domenica 23 maggio 2021

FASCISTS’ CRIMINAL CAMP | Racconto di Roberto Mieville (1947) - STORIALTERNATIVA Capitolo 4

FASCISTS’ CRIMINAL CAMP

CAPITOLO 4

Il vento di Sud Ovest non soffiava più da, vari giorni. 

Il cielo era chiaro e pulito e la neve aveva cominciato a sciogliersi. Qualche filo d'erba era nato nei pressi dei reticolati e i camini delle baracche non fumano più con la stessa intensità. Era aprile e una prima mandria di cavalli era stata vista passare all'orizzonte. Le sentinelle alle garitte e alle torrette osservavano il lento risvegliarsi del campo.

Era aprile di un anno lontano. La prigionia durava già da lungo e gli uomini dicevano che il tempo si era fermato.


Nelle baracche il silenzio era grande. Un silenzio ossessionante rotto solo dal fischiare del “tornado”. El tornado, così veniva chiamato là quel maledetto vento di Sud Ovest. Il tempo si era fermato: i giorni tutti uguali o monotoni. L'inverno era stato molto lungo e alla sera faceva ancora freddo. Qualcuno raccontava nell'intimità dei box dell'ieri e dei sogni del domani. Ma tutti con il cuore fermo e fisso al punto lontano: Cassino!

Il 20 aprile 1944 nel Compound dell'Hereford POW Camp, situato nell'altopiano del Texas, la vita trascorreva lenta e monotona come gli altri giorni. Nelle baracche, interminabili le partite a bridge e interminabili le discussioni attorno alle stufe accese.

I prigionieri che passeggiavano per il campo ogni tanto si soffermavano a guardare la bianca costruzione dell'ospedale o i primi fili d'erba che nascevano nei pressi del reticolato. Poi riprendevano a camminare, silenziosi. 

Il pensiero fisso al punto lontano: Cassino. 

E anche alla guerra che durava lontano e passava lenta e inesorabile travolgendo casa per casa.

Ora erano riuniti lì, quasi tutti, gli ufficiali non cooperatori. Mancavano gli “anti-kaman” di 'Como e di Monticello. Ma, sarebbero arrivati molto presto, sicuramente.

Era il 20 aprile 1944.

-Domani è il Natale di Roma, dicevano gli Ufficiali italiani del Compound One. Anche al Comando Americano del Campo si diceva la stessa cosa. 

- Domani è il Natale di Roma. E dal Compound, dove erano ancora gli Ufficiali “pro-kaman”, era atteso uno spettacolo. E il Comando Americano diede lo spettacolo.

Era il 20 aprile 1944 e calata la sera, al Compound One, gli Ufficiali avevano cominciato a coricarsi. C'era chi pregava e chi imprecava e chi taceva guardando una fotografia sfilata di soppiatto dal portafoglio consunto. Era l'ora più temuta della giornata quella in cui il silenzio pian piano filtrando nelle baracche copriva ì discorsi e le parole. 

Più d'una guancia ruvida si rigava di lagrime a quell'ora e c'era chi divideva con il Camerata vicino ricordi del tempo passato, raccontando di un giorno in cui una fanciulla dagli occhi azzurri e dai capelli biondi...

A poco a poco le luci furono spente e il silenzio fu completo. Rapide corse di luce sul campo addormentato: ronzio della macchina armata in perlustrazione continua attorno al campo e ululato di coyote. 

Lontano lontano, a casa, il cannone rombava, Cassino. Cassino. 

E nella notte stellata improvvise e alte le fiamme di una baracca incendiata. Improvviso e alto l'aaaoon delle sirene. Cominciava lo spettacolo...

Dal cancello dei Compound, nel medesimo istante in cui le. sirene presero a suonare, entrarono a passo di carica, ben armati di mazze, le solite mazze da base-ball, quattro o cinquecento americani...

Le porte delle baracche furono spalancate e ai prigionieri, cani italiani, botte…botte...botte da orbi. 

Qualcuno dei prigionieri aveva letto nei libri di Zane Gray e di altri autori di Western's di un certo “supplizio del corridoio” in uso presso i selvaggi indiani Comanchi. In quella notte del 21 aprile 1944, settantacinque ufficiali, già gravemente feriti al capo nella vigliacca irruzione nelle baracche, dovettero sottostare al “supplizio del corridoio” improvvisato dai diretti discendenti di quei famosi indiani Comanchi. Indiani Comanchi, perché non erano altro che indiani Comanchi, quelli travestiti da soldati americani.

