sabato 8 maggio 2021

FASCISTS’ CRIMINAL CAMP | Racconto di Roberto Mieville (1947) - STORIALTERNATIVA Capitolo2

FASCISTS’ CRIMINAL CAMP

CAPITOLO 2

Dovevano passare “ancora” dei prigionieri di guerra Italiani e i francesi, riposatisi delle dure fatiche precedenti, si erano nuovamente riversati sulle strade. Tutti i francesi: grandi e piccoli, uomini e donne, di ogni ceto e professione, avevano condotto uno studio particolare nei lupanari e nelle taverne di Orano, per arricchire di nuove ben più appropriati insulti il vocabolario da usarsi allo spettacolo che il Comando Militare Alleato del Mediterraneo continuava quasi quotidianamente ad offrire.

I francesi erano ben organizzati. Al primo apparire della colonna i fischi, poi, poi libertà assoluta di parola...e di azione.


Questa volta i prigionieri di guerra italiani erano a piedi. Una lunga colonna di prigionieri a piedi. In testa alla colonna qualche centinaia di ufficiali. In testa a tutti un cappellano militare: Padre Salsa, mutilato e pluridecorato al valore militare. Ai fischi dei francesi si unirono le matte risate dei numerosissimi ed armatissimi M. P. di scorta. Fieri, al passo, i prigionieri passavano. Ai fischi e agli insulti, i gesti osceni di gentili signore affacciate a dei davanzali fioriti erano un naturale contorno. Al passo, uno due, uno due, la colonna si addentrava sempre più nella città.

I visi dei prigionieri erano duri ed impassibili.

Marciava in silenzio la colonna: portava con sé il ricordo del Camerata assassinato a Saint Barbe du Tlelat e la tristezza della guerra entrata in casa con tanta facilità e poca contestazione. Qualcuno dei prigionieri poteva anche pensare con rammarico a una di quelle croci bianche seminate nel deserto o a uno dei tanti tumuli lasciati indietro senza segni nella lunga guerra.

Il sole era alto e il caldo era soffocante.

Da lunghe ore marciava la colonna: sotto il peso degli zaini tutti: vecchi e giovani, validi e invalidi. Qualcuno dei prigionieri poteva anche avere sete. Acqua al campo ne davano poca. E le borracce di chi era riuscito a salvarle dai marocchini, erano vuote. Alla svolta una bella fontana. Un prigioniero chiede a un M.P. di accompagnarlo a bere.


L’M.P. lancia un insulto e colpisce al capo, con la canna del Thompson, il prigioniero, Il sangue sgorga abbondante. Il prigioniero, il carrista Piccolotto di Treviso, non batte ciglio, non si asciuga il sangue che scende sul viso. Ride il prigioniero Piccolotto.

Ride e intona un canto che parla di giovinezza e di primavera. E tutta la colonna al passo. uno due. uno due intona il canto.

E i francesi ammutoliscono. Poi uno, più coraggioso degli altri, corre verso la testa della colonna e alza la mano per colpire Padre Salsa: mutilato a un braccio e pluridecorato al valore militare. Alza la mano, il francese. Il Padre Salsa interrompe per un attimo il canto. Guarda in viso lo eroico esemplare, sorride e riprende a cantare. La colonna al passo: uno due, uno due, si inoltra per la strada a mare, verso Marsha el Kebìr, verso le navi.

Verranno imbarcati i prigionieri di guerra.

- Per l’America, grida un M.P.

Ai moli di Marsha el Kebìr centinaia le navi attraccate. Il mare leggermente increspato. La colonna dei prigionieri di guerra italiani si incrocia con una colonna di prigionieri tedeschi dal PAK. Le colonne si fermano per qualche istante. Un ufficiale italiano e un ufficiale tedesco si riconoscono. La guerra combattuta fianco a fianco è stata lunga e sanguinosa. bella anche nella sfortuna. Si abbracciarono. Sidi Rezegh e tanti altri nomi di battaglie sono sulle labbra.

