martedì 18 gennaio 2022

Quando Craxi tagliò la barba a Marx - POLITICA

Negli anni ’70 la sinistra italiana era dominata dal «feticcio di Mosca», e fu proprio in questo periodo che Bettino Craxi osò sfidare apertamente il massimalismo allora egemone nelle scuole, nelle università e nei giornali. Un libro ricostruisce il dibattito di quegli anni.

A partire dal congresso di Reggio Emilia (1912), cioè da quando i massimalisti conquistarono la direzione del Partito socialista, la sinistra maggioritaria in Italia è sempre stata dominata dalla stessa martellante ossessione: fuoriuscire dal sistema capitalistico per edificare un ordine diverso, di tipo socialista, basato sulla pianificazione centralizzata e la collettivizzazione di tutti i mezzi di produzione.


  

Basti pensare che nel 1961, quando erano trascorsi appena due anni da quel congresso di Bad Godesberg in cui la socialdemocrazia tedesca aveva definitivamente fatto abiura del marxismo, lo stesso Pietro Nenni (non proprio un pericoloso bolscevico!) non faceva mistero che il suo obiettivo era ancora l’instaurazione, seppur graduale, del socialismo: 

«l’albero da far cascare - disse al consesso socialista di quell’anno - è per ora quello degli interessi conservatori e reazionari». 

Era una posizione, questa di Nenni, che non differiva molto da quella, ancor più ambigua, dei comunisti, i quali, muovendosi nel solco ideologico tracciato da Gramsci e da Togliatti, anche quando praticarono una politica delle riforme, lo fecero sempre con una riserva mentale, fedeli com’erano al mito della rottura rivoluzionaria. 

Ne è la prova che la fantomatica «terza via» teorizzata da Berlinguer non andava in alcun modo confusa con quella socialdemocratica: il suo obiettivo non era quello di promuovere riforme all’interno del sistema capitalistico, ma superarne la logica, nella convinzione che nei paesi, come l’Unione Sovietica, dove era stata eliminata la proprietà privata, oltre a non essere presente alcun segno di crisi, era «universalmente riconosciuto che esisteva un clima morale superiore». 

Ebbene, fu in questo clima culturale, in cui l’intera sinistra italiana era dominata dal «feticcio di Mosca» (Turati), in cui bastava solo criticare i principi teorici del marxismo-leninismo per essere colpiti dall’onta della scomunica, fu in questo clima culturale, dicevamo, che Bettino Craxi, succeduto a Francesco De Martino alla guida del Psi nel 1976, ebbe l’ardire di sfidare apertamente il massimalismo allora egemone in tutte le agenzie di socializzazione del nostro paese (scuole, università, giornali, ecc.). 

Lo fece innanzitutto per ragioni ideologiche, poiché pensava che il comunismo, quel mostruoso impasto di dispotismo, miseria e irrazionalità economica, sarebbe stato solo un disastro per il futuro dell’Italia. 

Ma lo fece anche per ragioni di strategia politica, convinto che il partito socialista, precipitato nella gestione De Martino al 9,6 per cento, se voleva sopravvivere doveva non solo rinnovarsi, prendendo come riferimento i grandi partiti socialdemocratici europei (da qui gli intensi contatti con Mitterrand, Brandt, Soares e Felipe González), ma anche diventare autonomo, ponendo fine a quella soffocante sudditanza culturale che fino ad allora lo aveva reso subalterno ai comunisti.  

Com’è documentato in un eccellente libro recentemente edito da Aragno (Il Vangelo Socialista, a cura di Giovanni Scirocco), l’occasione della svolta revisionista fu offerta nell’agosto del 1978 da una lunga intervista concessa da Berlinguer a La Repubblica, nella quale il segretario del Pci non esitava a esaltare «la ricca lezione leninista». 

Craxi, sollecitato dall’allora direttore Livio Zanetti, rispose sull’Espresso con un saggio redatto da Luciano Pellicani, un giovane e colto sociologo di area socialista. Il contenuto di quelle pagine, che già dal titolo ambivano a diventare il manifesto ideologico del «Nuovo corso» craxiano, ebbe un effetto dirompente. Al punto che un frastornato Eugenio Scalfari sentenziò con irritazione: 

Craxi ha tagliato la barba del Profeta! Ma cos’aveva scritto di tanto sconvolgente il segretario socialista da riscaldare gli animi in tal modo?  

