insegne, cartelli, informazioni, pubblicità figurino in italiano. 

«Che peccato, una lingua così bella…Che triste vedere tutto uniformato in inglese». Se solo gli italiani cogliessero il valore commerciale della lingua italiana.

Concludo con un pensiero. Per quanto sia un aneddoto, c’è una cosa che mi disse anni fa un mio ex direttore (manager, sai com’è) in Gran Bretagna: 

«A me piacciono molto i vini italiani, ma se vedo l’etichetta in inglese non li compro. È tutta l’esperienza che conta, il sapore, ma anche la parte visuale. Se decido di comprarlo deve sapere d’autentico in tutto».

Mi restò impresso nella memoria.

Quelle espresse in questo articolo sono le opinioni dell’autore, che non corrispondono necessariamente a quelle de "Lo Schiaffo 321". Immagini tratte dalla rete.

Fonte: https://campagnapersalvarelitaliano.com/favole-itanglomani/

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