Il tenente Antonio Rafauf della XV Panzer racconta. per inciso di tre colleghi assassinati in quel mese al campo 9 di Chanchy, dagli americani. Le colonne riprendono a muovere in due diverse direzioni. Verso due moli diversi. I saluti fra gli uomini delle due, colonne che si allontanano, continuano. Molto tempo è passato, ma ci si ricorda di molti che gridarono: Immer Zusamen! e che alla prima occasione abbracciarono la causa delle Stars and Stripes.


Stars and Stripes”, ancora “Stars and Stripes”.

Fatte poche, centinaia di metri la colonna dei prigionieri italiani venne fatta fermare sotto una nave, Liberty di tipo, si seppe in seguito. Dei francesi arrivati fino ai moli agitavano de giornali e ridevano. Ridevano sgangheratamente. I prigionieri stanchi e sudati si erano seduti sugli zaini.

- Ehi! disse un francese.

- Ehi! ripeté un altro francese.

- Ehi! Chi di voi ha dei figli? chiese un altro ancora.

Molti visi si voltarono. Vi fu un attimo di silenzio, poi uno degli italiani, il Capomanipolo Fava, caduto poi in onorata prigionia di guerra in America, rispose.

- Io! Io ho dei figli. Perché?

Nuove risate dei francesi che agitavano freneticamente i giornali.

- Capiterà questo - disse infine uno, e lanciò il giornale verso i prigionieri.

Il giornale era “Stars and Stripes”, e raccontava del primo bombardamento di Roma. San Lorenzo. Molti prigionieri avevano le lacrime agli occhi. I francesi ridevano. Era il 20 luglio 1943: anche questo diceva il giornale.

Il mare leggermente increspato. I draken, di sbarramento, immobili nel cielo, brillavano al sole. La nave, una Liberty, aveva un nome: P.A.8. E i prigionieri guardavano la nave. Molti guardavano oltre la nave. Oltre il limite del mare, verso casa. I pensieri erano tutti tristi. 

Da bordo, dei marinai si divertivano a sputare sul molo. E ridevano quei marinai perché gli sputi colpivano i prigionieri. 


I prigionieri erano ammassati sotto il bordo della nave e non potevano scansarsi. Finalmente, dopo ore e ore di attesa sotto il sole, senza acqua e senza mangiare, cominciò lo imbarco. Cominciò l'imbarco, ma i prigionieri non vennero fatti salire per la passerella. No. No, vennero fatte calare lungo il fianco della nave le reti d'imbragaggio, e i prigionieri, con lo zaino in spalla, cominciarono ad arrampicarsi. 

Era un diversivo, uno spettacolo anche quello offerto dal Comando Militare Alleato. Come ridevano i marinai e. gli M. P. americani Come ridevano! Certo erano buffi quei prigionieri che non riuscivano che con molta fatica ad arrampicarsi. Quei vecchi ufficiali poi, che si facevano aiutare per salire quei sette o otto metri di corda!


Ma a coloro che riuscivano, dopo molti sforzi, a scavalcare il bordo, l'accoglienza. non mancava. Non mancava il saluto a base di un colpo di bastone, in quel caso una mazza di base ball, uno spintone o un calcio. E giù, “Italian pigs”, giù, nelle stive.

Dopo molte ore le stive furono piene, piene zeppe. Il cielo cominciava ad imbrunire. Gli M. P chiusero i boccaporti. Rimasero chiusi per quattordici giorni, quasi completamente, quei boccaporti. Quattordici giorni di traversata, verso l'America. Quattordici giorni di dolore con l'unico conforto:

“La guerra continua!”.

La nave si chiamava P.A.8. e il suo comandante era forse stato negriero.

Scritto da Roberto Mieville 

Roma, 1947

Le immagini sono opere di Gambetti Dino, litografo, xilografo, pittore e ceramista.

1946 c. - Ai P.O.W. del Campo di Hereford, Edizioni d’Arte Goffi - Genova (cartella) LITOGRAFIE

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