Tanto per cominciare, spiega Scirocco, Craxi aveva avuto il coraggio (e il merito storico) di mettere in discussione l’identificazione del socialismo col marxismo, riscoprendo non solo il modello socialdemocratico classico, ma anche tutte quelle suggestioni autogestionarie che, seppur oggi chiaramente anacronistiche, all’epoca apparivano a molti come un indispensabile strumento per tentare di «saldare la democrazia politica con quella economica». 

«Nel corso di travagliate vicende – ricordava Craxi, (ma le parole erano di Pellicani) - sotto le insegne del socialismo si sono raccolti e confusi elementi distinti e persino reciprocamente repulsivi…c’era chi aspirava a riunificare il corpo sociale attraverso l’azione dominante dello Stato e c’era chi auspicava il potenziamento…del pluralismo sociale e delle libertà individuali». 

Richiamandosi poi ad autori fino ad allora rimasti minoritari nel pantheon culturale della sinistra (Proudhon, Bernstein, Russell, Rosselli, Gilas, Bobbio), nonché ai padri nobili della tradizione riformista italiana (Turati e Matteotti), il segretario socialista esortava tutti a non confondere più 

«il socialismo con il comunismo, la piena libertà estesa a tutti gli uomini con la cosiddetta libertà collettiva».  

Questo perché tra le due ideologie esisteva una contrapposizione profonda, che non riguardava soltanto i mezzi da utilizzare (riforme o rivoluzione) ma soprattutto i fini da raggiungere: 

se l’ortodossia comunista, spiegava Craxi, è intrinsecamente burocratica e autoritaria, in quanto mira alla «soppressione del mercato», alla «statalizzazione integrale della società» e alla «cancellazione d’ogni traccia d’individualismo», il socialismo democratico è laico e pluralista: «non intende elevare nessuna dottrina al rango di ortodossia…riconosce che il diritto più prezioso dell’uomo è il diritto all’errore…ha un progetto etico-politico…che può essere sintetizzato nei seguenti termini: socializzazione dei valori della civiltà liberale, diffusione del potere, distribuzione ugualitaria della ricchezza e delle opportunità di vita». 

Da qui una conclusione di ordine generale che, visto lo Zeitgeist imperante in quegli anni, non poteva che suonare eretica alle orecchie del popolo della sinistra: 

«Leninismo e pluralismo sono termini antitetici: se prevale il primo muore il secondo». Per cui, concludeva Craxi«dobbiamo muoverci in direzione opposta a quella indicata dal leninismo: dobbiamo diffondere il più possibile il potere economico, politico e culturale. Il socialismo non coincide con lo statalismo. Il socialismo…è la via per accrescere e non per ridurre i livelli di libertà e di benessere e di uguaglianza».  

Come quest’acceso scontro ideologico sarebbe terminato è cosa ormai nota. Il cosiddetto «saggio su Proudhon» poteva essere, al di là delle stesse intenzioni dei suoi estensori, un’occasione utile per aprire, in seno alla sinistra, un dibattito ideologico propedeutico alla costruzione di una comune alternativa di governo.  



Ciò non avvenne. 

L’offensiva craxiana, salvo timide aperture, non riuscì a smuovere il Pci, il quale, oltre a non rinnegare il legame con l’Unione Sovietica, rimase fermo anche nella sua critica al riformismo socialdemocratico. Il risultato? 

Sia i riformisti che i rivoluzionari sarebbero stati sconfitti: i primi, come ebbe modo di osservare Massimo L. Salvadori (La sinistra nella storia italiana, Laterza), sarebbero rimasti dei riformisti senza riforme; i secondi, dei rivoluzionari senza rivoluzione. 

E il prezzo più salato di quest’anomalia, inutile dirlo, l’avrebbe pagato proprio il nostro paese: perché l’assenza di un’alternativa di sinistra non solo ha impedito una virtuosa alternanza di governo (il «Fattore k», com’è noto, eternizzava di fatto il potere democristiano), ma ha anche privato l’Italia di un moderno partito socialdemocratico, capace di porre in essere quelle riforme correttive che sarebbero state oltremodo necessarie per conciliare in modo virtuoso le ragioni sacrosante del merito con quelle non meno impellenti del bisogno. Generando in questo modo un vuoto che sarebbe stato poi tragicamente colmato nei modi che oggi sono sotto gli occhi di tutti...

Scritto da Stefano T.

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