L'Amarillo Times e l'Amarillo Daily News di quei giorni riportarono qualcosa del grave incidente avvenuto, nel Pow Camp di Hereford.

Fu accertato dal Comando italiano del campo dei prigionieri non cooperatori, che l'incendio della baracca, alibi, giustificativo portato poi dal Comando americano, era stato provocato appositamente per dare modo di impartire la, lezione. Ed ancora più grave risultò la premeditazione da parte del detentore nel fatto che sin dal pomeriggio avanti l'ospedale era in allarme e che tutto era pronto per le medicazioni.

Fra i feriti di quella notte si ricordano i nomi del Capitano Cristofori, Tenente Ristagno, Tenente Florio, Tenente Azzalli: ma furono settantacinque. Può darsi che il Capitano del Genio Navale Salsa o il Tenente Busia dell'Istituto Luce conservino le fotografie fatte, in quella notte non certo dimenticabile, e che il Capitano Salomone nella raccolta di “Rassegna”, sia riuscito a portare in Patria i ritagli dei giornali.

Il 21 aprile 1944 a Monticello Camp nell'Arkansas apparve affisso a cura del Comando americano del campo, un manifesto, diretto principalmente agli ufficiali della IV Compagnia non cooperatori, in cui si minacciava la Cajenna a chi non avesse cooperato o firmato il cosiddetto “I Promise”.

Lo stesso giorno fu fatta una domanda a tutti gli ufficiali della IV Compagnia:

“Are you, a fascist?”.

“Yes. I am fascist”.

“Cajenna”

Il 1 maggio quattrocento e venticinque ufficiali non cooperatori dei campi, di Como e di Monticello erano inquadrati nel viale centrale di quest'ultimo campo: destinazione: Hereford, Texas.

Il silenzio era assoluto. Il cielo era nuvoloso e gli alti alberi rendevano triste l'atmosfera. Schierati presso i reticolati dei campi prospicienti il viale d'uscita dai Compounds, i soldati e i sottufficiali non cooperatori, perfettamente inquadrati per battaglione, rendevano il saluto a braccio teso e allorché la colonna di ufficiali prese a muovere, ruppe un canto. 

Il canto che in quei giorni voleva dire molto dì più di' una fede politica perché impersonava la difesa dell'onor militare, del passato militare e dell'avvenire militare della Patria.

E sul canto un grido alto che commosse e fece piangere:

- Evviva i nostri Ufficiali

Furono momenti indimenticabili quelli e furono per molto tempo il conforto nella dura attesa.

- Evviva i nostri soldati!

I nostri soldati: tutti nel nostro cuore!

Nella notte nei pressi di un villaggio il trasporto si incrociò con un treno carico di tedeschi. Erano del P..A.K. Fu scambiato un grido di saluto e fu cantato “Camerata Richard”. I morti sepolti vicini vicini a Bled Boucha, a Sidi Tabet e a Enfidaville, l'ultimo giorno. L'ultimo. giorno: prima dell'ammaina bandiera. L'ultima bandiera. L'ultima bandiera: attorno tanti morti e tanto sangue giù Per le balze di, Enfidaville: un anno prima.

E il 10 maggio, del 1944, nel campo di Ruston nella Luisiana, alta nel cielo era la bandiera americana.

- 10 maggio festa dell'esercito americano.

Tutte le forze americane pronte a sfilare sotto la bandiera. Iniziò la sfilata delle truppe americane: la bandiera, Stars and Stripes, svettava gloriosa nel cielo: e dietro le truppe americane, Colonnello Bragantini in testa, sfilarono alcune centinaia di ufficiali italiani aderenti alla I.S.U.

Era il 10 maggio 1944...Solo un anno era passato. Le ferite ancora aperte, i corpi ancora caldi nelle fosse. Dal cielo gli eroi italiani guardavano. A Cisterna combatteva il “Barbarigo”!

Scritto da Roberto Mieville 

Roma, 1947

Le immagini sono opere di Gambetti Dino, litografo, xilografo, pittore e ceramista.

1946 c. - Ai P.O.W. del Campo di Hereford, Edizioni d’Arte Goffi - Genova (cartella) LITOGRAFIE

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